lunedì 22 Luglio 2024

Come gli USA si stanno auto condannando alla de-dollarizzazione globale

Ormai da un po’ di tempo si parla di de-dollarizzazione dell’economia mondiale, ossia al processo graduale di riduzione dell’utilizzo del dollaro come principale valuta negli scambi finanziari, economici e commerciali, con l’obiettivo di sostituirlo con altre monete. Una dinamica nata soprattutto dall’affermarsi di nuove potenze e di organizzazioni internazionali statali e non statali, come i BRICS o la Shanghai Cooperation Organisation. Parallelamente  a questi fattori di carattere globale e geopolitico, vi sono tuttavia anche dinamiche strettamente connesse con le decisioni prese dal sistema politico statunitense, tanto nelle questioni estere quanto sul piano interno. In altre parole, le ragioni della dedollarizzazione sono da ricercarsi anche nelle scelte statunitensi, nelle manovre rispetto alla politica internazionale e nella volontà di conservare la propria posizione dominante, ma anche in dinamiche della politica interna americana. A ciò si aggiungano lo smisurato aumento del debito statunitense e le difficoltà della Federal Reserve nel concepire politiche economiche risolutive in un Paese in cui le disuguaglianze economiche e sociali si fanno sempre più irrimediabilmente profonde. E in ultimo il timore degli attori internazionali dato dall’uso sproporzionato (e illegale nel contesto internazionale) delle sanzioni come strumento di politica estera punitiva, sulla scia di quelle imposte a Russia, Iran, Cuba, e altri Paesi non allineati.

La caduta dello Stato di diritto e la spaccatura della società statunitense

Da una prospettiva interna agli Stati Uniti, il ruolo dominante del dollaro nel mondo deriva dai principi democratici del Paese, dalla forza delle sue istituzioni e dello stato di diritto, accompagnati dalle dimensioni della sua economia e dalla profondità dei suoi mercati. Più che nella concretezza, la democrazia statunitense si basa sull’immensa fede in essa. In questi ultimi anni, questa fede è stata profondamente scossa dall’immensa divisione sociale che l’ascesa di Trump ha provocato, sia per quanto fatto da lui stesso sia per quello che hanno fatto i suoi avversari politici.

Dopo che il famigerato “Russiagate” è scoppiato come una bolla di sapone, Trump è stato infine dichiarato colpevole da un tribunale di New York per tutti i trentaquattro capi d’accusa, riguardanti la falsificazione di registri aziendali per coprire un pagamento in denaro a una pornostar durante la sua ultima campagna elettorale. Insomma, sebbene si parli di reati, è certamente molto meno di quanto i democratici prospettavano circa operazioni in combutta con Putin e i russi. Il sistema legale statunitense finisce così sott’accusa da parte di tutti, quando da una parte e quando dall’altra.

All’indomani della condanna a Trump, il governatore della Florida, Ron DeSantis, ex sfidante di Trump per la nomination repubblicana alla presidenza, ha affermato che «il verdetto rappresenta il culmine di un processo legale che è stato piegato alla volontà politica degli attori coinvolti». Sull’onda di questa evidentissima spaccatura interna, ad esempio, tornano alla ribalta organizzazioni come i Proud Boys. Questi, estremisti di destra, nati nel 2018 e ufficialmente sciolti nel 2021, si starebbero preparando per le prossime elezioni, definendo l’attuale momento come “calma prima della tempesta” e per cui molti media sono tornati a paventare una possibile “guerra civile”. Anche senza questi estremismi, appare più che evidente la spaccatura in seno alla società statunitense.

Economia interna, diseguaglianze e debito pubblico

Dal punto di vista economico, gli Stati Uniti stanno accumulando una enorme quantità di debito. A differenza dei decenni passati (quando la loro egemonia mondiale era fuori discussione e la quantità di debito era un fattore marginale, potendo appoggiarsi sul dollaro come riserva mondiale), adesso, e sul medio-lungo periodo, con il processo di de-dollarizzazione in corso, il debito accumulato può diventare una variabile importante che pesa sulle decisioni economico-finanziarie del Paese. Il debito statunitense ha infatti superato i 34 mila miliardi di dollari e, sebbene rispetto al PIL non mostri pericoli, per gli investitori questo spaventa e allontana persone e Paesi stranieri dal dollaro, suscitando un crescente allarme anche a Wall Street. Così, in un editoriale del New York Times della scorsa settimana, l’economista premio Nobel Paul Krugman ha sentito la necessità di spiegare perché non deve spaventare l’incessante crescita del debito pubblico statunitense, segno di come sia la percezione della faccenda. L’economista ha detto che, mentre 34 mila miliardi di dollari sono un record, il debito in valore percentuale rispetto al PIL corrisponde all’incirca ai livelli visti alla fine della seconda guerra mondiale. Il rapporto debito/PIL nel 1941 era del 42%, mentre nel 1946 schizzò al 106%, iniziando poi una discesa che raggiunse il minimo registrato nel 1974, al 23%.

In foto: Esterno della Borsa di New York

La discussione è però accesa da svariati anni. Come hanno spiegato D.W. Elmendorf e N.G. Mankiw, «un fattore importante dietro il drammatico calo tra il 1945 e il 1975 è che il tasso di crescita del PIL ha superato il tasso di interesse sul debito pubblico per la maggior parte di quel periodo». Krugman ebbe già ad affermare che «il debito della Seconda guerra mondiale non è mai stato ripagato ed è diventato sempre più irrilevante man mano che l’economia degli Stati Uniti cresceva». Questa interpretazione della storia dà credito all’idea che, a un alto livello, il debito non dovrebbe destare grandi preoccupazioni. Tuttavia, altri ricercatori hanno suggerito ragioni per mettere in discussione questa interpretazione. In primo luogo, come discusso da autori come G. Hall e T.J. Sargent, oltre a B. Eichengreen e R. Esteves, gli Stati Uniti hanno effettivamente pagato parte del debito della Seconda guerra mondiale, registrando avanzi primari e imponendo tasse in eccesso rispetto alla spesa pubblica corrente, per gran parte del periodo in cui il rapporto debito/PIL era in calo. In secondo luogo, come discusso da autori come C.M. Reinhart e M.B. Sbrancia, i tassi di interesse sono stati mantenuti bassi rispetto alla crescita economica attraverso politiche che non sempre sono fattibili o desiderabili e che solo in quel periodo hanno avuto la loro ragione d’essere. Queste politiche includevano episodi di repressione finanziaria, il più chiaro dei quali fu l’ancoraggio dei tassi di interesse a bassi livelli da parte della FED dal 1942 al 1951, che mirava a ridurre il costo della guerra. Inoltre, i tassi di interesse reali ex-post sono stati ridotti da aumenti inaspettati dell’inflazione nel dopoguerra e, successivamente, negli anni ’60 e ’70. A causa di questi fattori, l’esperienza del dopoguerra non suggerisce necessariamente che l’economia statunitense cresca naturalmente dal debito e che questo possa essere ignorato per il fatto che l’economia interna cresca per forza, continuamente. Come che sia, questo da il quadro di come la discussione sia vissuta e come gli investitori possano esserne influenzati. In tutto questo va considerato anche il ruolo della Federal Reserve, che sempre più spesso risulta essere incapace di attuare decisioni politico-economiche adeguate.

Inoltre, dal punto di vista economico-finanziario, gli USA dimostrano sempre di più la spaccatura, anche politica, della propria società. Il 5 di giugno, la Corte d’Appello con sede a New Orleans ha respinto una norma della Securities and Exchange Commission (SEC) volta a dare agli investitori maggiore trasparenza sui fondi privati, consegnando una vittoria al settore che vale quasi 27 mila miliardi di dollari. Con tale decisione, la Corte si è pronunciata a favore di sei gruppi di private equity e hedge fund, ritenendo che la SEC abbia superato la sua autorità adottando la norma ad agosto scorso. La decisione è un nuovo colpo per la SEC ma anche all’equità, alla trasparenza e alla stessa democrazia. Sempre più spesso i gruppi imprenditoriali si rivolgono a tribunali di tendenza conservatrice per sfidare le regole federali che, a loro dire, richiedono burocrazia e spese inutili ed equivalgono a un eccesso di responsabilità. La norma della SEC è stata quindi annullata in favore di gestori di fondi che, in tal modo, non dovranno pubblicare relazioni trimestrali sulle prestazioni e sulle commissioni, eseguire audit annuali e smettere di concedere ad alcuni investitori un trattamento preferenziale rispetto ai rimborsi, oltre a un accesso speciale alle partecipazioni in portafoglio. La decisione si applicava a fondi di private equity, hedge fund, fondi di venture capital e gestori di fondi per investitori istituzionali come fondi pensione e dotazioni, tra gli altri.

Sanzioni e arroganza: gli Stati Uniti fanno sempre più paura agli investitori

«La forza del dollaro USA è, in parte, dovuta al suo status quasi incontrastato di bene rifugio. Detto questo, la maggior parte degli investitori non comprende la geopolitica e i pericoli che si nascondono sotto la superficie, fino a quando non è troppo tardi», ha detto Steve H. Hanke, professore di economia applicata alla Johns Hopkins University, che ha fatto parte del Council of Economic Advisers dell’ex presidente Ronald Reagan.

Sebbene molti investitori, come detto da Hanke, non si rendano conto delle conseguenze delle decisioni politiche in ambito internazionale finché non è troppo tardi, ce ne sono altri che invece capiscono bene quale sia la portata della politica estera sanzionatoria punitiva che Washington, e l’Occidente nel suo complesso, ha ormai intrapreso da tempo contro tutti coloro che non si piegano alle decisioni made in USA, minando il dollaro e il sistema finanziario occidentale più in generale. Gli esempi sono ormai tantissimi, da quelli più recenti fino a quelli passati. Dalle sanzioni alla Russia, alla Cina, all’Iran, a Cuba come anche ad una miriade di società private e altre organizzazioni non statali, finanche alle persone fisiche.

Gli investitori, per via di tale politica punitiva unilaterale, al di fuori di ogni legalità internazionale (che prevederebbe anche azioni in ambito ONU), stanno perdendo la fiducia nel sistema Occidentale e, nello specifico, statunitense, per la paura che, da un giorno ad un altro, possano finire nel mirino dei giochi di guerra che Washington porta avanti contro il resto del mondo, anche sul piano economico, commerciale e finanziario. Una revisione delle sanzioni del Dipartimento del Tesoro dell’ottobre 2021 ha rilevato che, in quell’anno, tali designazioni sono aumentate fino a raggiungere 9.421 soggetti sanzionati, dai 912 registrati nel 2000. Già all’epoca veniva osservato che «gli avversari americani – e alcuni alleati – stanno già riducendo» il loro uso del dollaro.

Dunque, gli Stati Uniti, che lo vogliano o meno, consapevolmente oppure no, ci stanno mettendo decisamente del loro nel processo di de-dollarizzazione che si mostra sempre più evidentemente su scala globale, non essendo più, agli occhi del mondo, quel Paese “sicuro” che si pensava potesse essere un tempo.

[di Michele Manfrin]

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4 Commenti

  1. Le conseguenze della politica statunitense sull’economia dei Paesi vassalli e servili come il nostro, e non solo, diventano sempre più pesanti anche sul piano sociale e politico. L’Europa, paga della “libertà dei servi” (citazione di un illuminante saggio del professor Viroli), rinnegando la sua storia, ha perso gli anticorpi al modello consumistico americano. Mi auguro un allargamento maggiore dei Brics.

  2. La deriva nazionalista e protezionista della politica economica americana scoraggia il capitalismo mondiale. Giustamente l’articolo cita le sanzioni che, sappiamo, non colpiscono chirurgicamente solo gli stati destinatari ma anche tutte le aziende nazionali che si occupano di import-export con stati “canaglia” (per dirla all’americana). Con la guerra in Ucraina, ad esempio, gli USA stanno riuscendo a far cadere le conseguenze economiche negative soprattutto sull’ Europa (il che fa parte di una strategia Usa ben precisa di indebolimento del nostro continente e del suo rapporto economico con la Russia) ma la globalizzazione crea feedback critici anche per la stessa economia Usa.

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