Il mantra (illogico) delle privatizzazioni come modo per risollevare l’economia

Il governo Meloni è uscito allo scoperto, rivelando ciò che in fondo era l’ennesimo segreto di Pulcinella della politica italiana: per onorare gli impegni economici e coprire la legge di Bilancio appena approvata bisogna fare cassa. Via dunque a un nuovo piano di privatizzazioni delle imprese partecipate dallo Stato che porterà, secondo gli auspici dell’esecutivo, a un’entrata pari a 20 miliardi di euro in tre anni. Sul tavolo ballano diversi nomi, tra cui Eni, Ferrovie dello Stato e Poste Italiane, a cui si aggiungeranno inevitabilmente altre imprese, dal momento che l’intenzione del governo è mettere sul mercato – laddove possibile – quote societarie di minoranza. A trent’anni di distanza dalla comparsa del fenomeno, una nuova ondata di privatizzazioni bussa dunque alle porte dell’Italia e, d’altra parte, da decenni la vendita dei beni pubblici e i tagli alla spesa sono visti come le uniche modalità possibili per fare cassa. Ma si tratta di una strategia che ha portato benefici fino ad ora? Ed è vero che non vi sono alternative?

Il nuovo piano di privatizzazioni che riguarderà i settori strategici del Paese prende forma, dando seguito a quanto previsto a settembre nella Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (NADEF). La settimana scorsa si è tenuto a Montecitorio un question time, in cui sono state avanzate domande a Giorgia Meloni e ai suoi ministri. Tra i temi trattati è comparsa anche la vendita di pezzi di imprese partecipate dallo Stato. Interrogata sui progetti relativi a Poste Italiane Fausta Bergamotto, sottosegretaria al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, ha dichiarato: «l’idea al vaglio dei soci pubblici (Cassa deposito e prestiti e Ministero dell’Economia, ndr) sarebbe quella di diluire la quota di entrambi mantenendo comunque la maggioranza assoluta del 51 per cento e dunque il controllo dello Stato non verrebbe messo in discussione». L’intenzione è di riservare quindi una “tutela” minima a quella società che nel 2018 l’attuale presidente del Consiglio Giorgia Meloni, all’epoca all’opposizione, definiva «un gioiello che deve rimanere in mano italiana e pubblica». Attualmente il nostro Paese controlla, attraverso Cassa deposito e prestiti e Ministero dell’Economia, il 64,26 per cento delle azioni della società postale. Per continuare a essere socio di maggioranza la cessione dovrebbe pertanto riguardare il 13 per cento delle azioni, il che si tradurrebbe, alle cifre attuali, in circa 1,7 miliardi di euro.

Per quanto riguarda invece il colosso energetico ENI, si stima di cedere il 4 per cento delle azioni statali, facendo assestare la quota pubblica intorno al 30 per cento. L’operazione dovrebbe portare nelle casse dello Stato circa 2 miliardi di euro. Un ulteriore miliardo è atteso nell’anno corrente dalla completa privatizzazione del Monte dei Paschi – mossa più volte invocata dall’Unione Europea. La cessione del rimanente 39 per cento delle azioni statali – così ridottesi dopo le operazioni di vendita del novembre scorso – si tradurrebbe in un’entrata di circa 1,4 miliardi di euro. Con le operazioni delle tre società citate si arriva a un incasso di 5 miliardi, appena un quarto dell’obiettivo dichiarato.

L’onda della privatizzazione dovrebbe interessare anche le Ferrovie dello Stato, ad oggi società a partecipazione pubblica organizzata in forma di holding, dunque una società che controlla altre società. Seguendo le linee guida emerse, il governo potrebbe decidere di vendere il 40 per cento delle Ferrovie e tenersi il restante 60 per cento delle azioni. La quantificazione del ricavo non è semplice, dal momento che andrebbe ben definito il valore della rete infrastrutturale (come strade e binari), creata negli anni a suon di investimenti pubblici e dunque di soldi dei contribuenti. A ciò si aggiunge la questione del come saranno remunerati i futuri investimenti realizzati a quel punto da fondi privati. Un costo che potrebbe ad esempio tradursi in tariffe maggiorate e finire direttamente sui consumatori attraverso un aumento dei prezzi dei biglietti dei treni.

Neoliberismo e privatizzazione

Lo scenario di un nuovo caro biglietti all’orizzonte apre il dibattito sugli effetti della privatizzazione e sulla funzione dello Stato nell’economia. Il neoliberismo – pensiero economico oggi dominante – demonizza il ruolo dell’attore statale e la spesa pubblica, a favore di un libero mercato senza freni e del processo di privatizzazione. Secondo la teoria neoliberista, gli attori privati dovrebbero agire sul mercato in termini concorrenziali, portando a una diminuzione dei costi finali (e dunque dei prezzi delle merci) per i consumatori e a un aumento della qualità della merce prodotta e venduta. Questa concorrenza in teoria libera ma nella pratica subordinata alla volontà di pochi e dunque ingarbugliata nella legge degli oligopoli sarebbe in grado di autoregolare il mercato, inseguendo il principio dell’efficienza e conferendo alle persone la “libertà” di poter decidere come spendere il proprio reddito, trovando una sponda nella riduzione al minimo delle tasse e nell’azzeramento della spesa sociale.

Il pensiero neoliberista ha iniziato a diffondersi in Occidente e nel mondo a partire dalla fine degli anni ‘70, trovando un primo laboratorio nella gestione economica del Cile di Pinochet. La nuova teoria ha spodestato quella in vigore – che faceva capo alle intuizioni di John Keynes – smantellando man mano l’assetto socialdemocratico che aveva assunto larga parte dei Paesi occidentali. Nel periodo compreso tra il secondo dopoguerra e gli anni ‘70 l’attore pubblico era visto come il regolatore dell’economia e il garante di un sistema fiscale progressivo dove i profitti delle aziende e dei cittadini più ricchi dovessero essere altamente tassati per finanziare solidi sistemi pensionistici, scolastici, sanitari e, in generale, di protezione sociale. Il ruolo centrale nell’economia conferiva autorità allo Stato, il quale aveva il compito di garantire il funzionamento dei servizi pubblici e di porre rimedio ai fallimenti di un mercato mosso – è bene ricordarlo – non dalla ricerca del benessere degli individui bensì dalla massimizzazione dei profitti.

Privatizzare l’Italia

Privatizzare, privatizzare, privatizzare. Ripetuta come un mantra, quella che è stata definita una “scelta ideologica di modernità” ha cambiato il volto dell’economia italiana. Nel 1993 la classe politica sorta dalle ceneri della Prima Repubblica ha individuato in una profonda campagna di privatizzazione la panacea e l’unica soluzione possibile al risanamento dei conti pubblici e di un’immagine sfregiata dallo scandalo Tangentopoli. La presenza statale nel mercato, attraverso decine di imprese partecipate, è stata indissolubilmente legata a fenomeni quali corruzione, inefficienza, eccessiva burocratizzazione, scarse capacità manageriali e assenza di seri piani industriali. Un’accusa frontale e generalizzata, che al posto di innescare un processo di autocritica e di risoluzione dei problemi, ha di fatto spazzato via il ruolo pubblico all’interno dell’economia.

Così, abbagliati dalla promessa di una governance privata efficiente, anti-spreco e trasparente, la classe politica italiana ha consegnato le chiavi del potere economico, procedendo in parallelo lungo la strada dello smantellamento della spesa pubblica. Si sono silenziate le questioni storicamente connesse al processo di privatizzazione delle società partecipate, come il conflitto d’interesse tra gli investitori privati e il perseguimento del bene comune. I privati potrebbero ad esempio esercitare pressioni per massimizzare i profitti a breve termine, a discapito dell’innovazione, della sostenibilità, del benessere generale o degli investimenti a lungo termine. La presenza dell’attore pubblico, più che la frequente concorrenza al ribasso tra privati, potrebbe inoltre stimolare e guidare una nuova stagione dei diritti dei lavoratori, non di rado limitati e compressi dai competitor non statali. Infine non può non essere citata la rinuncia – parziale o totale – dei dividendi futuri che comporta la privatizzazione delle società partecipate. Ritornando al caso recente si può prendere in considerazione Poste Italiane, che nel 2022 ha registrato un fatturato di 11,8 miliardi di euro e un utile netto pari a 1,5 miliardi.

Ad oggi, a distanza di trent’anni dall’ascesa del neoliberismo e delle privatizzazioni, possiamo tracciare un bilancio preciso delle promesse fatte dalla classe politica a milioni di italiani. L’ampia campagna di smantellamento della funzione pubblica, iniziata nel 1993 e proseguita negli anni a venire, ha interessato i settori strategici dello Stato: dal credito alle telecomunicazioni, passando per autostrade e automotive. Il debito pubblico non è diminuito, la corruzione non è scomparsa e diverse aziende in salute durante la gestione statale sono crollate sotto l’amministrazione privata. Esempio lampante è Telecom Italia, che sul finire dello scorso millennio contava più di 120 mila dipendenti, bilanci ampiamente positivi, filiali in giro per il mondo e partecipazioni in Francia, Spagna, Serbia, India e America Latina. Oggi la società dà lavoro a meno della metà dei dipendenti e si ritrova a fare i conti con un passivo da oltre due miliardi e mezzo di euro (dati 2022).

La privatizzazione è l’unica via per finanziarsi?

A novembre 2023 il debito pubblico italiano era pari a 2868 miliardi di euro, a fronte di un Prodotto Interno Lordo (PIL) di circa 2 mila miliardi. Ciò significa che il rapporto tra le due grandezze è del 140 per cento. In poche parole siamo sommersi dai debiti, che non riusciamo a ripagare con quanto produciamo. Come visto, la privatizzazione è una misura con effetto a breve termine che consente agli Stati di batter cassa, rinunciando – tra le altre cose – al diritto a futuri e costanti introiti. Mentre il governo Meloni usciva allo scoperto con il suo piano di privatizzazioni, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo (OCSE), non proprio un covo di comunisti, ha invitato l’Italia ad avviare un iter di riforme fiscali per incidere positivamente sul debito. Nello specifico, l’organizzazione suggerisce di spostare le imposte dal lavoro al patrimonio e alle successioni; una richiesta a cui ha fatto eco a livello mondiale l’appello lanciato da 250 milionari e miliardari in occasione del vertice di Davos per chiedere l’introduzione di tasse patrimoniali in modo che “i super ricchi possano contribuire a pagare migliori servizi pubblici”. Di recente la Banca d’Italia ha rivelato che “il cinque per cento delle famiglie italiane più ricche possiede circa il 46 per cento della ricchezza netta totale”. Nel 2020 una simulazione realizzata dall’economista l’economista Emmanuel Saez  ha previsto che, applicando in Italia un prelievo del 2 per cento ai patrimoni superiori ai 50 milioni di euro e del 3 per cento a quelli che superano il miliardo, si otterrebbe un’entrata annuale di circa 10 miliardi di euro.

Ritornando al reddito è necessario citare l’ultimo studio congiunto della Scuola Superiore Sant’Anna e dell’Università di Milano-Bicocca, che ha rivelato la situazione paradossale in cui è ingarbugliato il sistema fiscale italiano. Quest’ultimo, infatti, è solo moderatamente progressivo per il 95 per cento dei contribuenti con reddito più basso, mentre diventa regressivo per il 5 per cento più ricco. A pesare sul risultato è soprattutto la composizione del reddito dei super ricchi, dove la fanno da padrone rendite finanziarie e locazioni immobiliari, che godono di un regime tributario agevolato. Tale quadro tracciato dalla Scuola Superiore Sant’Anna e dall’Università di Milano-Bicocca stride in modo evidente con l’articolo 53 della Costituzione, secondo cui “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

[di Salvatore Toscano]

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9 Commenti

  1. L’imbecillità e ignoranza politica, (ripeto e sottolineo tale affermazione in qualità di economista) procede verso la totale sudditanza politica, economica e sociale dell’Italia ai dettami USA che ha disindustrializzato l’Europa, grazie alla complicità dei (scadenti) governanti europei depauperando le sue economie nazionali e ora siamo ai ritocchi finali con le privatizzazioni di qualunque attività economica.
    Rammenterei quanto le attività di privatizzazioni erano state criticate dagli economisti, dai decenni 1980 e 90, sottolineando che non era il cambio di personalità giuridica che conferiva ad una azienda la capacità di diventare più virtuosa. Anzi, gli acquisti e fusioni hanno compromesso l’equilibrio sociale-economico, attraverso ristrutturazioni e “razionalizzazioni” degli organici (riduzione con licenziamenti del personale e adozione di contratti precari a vita) senza apportare nessun miglioramento economico, anzi, hanno contribuito a un prolungamento silente della recessione economica 1973-1986.
    Impedire (grazie ad alcuni sindacati che hanno prestato il fianco alle decisioni della Confindustria) ai giovani di godere di un fine settimana (adozione del fine settimana lavorativo e allargamento degli orari notturni nel settore terziario) ha fatto crollare la domanda al settori dello svago (alberghiero, ristorazione, bar, spettacoli, ecc.)
    I tempi di Pininfarina, uno dei più eccelsi Presidenti della Confindustria italiana, capace di aggregare priorità sociali a quelle economiche produttive, sono ormai sotterrati dalle ambizioni finanziarie.
    Quando negli anni 1980 molti acclamavano l’ingresso della finanza nelle imprese, criticavo loro l’assenza di spirito lungimirante, in quanto l’obiettivo produttivo delle imprese sarebbe mutato in quello finanziario. È la realtà nella quale ci ritroviamo già da quarant’anni, durante i quali le condizioni economiche e sociali hanno continuato a degradarsi, grazie alle PRIVATIZZAZIONI.
    Quando un governo, in una politica di (pseudo) rilancio predilige la via della privatizzazione, al punto ove siamo arrivati dopo 40 anni, sarebbe più facile a tal punto rimettere – per un minimo di onestà (ormai discutibile in seno ai governi europei) – qualunque decisione della politica restante (poiché quella estera è stata ormai totalmente assorbita da Washington) nelle mani del Governo USA.
    E questo è solo l’inizio della fine!

  2. Va sempre ricordato che siamo un paese a sovranità limitata, vassallo degli Usa, per cui i vari governi devono eseguire quello che viene deciso altrove. È inutile scandalizzarsi se la Meloni si sta rimangiando tutto quello che diceva quando era all’opposizione. Se lo facesse davvero, il suo governo durerebbe una settimana. Quindi se i nostri padroni hanno deciso di fare shopping di aziende in Italia, come ai tempi dell’IRI del beneamato Prodi, noi non possiamo fare altro che obbedire, cioè privatizzare a favore dei padroni

  3. Va sempre ricordato che siamo un paese a sovranità limitata, vassallo degli Usa, per cui i cari governi devono eseguire quello che viene deciso altrove. È inutile scandalizzarsi se la Meloni si sta rimangiando tutto quello che diceva quando era all’opposizione. Se lo facesse davvero, il suo governo durerebbe una settimana. Quindi se i nostri padroni hanno deciso di fare shopping di aziende in Italia, come ai tempi dell’IRI del beneamato Prodi, noi non possiamo fare altro che obbedire.

  4. L’indebitamento, così stando le cose come ben descrive l’articolo, è destinato a continuare esponenzialmente. Pertanto le quote residue di controllo pubblico saranno probabilmente perdute. Ma l’apparato (nazionale e globale) ha in agenda un mezzo per evitare il peggio e ritornare al controllo sociale oltre che a quello della spesa pubblica: la digitalizzazione integrale della moneta. L’agenda per poterla rendere operativa è già partita e dovrebbe concludersi entro 5 anni secondo i piani della BCE.

  5. Concordo, ma non condivido la criminalizzazione a prescindere di questo o quel personaggio politico uno per l’altro devo sempre aggiustare il tiro di scelte mal ponderate dei governi che si sono susseguiti a suon di giochi di palazzo e schifezze varie a scapito dei cittatini diciamo le cose come stanno

  6. Articolo chiaro e comprensibile a tutti.
    Al fine di reperire fondi per migliorare i conti dello stato, non vedo perchè, con i mezzi tecnologici oggi a disposizione, non si provvede al trattenimento da parte dello stato dello 0,001% su tutti i movimenti economici finanziari che circolano in rete ogni santo minuto della giornata. tale percentuale sarebbe irrisorio per il comune cittadino che effettua un bonico ma la somma sarebbe rilevante se commisurata all’enormità dei movimenti in circolazione.
    C’è qualcuno che sarebbe in grado di quantificare il volume delle entrate?
    P.S. con questo sistema si potrebbero colpire anche i movimento verso i paradisi fiscali.
    Grazie

  7. Un sistema complesso che ha radici nella finanza dove si vuole che le aziende diventino tutte delle public Company dove lo scopo principale e dare i dividendi e tenere alto il valore dell’azione. Con un misero 10% di azioni lo “stato” può restare al controllo di una società come azionista di maggioranza ma dall’altra parte deve rispettare, forse, gli obiettivi prima detti. In molte multinazionali completamente “private” l’azionista di maggioranza detiene il 2% e avendo il diritto di veto in consiglio di amministrazione decide per il 98% che è completamente frazionato. Quindi, il vero problema temo che non sia solo chi controlla ma anche quali sono gli obiettivi di un’azienda. A priori un servizio pubblico non può entrare nella microeconomia a cui appartiene la finanza, anche se con l’invenzione dell’euro e della BCE, completamente privata, sono riusciti pure a controllare quella, ottenendo interessi sul denaro emesso verso i singoli stati europei. Hanno fatto diventare il deficit statale un debito privato. Pensa che geni! E tutti noi dei tonti.

  8. Comincino a restituire i denari i ladri in parlamento (p volutamente minuscola) a cominciare dai 49 milioni di euro dellla lega e di tutti coloro che hanno doppia attività… E che provvedano ad istituire la patrimoniale e che facciano girare i soldi per migliorare questo povero nostro Paese in istruzione, sanità, e in tutto ciò che serve per rendere più agevole la vita di tutti!

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