lunedì 24 Giugno 2024

L’odissea di Seif: incarcerato e in attesa di espulsione per un post filo-palestinese

Del caso di Seif Bensouibat avevamo già parlato il 24 gennaio scorso quando, per primi, abbiamo raccontato l’incredibile vicenda subita da questo educatore algerino, incensurato e regolarmente residente in Italia da dieci anni, che era stato colpito da una perquisizione domiciliare da parte della Digos ed era stato prima sospeso e poi licenziato dal liceo nel quale lavorava per il solo fatto di aver pubblicato dei contenuti sui social a sostegno della resistenza palestinese. Una vicenda oscura, i cui contorni ora si fanno ancora più inquietanti. Seif, infatti, è stato considerato “pericoloso per la sicurezza nazionale” e, di conseguenza, gli sono stati notificati la revoca dello status di rifugiato e il provvedimento di espulsione dal territorio italiano. Per questo motivo, l’uomo è stato prelevato dalle forze dell’ordine, portato all’ufficio immigrazione di via Patini e da qui trasferito nel Centro Permanenza e Rimpatrio di Ponte Galeria. Il legale dell’educatore, Flavio Rossi Albertini, chiederà la revoca del provvedimento della commissione territoriale. Nel frattempo, l’avvocato – che raggiunto telefonicamente da L’Indipendente ha confermato la vicenda – ha annunciato che il senatore di AVS Giuseppe De Cristofaro ha presentato una interrogazione urgente al Ministro della Giustizia e al Ministro dell’Interno per chiedere «se non ritengano il provvedimento del tutto abnorme rispetto ai fatti contestati e in violazione del diritto fondamentale alla libertà di manifestazione del pensiero dell’uomo».

La vicenda di Seif, che era dipendente a tempo indeterminato del liceo francese Chateaubriand, a Roma, era iniziata appunto lo scorso gennaio, quando il ragazzo vide fare irruzione nella sua camera da letto i poliziotti del Nucleo Antiterrorismo per una “perquisizione urgente” alla ricerca di armi ed esplosivi. Il tutto nonostante l’uomo fosse completamente incensurato. Gli agenti non trovarono nulla e, nel referto, misero nero su bianco l’esito negativo della perquisizione, ma Bensouibat venne comunque condotto in Questura, dove fu costretto a mostrare il suo cellulare ai poliziotti. Questi ultimi visionarono le sue conversazioni private, la sua galleria fotografica e una serie di post da lui pubblicati. Nello specifico, la Polizia gli avrebbe chiesto conto di due contenuti pubblicati su Whatsapp e Instagram – un’immagine dei bambini palestinesi massacrati a Gaza accompagnata la scritta “fino a oggi 10.000 bambini morti” e una foto del leader di Hamas – e un’immagine, trovata nella sua galleria fotografica, ritraente Ursula Von der Leyen.

Una volta tornato a casa, Bensouibat ricevette prontamente una chiamata dal preside della scuola per cui lavorava come assistente educativo, che gli comunicò di non recarsi più nell’istituto per «motivi di sicurezza». Tre settimane dopo, la scuola lo licenziò, comunicandogli la «radicale insussistenza delle condizioni oggettive» per il proseguimento del rapporto di lavoro. Ora a Seif è stato inferto il colpo finale, con la revoca del permesso di soggiorno e il provvedimento di espulsione. La Digos lo ha prelevato e portato nel Cpr di Ponte Galeria, considerato uno dei peggiori per le condizioni di detenzione per migranti della Penisola. La sua colpa è quella di aver condiviso, all’interno di alcune chat private di WhatsApp, messaggi di rabbia e sconforto per il massacro in atto a Gaza e per aver manifestato apprezzamento per un leader di Hamas. L’Italia, Paese che era chiamato a proteggere Bensouibat come rifiugiato politico, ora lo criminalizza per opinioni espresse in privato. Il giorno prima dell’arrivo dei poliziotti a casa di Bensouibat, i suoi amici avevano organizzato un volantinaggio di solidarietà di fronte al liceo Chateaubriand.

«Questo provvedimento sarà impugnato e quindi sarà sottoposto all’autorità giudiziaria, che dovrà rivalutare se quanto deciso dalla commissione corrisponda al giusto o si manifesti in termini di irragionevolezza, sproporzione e abnormità rispetto a quanto fatto da Bensouibat», ha dichiarato a L’Indipendente l’avvocato Flavio Rossi Albertini, che assiste il cittadino algerino. È evidente che c’è qualcosa che non torna nella decisione di espellerlo dal territorio nazionale a causa di post dettati da rabbia e frustrazione per quello che aveva visto in tv su quanto commesso di Israele in Palestina, rimandandolo nel Paese da cui l’Italia aveva ritenuto di doverlo proteggere». Secondo l’avvocato, la vicenda di Bensouibat «si iscrive in un quadro di omologazione e intimidazione rispetto a quella che è l’ormai estremamente diffusa critica alle politiche israeliane a Gaza», poiché «Seif diventa da questo punto di vista un esempio emblematico di un insegnamento che si vuole fornire al popolo che si muove attorno alla protesta». «Mi sembra evidente – spiega ancora Rossi Albertini – che la vicenda di Bensouibat non fosse meritevole di tali provvedimenti: questo ragazzo è stato perquisito a casa per armi ed esplosivi, secondo una norma nata per contrastare ben altri fenomeni che non la diffusione in chat chiuse di propri punti di vista, per quanto rabbiosi; poi è arrivato il licenziamento dal liceo francese per cui lavorava da 10 anni e ora la revoca dello status di rifugiato e il provvedimento di espulsione. Mi sembra evidente che ci siano molte cose che non tornano».

Ieri, anche gli studenti della tendopoli all’Università La Sapienza, in protesta contro i massacri di Israele a Gaza, hanno srotolato uno striscione di solidarietà verso Bensouibat, con la scritta «La repressione non ci fermerà, dalla parte giusta della storia. Con Seif, no CPR».

[di Stefano Baudino]

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