Come incentivare i cittadini a disarmarsi: il caso dell’Australia

Prendendo in considerazione i dati relativi ai soli Stati Uniti e valutando esclusivamente i primi sei mesi del 2023, il Gun Violence Archive dice di aver già contato sul territorio più di 200 sparatorie di massa, quelle cioè che per definizione coinvolgono quattro o più persone che rimangono ferite o uccise. In Europa non tutte hanno fatto notizia o hanno avuto la stessa risonanza, ma quei pochi episodi che hanno trovato spazio sui nostri giornali o in tv sono stati sufficienti a dimostrare che non sono molti gli argomenti di discussione che suscitano reazioni emotive così forti e appassionate come questo. L’opinione, concorde sull’idea che le sparatorie di massa siano una piaga da estirpare, si divide invece su cosa sarebbe necessario fare per impedire che accadano ancora e su come, più in generale, sarebbe meglio affrontare il problema della violenza armata. Non tutti gli Stati, però, sono rimasti a guardare. L’Australia ha infatti da tempo risolto alla radice il problema, unico tra i Paesi storicamente alle prese con un problema evidente di armi e sparatorie ad averlo in buona parte risolto.

L’Australia alla fine degli anni ’90 ha risposto alla questione della violenza delle pistole attuando una politica semplice e rigida allo stesso tempo, che ha previsto uno dei più grandi programmi di riacquisto di armi private della storia recente. Una strategia che non è detto possa funzionare anche altrove – d’altronde ogni Paese è profondamente e culturalmente diverso – ma che almeno vale la pena analizzare più nel dettaglio. Come ha scritto in un editoriale lo stesso John Howard, ex  primo ministro australiano, protagonista della riforma poco sopra citata, «posso, tuttavia, descrivere ciò che io ho fatto per frenare la violenza armata a seguito di un orribile massacro, nella speranza che possa contribuire in modo costruttivo al dibattito negli Stati Uniti».

Quel 28 aprile del 1996 qualcosa cambiò per sempre

[Martin Bryant]
Il 28 aprile 1996 Martin Bryant, un uomo di 28 anni, entra in un caffè di Port Arthur, una cittadina turistica dell’isola della Tasmania, al largo della costa meridionale dell’Australia. Dopo aver mangiato qualcosa seduto ad un tavolino, infila la mano nella sua borsa e imbraccia un fucile semiautomatico Colt AR-15. Spara all’impazzata: uccide trentacinque persone e ne ferisce più di venti. John Howard, l’allora primo ministro in carica, insediatosi da poco più di un mese, pensa che la causa sia una sola: gli australiani hanno troppe pistole e possono procurarsele con troppa facilità. Un’idea condivisa da tutti i capi degli Stati della federazione australiana – senza il cui appoggio il politico non avrebbe potuto farcela, visto che il Governo nazionale, da solo, non ha alcun controllo sul possesso, la vendita o l’uso delle armi nelle singole regioni – che accettano una riforma radicale della legge. È nato così il National Firearms Agreement (NFA), un accordo nazionale sulle armi da fuoco redatto il mese dopo la sparatoria, che ha previsto principalmente tre misure: l’introduzione di un registro di tutte le armi possedute nel Paese, l’inasprimento delle regole sulle concessioni delle licenze – le armi semiautomatiche e automatiche possono essere utilizzate solo da un ristretto gruppo di persone autorizzate – e l’avvio di un programma temporaneo di riacquisto, da parte dello Stato, di tutte quelle armi un tempo legali e che per via delle nuove regole non lo sono più. In pratica, in cambio delle pistole e per compensare la loro perdita, i Governi federali hanno pagato agli ex proprietari una cifra in denaro, stabilita da un comitato nazionale in base al valore di mercato del momento. Il costo del riacquisto è stato coperto da una speciale tassa, una tantum, imposta a tutti i cittadini. L’accordo ha inoltre concesso l’amnistia legale a chiunque abbia consegnato armi possedute illegalmente – e che erano tali già prima dell’NFA. Alla fine, grazie al provvedimento, le amministrazioni sono riuscite a recuperare quasi 700.000 armi, distrutte dopo il riacquisto. Stando a quanto riferito da Howard, «gli abitanti delle città hanno sostenuto il nostro piano», anche se «c’è stata una forte resistenza da parte delle zone più rurali dell’Australia. Molti agricoltori si sono risentiti quando gli è stato detto di consegnare le armi che avevano usato in sicurezza per tutta la vita. Penalizzare cittadini onesti e rispettosi della legge a causa del comportamento criminale di altri sembrava ingiusto. Ho capito i loro dubbi. Eppure sentivo che non c’era alternativa».

Dopo quella del 1996, nel luglio del 2017 il Governo ha concesso un altro periodo di amnistia (di tre mesi), per permettere ancora una volta di consegnare volontariamente armi da fuoco non registrate – o un oggetto correlato come munizioni, accessori, o parti di arma da fuoco – alla polizia o a venditori autorizzati, senza incorrere in sanzioni. Anche in questo caso, come ha commentato Philip Alpers, un professore dell’Università di Sydney esperto di politiche sulle armi, si è trattato di un «vero successo», che in totale ha portato al sequestro di circa 57 mila armi illegalmente detenute – anche se, come sottolineato dall’esperto, è poco probabile che a consegnare le armi siano state e saranno le persone che le usano per compiere dei crimini.

La svolta più significativa è arrivata però a metà del 2021, quando il Governo ha deciso di introdurre l’amnistia permanente. Dal bilancio del primo anno di attività è emerso che gli australiani hanno consegnato più di 17mila armi da fuoco – principalmente fucili – tra cui anche un lanciafiamme dell’era della guerra del Vietnam, affidato alla polizia di Canberra. Secondo un sondaggio anonimo, la metà delle persone ha dichiarato di aver restituito le armi perché «non ne aveva più bisogno o non le voleva più», mentre circa il 15% ha detto di averlo fatto per un senso di responsabilità. Solo l’1% ha affermato di aver preso questa decisione per evitare una condanna penale.

Le vittime da armi da fuoco sono diminuite oppure no?

«Oggi c’è un ampio consenso sul fatto che le nostre riforme del 1996 non solo hanno ridotto il tasso di omicidi legati alle armi, ma anche il tasso di suicidi, così come si sono quasi completamente azzerate le stragi di massa». John Howard è quindi chiaramente convinto che la sua politica sia stata vincente. Un’idea che secondo le ricerche pubblicate da David Hemenway e Mary Vriniotis di Harvard, ha ragione di esistere. I due esperti, esaminando il tasso di suicidi e omicidi in Australia dopo l’NFA, hanno dichiarato che la misura sembra aver avuto «un incredibile successo in termini di vite salvate». Nello specifico, si legge che il tasso medio di suicidi con armi da fuoco in Australia nei sette anni successivi al disegno di legge è diminuito del 57% rispetto ai sette precedenti, mentre il numero medio di omicidi si è quasi dimezzato (42%). ù

Gli studi successivi – e più recenti – hanno ridimensionato gli entusiasmi, pur mantenendo viva l’idea che dopo la riforma un’evoluzione c’è effettivamente stata. Prima di tutto va tenuto presente che il tasso di omicidi in Australia era già in calo prima dell’NFA. Quindi il merito non può essere attribuito totalmente alla nuova legislazione. Di fatto una rianalisi delle prove disponibili, condotta nel 2021 dalla RAND Corporation, un think tank statunitense, ha rilevato che è molto difficile stabilire quanto effettivamente le scelte politiche abbiano contribuito alla riduzione della violenza armata. Tuttavia i dati dicono che tra il 1996 e il 1997 – l’anno di introduzione dell’NFA – l’Australia ha assistito alla più grande diminuzione percentuale del tasso di omicidi di qualsiasi altro biennio compreso tra il 1915 e il 2004. E ancora. Un altro studio del 2018 ha rilevato che nei 18 anni prima di Port Arthur, l’Australia ha subito 13 sparatorie di massa, mentre negli anni successivi (fino al 2018) il Paese ne ha subita solo una. Tant’è che Alpers, esperto di politiche sulle armi, è convinto che invece i dati dimostrino senza se e senza ma che l’impatto della legge sui decessi sia stato significativo, visto che «il risultato è stato il rischio di morte per arma da fuoco in Australia statisticamente ridotto di oltre il 50% negli ultimi 22 anni. E non ha mostrato alcun segno di aumento».

Alla fine, anche secondo la stessa RAND, «le prove a disposizione non riescono comunque a smentire l’affermazione secondo cui l’NFA ha causato riduzioni di sparatorie di massa e omicidi» e suicidi, compiuti solitamente con un’arma da fuoco perché ha molta più probabilità di successo rispetto ad altri metodi (tipo assunzione di pillole). In generale, riassumendo quanto detto fino ad ora, le politiche in tema di armi adottate dall’Australia potrebbero aver salvato vite umane, probabilmente riducendo gli omicidi e quasi certamente dimezzando i suicidi. E, nonostante gli interrogativi siano ancora numerosi, in un’era in cui quello della violenza armata è ancora un problema estremamente vivo, l’esempio dell’Australia è una valida pagina di storia a cui guardare.

[di Gloria Ferrari]

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