sabato 20 Luglio 2024

L’acqua del Nilo è sempre meno e fa litigare Egitto ed Etiopia

Nel continente africano numerosi conflitti interni o tra Regioni vicine si alimentano a causa della diminuzione delle risorse naturali. Come quello sull’acqua dolce nato tra Egitto, Etiopia e Sudan e che adesso è sul punto di esplodere dopo l’annuncio del governo etiope di aver completato il riempimento del bacino della Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), la diga da 5 miliardi di dollari posizionata su un affluente del Nilo – quello chiamato ‘azzurro’ – che Egitto e Sudan considerano una minaccia al proprio sostentamento.

Le acque del fiume, infatti, garantiscono benefici a tutti e tre i Paesi coinvolti nella disputa per via della sua portata idrica e del limo fertile che trasporta. La GERD, un’opera di alta ingegneria, è stata costruita dal Governo etiope a partire dal 2011 (e inaugurata l’anno scorso alla presenza del primo ministro Abiy Ahmed) proprio per sfruttare le caratteristiche dell’affluente e imprigionarne parte del flusso, con un duplice scopo: avere così una grossa una riserva idrica – il bacino creato può arrivare a contenere decine di miliardi di metri cubi – e produrre energia elettrica, con la possibilità di poter rivendere quella in eccesso. Una struttura quindi in grado di risollevare le sorti etiopi e ridare lustro ad un Paese in cui la povertà si fa sentire più che altrove.

Mettere in azione la diga, però, soprattutto se fatto nella maniera sbagliata, può significare lasciare praticamente a secco le altre due Regioni, Egitto e Sudan. Più a valle infatti, spostandosi verso il centro del continente, il Nilo Azzurro incontra Khartoum, la capitale sudanese che – nonostante si trovi in una zona di confluenza fra i due affluenti del Nilo – nel 2020, quando l’Etiopia provò ad attivare la diga, si era ritrovata in grave difficoltà idrica. Conseguenze che si inaspriscono spostandosi ancora più giù, verso Il Cairo, dove dieci milioni di persone vivono in funzione delle acque del fiume. Più in generale, l’Egitto ha dichiarato di dipendere dal Nilo per oltre il 90% dell’acqua dolce di cui usufruisce, e teme che la diga possa avere un effetto devastante su diversi aspetti della vita – il fiume per esempio fornisce acqua potabile a quasi tutti gli egiziani ed è essenziale per la sopravvivenza di milioni di africani.

Per l’Etiopia, invece, costruire la Grand Ethiopian Renaissance Dam è una possibilità concreta di rinascita, un simbolo destinato ad essere il più grande impianto idroelettrico dell’Africa, con un potenziale a pieno regime di 6.45 gigawatt, in grado illuminare milioni di case – ad oggi solo il 25% della popolazione ha accesso alla corrente. Un progetto che, soprattutto dopo il riempimento del bacino, il Ministero degli Esteri egiziano ha definito «illegale» perché non rispetterebbe quanto pattuito in un accordo di cooperazione del 2015.

Tale patto, stilato tra i tre Paesi, aveva come oggetto la gestione delle acque del fiume, ma il contenuto è stato ritenuto vago al punto da portare ciascun Paese a interpretarlo a proprio piacimento. In generale, fino ad ora, i negoziati non hanno mai portato risultati concreti: gli interventi di ONU, UE ed Unione Africana, richiesti dai contendenti, non sono riusciti a trovare una posizione comune che metta d’accordo tutti una volta per tutte.

Intanto, mentre gli esseri umani si contendono il dominio sul fiume, questo si ammala e si svuota. Fattori come cambiamento climatico e sfruttamento eccessivo stanno prosciugando la sua portata. Secondo le previsioni delle Nazioni Unite il flusso potrebbe ulteriormente diminuire del 70% entro il 2100 per via della mancanza di precipitazioni e dell’aumento della siccità. Una penuria d’acqua che porterà inevitabilmente ad una crescita dei conflitti armati. Aspetti che però, ad oggi, fanno ancora troppo poco rumore rispetto a tutto il resto.

[di Gloria Ferrari]

 

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