In ogni angolo del mondo, miliardi di persone ogni giorno compiono un gesto semplice ma profondamente simbolico: camminare. Ma la terra su cui poggiamo, pur calpestata dai nostri passi, non ci appartiene. Essa nasce libera, offrendo sostentamento senza alcuna distinzione di sesso, ceto sociale o origine. Tuttavia, fin dagli albori della sua esistenza, l’essere umano ha combattuto contro i propri simili per accaparrarsi quanto più territorio possibile. Un desiderio di possesso che ha guidato, tra gli altri, i coloni che per secoli hanno strappato terre alle popolazioni indigene delle Americhe. Questi territori, che erano stati abitati e custoditi per generazioni, sono stati sottratti con la pretesa di impossessarsene, senza che tali atti venissero adeguatamente condannati o che le ingiustizie subite dalle tribù e dai loro discendenti trovassero giustizia.
Negli ultimi decenni, però, qualcosa è cambiato. Le popolazioni indigene hanno iniziato a riorganizzarsi, unendosi e definendo obiettivi comuni. Attraverso questa nuova coesione, sono riuscite a raggiungere importanti traguardi, spesso in risposta a minacce concrete come progetti minerari, petroliferi, disboscamenti e altre forme di sfruttamento, trasformando la loro lotta per la terra in un movimento globale per i diritti umani, la giustizia ambientale e la salvaguardia del pianeta.
Il complicato percorso verso l’affermazione di un’identità indigena
La storia delle popolazioni indigene in America Latina è caratterizzata da un percorso complesso e a tratti contraddittorio, iniziato con un lungo periodo coloniale di marginalizzazione e assimilazione forzata. Nel corso del XIX secolo, con la dissoluzione dei legami coloniali con le potenze europee, i Paesi latinoamericani iniziarono a definire le proprie identità nazionali. Le élite locali, fortemente influenzate dai modelli europei, aspiravano a costruire nazioni che rincorressero il progresso e la modernità. In questo contesto, le popolazioni indigene e afrodiscendenti continuavano quindi sistematicamente a essere emarginate, pur accettando l’assimilazione culturale.
Questa tendenza perdurò nel tempo e portò i successivi governi a promuovere sì l’integrazione delle popolazioni indigene nella società nazionale, ma a patto che queste rinunciassero alle loro tradizioni e identità culturali. Un esempio significativo di questo approccio è rappresentato dal primo Congresso indigenista interamericano, tenutosi a Pátzcuaro, in Messico, nel 1940.
Alla conclusione del Congresso fu redatta la Dichiarazione di Pátzcuaro, un documento che da un lato riconosceva l’importanza e il valore delle culture indigene, ma dall’altro le considerava economicamente e socialmente vulnerabili, bisognose quindi di protezione e sostegno – e quindi controllo – da parte degli Stati in cui vivevano. Un progetto rivelatosi quindi intrinsecamente contraddittorio, che promuoveva la conservazione delle specificità culturali indigene cercando allo stesso tempo di integrarle nel sistema politico ed economico nazionale, spesso a scapito della loro autonomia culturale.

La moderna riorganizzazione dei movimenti indigeni
Gli anni ’80 hanno rappresentato per l’America Latina un periodo di trasformazioni profonde, segnato dall’apertura economica e da importanti riforme politiche. Sebbene già negli anni ’70 le popolazioni indigene avessero iniziato a organizzarsi e a manifestare contro le interferenze esterne e la violazione dei propri diritti, fu in questo clima di rinnovamento (fino a quel momento, la regione era stata dominata da dittature militari, con solo Colombia e Venezuela a mantenere una parvenza di democrazia) che questi e altri movimenti sociali ripresero vigore, conquistando maggiore riconoscimento e visibilità.
Le Costituzioni di diversi Paesi latinoamericani furono riviste per includere diritti fondamentali per le popolazioni indigene, come il diritto al territorio, all’identità culturale e all’autonomia, ispirandosi in parte alla Dichiarazione di Barbados del 1971. Questo documento, redatto da antropologi e accolto favorevolmente dai popoli indigeni, metteva in luce le difficoltà affrontate, tra politiche assimilazioniste e minacce di sterminio, e richiedeva diritti essenziali, come un proprio sistema legale, protezione dagli attacchi e la possibilità per i popoli non contattati di evitare il contatto con il mondo occidentale.
Paesi come Bolivia, Colombia ed Ecuador adottarono normative che riconoscevano questi diritti, spinti anche dall’attenzione della società civile globale, sempre più consapevole dell’importanza dei diritti umani e indigeni, conferendo maggiore legittimità alle richieste delle comunità indigene. L’inclusione dei diritti nelle Costituzioni fornì infatti agli indigeni un linguaggio legale con cui sostenere le loro lotte, sia a livello nazionale che internazionale. In Bolivia ed Ecuador, in particolare, le mobilitazioni indigene portarono a una più ampia partecipazione politica, che continua ancora oggi. La Bolivia è stata la prima nazione latinoamericana ad avere un presidente di origine indigena, Evo Morales, mentre in Ecuador è stato istituito il Ministero delle Culture e della Decolonizzazione.
Sebbene non tutte le aspirazioni indigene siano state pienamente soddisfatte e non tutti gli Stati abbiano mostrato apertura, un elemento comune ha unito i popoli indigeni a partire da quegli anni: la determinazione a non scomparire né a farsi sopraffare, ma a rivendicare il proprio posto nel mondo, difendendolo anche a costo della vita. Negli anni, inoltre, i movimenti indigeni hanno ampliato le loro rivendicazioni, includendo non solo la difesa dei propri diritti fondamentali, ma anche questioni di interesse globale, come il diritto al territorio come habitat e alla difesa della biodiversità. Rivendicando non solo l’uguaglianza, ma anche il diritto alla differenza.
Le recenti conquiste ottenute dalla resistenza indigena
Le battaglie delle popolazioni indigene vanno ben oltre la difesa della loro identità culturale: esse sono fondamentali per la salvaguardia di territori ancestrali ricchi di biodiversità e di antiche varietà vegetali minacciate dalla perdita di habitat. Per questo motivo, ogni vittoria conquistata rappresenta un successo non solo per gli indigeni ma per l’intero pianeta. Negli ultimi decenni, le vittorie delle popolazioni indigene sono state numerose e significative. Per ragioni di spazio, ci concentreremo solo sui successi più recenti e rilevanti. Nel marzo del 2024, per esempio, un tribunale nello Stato di San Paolo, Brasile, ha emesso una sentenza storica, concedendo un titolo fondiario alla comunità afro-americana di Bombas. Questa decisione riconosce ai membri della comunità quilombo il diritto di amministrare il loro territorio ancestrale, situato all’interno di un parco statale. È il primo caso in cui una comunità tradizionale ottiene pieni diritti di gestione su un’area protetta a livello statale.
Sempre in Brasile, a settembre 2023, in seguito a settimane di proteste indigene, la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionale il Marco Temporal, una legge che limitava la demarcazione e protezione delle terre ancestrali alle popolazioni indigene che dimostrassero di occuparle fisicamente da prima del 5 ottobre 1988. Questa sentenza ha bloccato l’applicazione della legge, rappresentando una significativa vittoria per le comunità locali.

Nel 2023 poi, in Perù, un gruppo di indios ha sequestrato due petroliere per protestare contro un nuovo regolamento che consente lo sfruttamento di un giacimento petrolifero all’interno del loro territorio. Le richieste del gruppo includono maggiori compensazioni per lo sfruttamento del petrolio e la cessazione degli sversamenti di greggio che inquinano corsi d’acqua e foreste. Notizie di questo tipo continueranno ad arrivare, poiché, come hanno sottolineato recentemente gli indigeni in Perù, «noi continueremo a lottare affinché lo Stato e le imprese smettano di considerarci cittadini di serie B, privi di diritti. Il sangue versato non sarà mai dimenticato e non tollereremo più abusi».
Chi sono gli indigeni, quanti sono e perché sono importanti
Ci sono oltre 476 milioni di persone indigene che vivono in 90 Paesi e costituiscono il 6,2% della popolazione globale. Questi gruppi comprendono più di 5000 comunità distinte e parlano la maggior parte delle circa 7000 lingue esistenti nel mondo, sebbene molti di questi idiomi siano minacciati di estinzione. Le comunità indigene gestiscono circa il 22% della superficie terrestre e il 40% delle aree protette del pianeta. La loro conoscenza tradizionale e le pratiche di gestione delle risorse naturali sono fondamentali per la biodiversità e la sostenibilità ambientale.
Il legame profondo degli indigeni con la terra e la cultura, unitamente al loro impegno per la giustizia ambientale e sociale, rendono la tutela dei loro diritti una questione globale cruciale. Il loro ruolo nella protezione dell’ambiente e nella promozione della sostenibilità è essenziale per il benessere del pianeta, così come la loro conoscenza tradizionale degli ecosistemi e delle risorse naturali è spesso più dettagliata rispetto alle pratiche scientifiche moderne. Una saggezza ancestrale vitale per la conservazione della biodiversità e per una gestione sostenibile delle risorse. Il loro legame con le terre abitate dai loro antenati prima della colonizzazione o dell’arrivo di altre popolazioni dominanti è infatti prezioso, così come unici sono i loro sistemi sociali, economici e politici, che si impegnano a preservare e continuare.
Alcuni popoli indigeni, come le tribù incontattate, vivono inoltre in modi altamente autosufficienti e notevolmente diversi dalle società moderne. Per esempio, gli Awá incontattati dell’Amazzonia brasiliana utilizzano la resina dell’albero del maçaranduba per illuminare le loro case e cacciare di notte e costruiscono abitazioni con liane, foglie e tronchi in poche ore. La loro comprensione del mondo naturale, basata su un vasto sapere botanico e zoologico, offre soluzioni uniche per una vita sostenibile.
Nonostante il loro apporto al benessere dell’intero pianeta, i popoli indigeni affrontano numerose sfide. Spesso è negato loro il diritto di controllare il proprio sviluppo secondo i propri valori e bisogni, la loro rappresentanza politica è spesso inadeguata o assente e il loro accesso ai servizi sociali come istruzione, assistenza sanitaria e alloggio è limitato. Inoltre, sono spesso esclusi dai processi decisionali su questioni che li riguardano direttamente e non vengono consultati sui progetti che impattano le loro terre. Vengono spesso allontanati dalle loro terre ancestrali a causa dello sfruttamento delle risorse naturali, e i gruppi della società civile che difendono i loro diritti umani sono frequentemente minacciati, attaccati o addirittura uccisi, il più delle volte con il silenzio complice dello Stato.
Il caso Mapuche

I Mapuche sono i popoli indigeni originari delle regioni che oggi conosciamo come Cile e Argentina. Storicamente, hanno abitato e sviluppato una cultura ricca e complessa nella vasta area della Patagonia e della pampa argentina. Fino all’arrivo dei colonizzatori spagnoli e all’istituzione degli Stati cileno e argentino, i Mapuche erano principalmente dediti all’allevamento e gestivano un territorio ampio e prospero. Basta considerare che nel 1803 possedevano circa 5 milioni di ettari di terra, ridotti a meno di 500 mila ettari per via di pratiche ingannevoli e coercitive a seguito dell’espansione coloniale.
Oggi, i Mapuche rappresentano il gruppo indigeno più numeroso del Cile – un censimento del 2017 indicava che oltre il 10% della popolazione cilena era di origine indigena – ma la loro situazione rimane difficile e complessa. Non hanno infatti mai goduto del sostegno e dell’approvazione del governo, diventando spesso il capro espiatorio di disastri ambientali e incidenti di diverso tipo. Nel 2021 sono stati per esempio accusati di aver appiccato degli incendi nelle città di El Bolsón e Bariloche, nel Río Negro, con lo scopo di intaccare gli averi di un grosso magnate.
Secondo la professoressa Verónica Figueroa Huencho, accademica mapuche all’Università del Cile, il problema di fondo è che lo Stato cileno è fondato su un ideale di omogeneità che ha sistematicamente escluso i popoli indigeni. Questa esclusione ha ignorato la loro cultura, lingua e diritti di rappresentanza per oltre due secoli. La Costituzione cilena, infatti, non fa riferimento ai popoli indigeni o alle minoranze etniche, escludendo le comunità come i Mapuche dalle decisioni governative e dalle questioni statali.
I Mapuche, dunque, continuano a lottare per essere riconosciuti e per proteggere le loro terre senza alcuna apertura da parte del governo, ma nonostante le difficoltà e le sfide, continuano a resistere con determinazione anche con le manette ai polsi. Héctor Llaitul, leader mapuche della Coordinadora Arauco Malleco (CAM), condannato a maggio a 23 anni di carcere per reati come furto di legname, usurpazione di terre e attentati contro l’autorità, ha continuato a sostenere anche dal carcere che «la mia condanna è una manovra politica destinata a perpetuare il conflitto culturale». Secondo l’esponente e la comunità indigena intera, anziché indebolire la lotta mapuche, questa condanna rinvigorirà la loro resistenza. Alcuni membri del gruppo hanno infatti espresso incredulità per «l’assurdità di essere accusati di usurpazione di terre che i Mapuche, veri custodi del territorio, considerano parte integrante della loro cultura e identità».
Perché gli indigeni, come i Mapuche, sono messi ai margini?
Negli ultimi anni, la comunità globale ha fatto significativi progressi nel riconoscere i diritti delle popolazioni indigene attraverso una serie di trattati e dichiarazioni. Tra i più rilevanti c’è la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (UNDRIP), adottata nel 2007. Un documento che in sostanza mette nero su bianco i diritti fondamentali per i popoli indigeni, inclusi l’autodeterminazione, l’accesso alla terra e alle risorse naturali, e la salvaguardia delle loro tradizioni culturali e linguistiche.
La sua applicazione pratica però è molto disomogenea. Mentre alcuni Paesi hanno introdotto leggi nazionali per allinearsi con le disposizioni dell’UNDRIP, l’effettiva implementazione è spesso ostacolata da interessi economici contrastanti e da una carente volontà politica.
La discriminazione verso i popoli indigeni, come i Mapuche, rimane un problema persistente, spesso alimentato da ignoranza e pregiudizio. La mancanza di un dialogo adeguato e la rappresentazione limitata nella storia contribuiscono a perpetuare stereotipi negativi. Come sottolinea Verónica Figueroa Huencho, i materiali didattici scolastici spesso dipingono gli indigeni, tra cui i Mapuche, come una realtà appartenente al passato, contribuendo a pregiudizi e alla ridicolizzazione delle loro culture e identità.
[di Gloria Ferrari]



