America Latina, un continente in bilico

Nel 1981, commentando il crescente interesse dei sovietici per l’America Latina, l’ex presidente degli Stati Uniti Richard Nixon ben sintetizzò le coordinate della rilevanza della regione: posizione geografica, demografia, potenzialità economica. Tutti elementi su cui Washington, durante gli ultimi centocinquant’anni, ha tentato di mettere le mani a suon di interferenze, golpe e pressioni economiche, venendo dunque meno ai più basilari princìpi di libertà e autodeterminazione. Il protagonismo politico degli Stati Uniti, che considerano la regione il proprio cortile di casa, è oggi messo in discussione dalla presenza via via crescente di Russia e soprattutto Cina, oltre che dalle rivendicazioni di sviluppo sovrano da parte di diversi Paesi dell’America Latina, che tentano di scrollarsi di dosso le scorie coloniali e neocoloniali per giungere a uno stadio di indipendenza sostanziale.

Le coordinate storiche e geografiche del subcontinente

Lo stesso termine America Latina è stato coniato nel XIX secolo per indicare la regione del continente americano che avesse le lingue principali derivanti dal latino – conseguenza della colonizzazione iniziata con il viaggio di Cristoforo Colombo – e distinguerla dall’area anglosassone. L’espressione è finita negli ultimi anni sotto la lente della critica, mossa da un variegato fronte di linguisti, antropologi e sociologi. Secondo questi ultimi, parlare di America Latina vuol dire perpetuare una certa visione eurocentrica, privilegiando l’eredità occidentale a quella indigena, composta da popolazioni e culture centenarie, anche estremamente diverse tra loro. La regione che dal Messico si estende a sud fino a Cabo de Hornos, in Cile, e a est in Brasile è oggi la terra con la più alta concentrazione indigena al mondo. Negli ultimi anni si sono registrate diverse esperienze di resistenza, come quella del popolo mapuche, che in Cile lotta contro lo Stato e gli interessi privati per riprendersi la propria terra ancestrale, il Wallmapu

In foto: la bandiera identificativa del popolo Mapuche sventolata in una delle tante e continue proteste in Cile

Tra le civiltà precolombiane più note figurano gli Aztechi, i Maya e gli Inca. Abili studiosi di architettura ed edilizia, gli Inca hanno lasciato testimonianze di città dotate di ponti sospesi e piramidi, come quella di Machu Picchu. Non sono stati da meno gli Aztechi, che costruirono la capitale Tenochtitlàn rendendola un perfetto esempio di equilibrio tra uomo e natura, tra case, templi e giardini. I Maya sono invece passati alla storia per le loro conoscenze in astronomia, in particolare per gli studi su cicli lunari ed eclissi. A partire dal XV secolo, i popoli precolombiani hanno dovuto fare i conti con l’annientamento culturale e l’omologazione conseguenti alla colonizzazione europea, in particolare degli spagnoli – che nel 1521 rasero al suolo proprio la capitale azteca Tenochtitlàn. Madrid depredò le ricchezze della regione, che già a partire dal Seicento iniziò a sviluppare un’economia autonoma rispetto alla madrepatria. Due secoli dopo si passò alla politica, con l’ascesa dei movimenti indipendentisti che, nel corso dell’Ottocento, erosero l’impero coloniale spagnolo. Le guerre ispanoamericane infiammarono la regione dal 1808 al 1833, portando alla nascita di Paraguay, Argentina, Cile, Messico, Perù, Bolivia, Uruguay, Ecuador, Colombia, Venezuela.

Contestualmente, nel 1822, il Brasile ottenne l’indipendenza dalla corona portoghese. Cuba e Portorico furono gli ultimi possedimenti che Madrid perse, nel 1898, a seguito della guerra ispanico-americana, l’evento che segnò di fatto la nascita dell’imperialismo statunitense. Si dava così seguito a quanto affermato già nel 1823, nel pieno della decolonizzazione latinoamericana, dal presidente James Monroe: «I cittadini degli Stati Uniti provano un fortissimo sentimento di simpatia per la libertà e la felicità di tutti gli uomini che, come loro, abitano di là dell’Atlantico. Noi non abbiamo mai preso parte alle guerre degli Stati europei sorte da questioni puramente europee, né la nostra politica comporta che vi partecipiamo. […] Noi invece, necessariamente, ci sentiamo più direttamente interessati ai movimenti che avvengono in questo emisfero e le ragioni di questo nostro atteggiamento dovrebbero essere ovvie per tutti gli osservatori illuminati e imparziali. […] Questo nostro popolo è unanimemente preoccupato per la propria sicurezza, comprata a prezzo di tanto sangue e di tanto denaro e rafforzata dalla saggezza dei suoi cittadini più illuminati, e nella quale noi abbiamo goduto un incomparabile benessere. Noi dobbiamo quindi, in virtù dei rapporti sinceri e amichevoli esistenti tra gli Stati Uniti e le suddette potenze, dichiarare che considereremmo un pericolo per la nostra pace e la nostra sicurezza ogni loro tentativo di estendere a una qualsiasi regione di questo emisfero il loro sistema politico». La dottrina Monroe espresse così l’idea della supremazia statunitense nel continente americano, arrogandosi il diritto di intervenire nei casi di “interferenza”, traducibili anche con la nascita di regimi politici diversi (quando non ostili) da quello a stelle e strisce. La convinzione della dottrina Monroe è stata rafforzata dal concetto di “destino manifesto”, che vedeva gli Stati Uniti investiti del diritto e del dovere di espandersi nel continente. Un connubio che ha continuato a plasmare la politica estera di Washington fino ai giorni nostri. 

Sangue e risorse

Scavando sotto lo strato superficiale della posizione geografica – e dunque delle presunte minacce alla sicurezza – si arriva al tessuto nervoso dell’imperialismo statunitense: gli interessi economici. Mettere le mani sul subcontinente significava infatti godere di una posizione dominante tanto sui mercati locali quanto nella gestione delle risorse, tra cui zucchero, minerali e, in un secondo momento, petrolio. In tal senso è emblematico il golpe organizzato in Guatemala, a distanza di cinquant’anni dal capolino ufficiale in America Latina, per rovesciare il governo democraticamente eletto e instaurare un esecutivo fantoccio, fedele alla Casa Bianca. Il presidente Jacobo Árbenz pagò care le riforme popolari, tra cui la nazionalizzazione di migliaia di ettari di terreno della United Fruit Company (oggi nota come Chiquita), il colosso statunitense intorno al quale ruotavano gli interessi dell’élite politico-economica di Washington.

Eletto democraticamente, il neopresidente Juan Jacobo Árbenz viene salutato dall’ex presidente del Guatemala Juan José Arévalo Bermejo durante la sua cerimonia inaugurale avvenuta nel 1951

Tra il 1952 e il 1954 fu ridistribuito circa un milione di ettari a 140 mila famiglie guatemalteche. Terreni che la United Fruit, impegnata a coltivare e commerciare frutta tropicale, aveva acquistato in precedenza a prezzi stracciati grazie alle manovre del governo filostatunitense di Jorge Ubico. L’attacco ai modelli politici lontani da quello capitalistico rappresenta una costante per la politica estera degli Stati Uniti. Non soltanto golpe, ma anche articolate strategie di pressione economica: un esempio è Cuba, che, alla luce della rivoluzione comunista, vide applicarsi da Washington un embargo commerciale, economico e finanziario che ha finito per minare il suo sviluppo. 

Lo scenario odierno

Ancora oggi, la partita in America Latina si gioca principalmente sull’economia e sulle risorse del subcontinente. Cile, Argentina e Bolivia danno vita al Triangolo del Litio, con Santiago che possiede le maggiori riserve mondiali del metallo protagonista della “transizione ecologica”. Il litio, noto anche come oro bianco, risulta infatti fondamentale per la realizzazione delle batterie delle auto elettriche e dei sistemi di accumulo delle energie rinnovabili. Una sorta di ossimoro, dal momento che l’estrazione di litio ha un enorme impatto sull’ambiente e proprio in Cile sta «causando il cedimento del Salar de Atacama, il grande lago salino situato nella regione di Antofagasta, nel nord del Paese». Nello specifico l’estrazione «sta prosciugando le falde acquifere e causando lo sprofondare del lago alla preoccupante velocità di 1 o 2 centimetri all’anno». Il Cile è anche il primo produttore al mondo di rame, seguito da Perù e Messico, quest’ultimo famoso per l’estrazione di argento. I due metalli sono ancora cruciali per la produzione di smartphone, che allo stesso tempo sta sviluppando una nuova dipendenza per le terre rare, ovvero un gruppo di 17 elementi chimici della tavola periodica. In questo mercato hanno di recente fatto la loro comparsa Perù e Brasile. Quest’ultimo possiede la terza riserva mondiale di terre rare e una miniera, Serra Verde, che poche settimane fa ha iniziato la produzione commerciale.

Rispetto al Novecento si registrano novità nello schieramento degli attori in campo, pronti a contendersi la titolarità nell’emergente economia latinoamericana. Le smanie monopoliste degli Stati Uniti sono state messe in discussione da Russia e Cina, due membri dei BRICS, il blocco di economie emergenti che comprende anche India, Iran, Etiopia, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Sud Africa e Brasile. Tra i due schieramenti si inserisce poi un ritorno di sentimento atavico, ovvero la voglia di autonomia decisionale, e dunque sovranità, da parte di diversi Paesi della regione. L’Argentina, a seguito delle elezioni presidenziali che hanno visto trionfare Javier Milei, si sta affermando come il più grande alleato di Washington in America Latina. In un anno, tra il 2022 e il 2023, il Paese è passato dall’essere un potenziale nuovo membro dei BRICS all’essere l’ennesimo esperimento neoliberista sostenuto dalla Casa Bianca. Poche settimane fa, i due Paesi hanno firmato un memorandum sul dialogo strategico, che punta a rafforzare la cooperazione politica ed economica. L’intesa è stata seguita dall’entrata in vigore della legge sulla promozione dei grandi investimenti, la quale introduce un regime speciale fatto di incentivi e agevolazioni per investimenti privati superiori ai 200 milioni di dollari. 

Il presidente dell’Argentina, Javier Milei, si sta affermando come un grande alleato degli Stati Uniti in America Latina

In attesa che il riallineamento agli Stati Uniti giunga a fasi più avanzate, Buenos Aires si tiene strette le relazioni commerciali con la Cina che a oggi, come frutto delle scelte degli esecutivi passati, è il terzo partner del Paese. Tra le principali importazioni da Pechino figurano componenti per smartphone, elettrodomestici, automobili e fertilizzanti. L’altro lato della bilancia commerciale è composto principalmente da carne di manzo e carbonato di litio. Il settore dell’oro bianco argentino è interessato da diversi investimenti cinesi, come nel caso del progetto estrattivo Mariana, gestito dal colosso Ganfeng Lithium. La presenza di Pechino in America Latina non si limita alla sola Argentina, che dovrà decidere se tenere una linea di sovranità decisionale o, come appare più probabile, finire sotto l’ala statunitense, allentando i rapporti con gli altri Paesi partner. La Cina ha individuato nel Perù l’hub per il proprio commercio nella regione. A novembre, durante il vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico (APEC), dovrebbe divenire operativo il megaporto cinese di Chancay, a sessanta chilometri dalla capitale Lima. L’opera, oltre a favorire i rapporti politici ed economici con il Perù e ad aprire nuove rotte commerciali nel subcontinente, permetterà il rafforzamento delle già ottime relazioni con il Brasile, dal momento che quest’ultimo è ben collegato al Perù grazie alla Southern Intraoceanic Highway

Per evitare lo sfruttamento delle proprie risorse da parte delle potenze straniere, il Messico ha scelto l’anno scorso di nazionalizzare il litio. Concessioni ritirate e spazio alla LitioMX, una società controllata dal Ministero dell’Energia. Così il presidente Andrés Manuel López Obrador ha deciso di lanciare una duplice sfida, rivolta tanto alle multinazionali straniere quanto alle forze interne – dal momento che il Messico dovrà contare sulle proprie forze per dare forma alla nascente industria del metallo. Un lavoro non semplice, per il quale andranno affrontate criminalità organizzata, corruzione e ingerenze. Il Messico non è l’unico caso di sviluppo sovrano in America Latina. Cuba, nonostante il rigido embargo statunitense e la mancata sinergia coi Paesi vicini, non arretra nella sua linea politica di gestione interna delle risorse. L’isola è ad esempio tra i maggiori produttori mondiali di zucchero e di nichel. Il Cile di Gabriel Boric ha optato per una via di mezzo, con i privati entrati in società con lo Stato come soci di minoranza. 

Andrés Manuel López Obrador, , presidente del Messico

In America Latina è in corso un’importante partita per gli attuali e futuri equilibri mondiali. Dopo aver subìto secoli di colonizzazione, la regione rischia di rimanere intrappolata nella morsa del neocolonialismo. L’unica opposizione alle interferenze che minano il principio di sovranità risiede in una classe politica all’altezza, che fa la volontà di un popolo consapevole e non lo svende alla prima occasione utile. In altre parole, si rende necessario puntare sullo sviluppo sovrano e sull’autonomia decisionale, raccogliendo l’eredità dei tanti che in America Latina e nel mondo hanno dedicato la propria vita a inseguire la libertà e l’indipendenza. A ciò si aggiunge la necessità di bilanciare l’economia con l’ambiente e la salute, dal momento che lo sfruttamento delle risorse naturali impatta sulla quotidianità di milioni di persone. Pensare nuovi paradigmi ed equilibri o implementare alternative già teorizzate. È anche questa la sfida lanciata in America Latina, perché i popoli oppressi sono destinati, prima o poi, a fare la storia. 

[di Salvatore Toscano] 

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1 commento

  1. Basta leggere questo articolo che parla della dottrina di Monroe, quanto ridicolo sia Milei, rimbecillito dai troppi studi economici, a non vedere che gli Stati Uniti si sono eretti a difensori degli Stati Americani contro: Ogni tentativo degli Stati Europei di estendere ad una qualsiasi regione di QUESTO EMISFERO il loro sistema politico.
    Poi hanno lasciato AGGREDIRE impunemente soltanto l’Argentina dalla Gran Bretagna, per le Falkland senza minimamente reagire, oggi vogliono farsi amici, ma provatamente sono considerati dagli USA, meno di un cane.

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