giovedì 30 Maggio 2024

Panafricanismo: l’utopia della liberazione africana è ancora in marcia

A seguito della repressione e dell’annientamento sistematico delle società africane in ogni loro aspetto, operato dalle potenze occidentali durante la colonizzazione (e, per certi versi, operante ancora oggi), alla fine dell’Ottocento ha cominciato a diffondersi tra gli africani un sentimento di volontà di ritorno a radici comuni e ad un comune senso di appartenenza e origine. Iniziò a diffondersi così l’idea che tra gli africani rimasti in Africa, quelli costretti alla diaspora e i loro discendenti vi fosse un’appartenenza comune, che affondava le proprie radici nel continente africano e nell...

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10 Commenti

  1. Grazie Valeria C.
    La questione Africana è vitale. Un’ immensa problematica dello sfruttamento, non solo economico ed umano, ma soprattutto culturale. Gli stati occidentali, seguiti poi dalle potenze asiatiche, hanno gestito questo abuso utilizzando tutte le forme possibili di corruzione ed ipocrisia.
    (Ricordiamo che l’essere umano è nato in Africa. Lucy, prima “donna-scimmia”, 3milioni di anni fa ca. e poi l’Homo habilis circa 2 mil. di anni fa).
    Dall’epoca del commercio triangolare (schiavismo) al colonialismo al neo-colonialismo, la civiltà europea ha sfruttato le risorse ed anche modellato la storia e l’antropologia delle genti africane. Lo stesso Senghor non ha potuto fare a meno di studiare a Parigi e la sua lirica della negritudine è intrisa di cultura e sensibilità europea. La civiltà africana, definita della parola, è stata completamente stravolta dalla cultura SCRITTA.
    Non credo che ci possa essere una rinascita dell’ “Africana” solo economica e politica, senza una profonda valutazione delle radici profonde di una cultura che può essere fondamentale per tutti noi. Eredi di una ecologia totale come una specie di Animismo Contemporaneo.

    (interessante l’intervista di Matteo Gracis a Isak Muslim https://www.youtube.com/watch?v=k6GqMUT5nBQ )

  2. Si perde tempo a scrivere di Africa se non si capisce la sfida di fronte a tutta l’umanità: Quella che la scienza funziona!
    Quindi che sia Africa o sia Norvegia va avanti chi crea le strutture migliori per affrontare ogni difficoltà con una scienza sempre più avanzata, tutto il resto son solo chiacchiere specie scopiazzare gli USA con gli Stati Uniti d’Africa 😂 ridicolo, facciamo invece come dice Prodi, mille Università Afro- Europee.

  3. P.S.: a parte i complimenti all’autrice, il pezzo mi stimola una riflessione; le rivendicazioni e gli obiettivi fatti da Seba (necessità di mantenere la propria identità e storia e non diluirle nel calderone dell’integrazione forzata) sono le stesse che spesso si sentono nelle dichiarazioni di tanti personaggi dalle nostre parti, i quali vengono immediatamente tacciati di suprematismo e di razzismo. Chiaro che i presupposti sono molto diversi, ma l’ironia è lampante, a mio avviso (e dimostra gli stessi concetti appena esposti).

  4. Articolo interessante e ben articolato. Mi è mancato un passaggio sull’importanza della creazione del OUA negli anni 60, in piena fase di decolonizzazione. Nel discorso panafricanista Haile Sellassie non ha solo ispirato il rastafarianesimo…

  5. Chiara esposizione. In un romanzo di Chinua Achebe, La’ dove batte la pioggia, veniva esposta la sequenza di interventi europei che poi portarono alla creazione di colonie. In sintesi egli indicava come primo elemento gli esploratori, poi la rottura della sacralità. Mentre ad es. la popolazione si opponeva ad entrare in un bosco perché dimora degli spiriti, l’esploratore europea sfidava la credenza inoltrandosi nel bosco: ciò rappresentava la sfida alla sacralità della popolazione africana. Ciò apriva la strada quindi ai missionari che cambiavano la base culturale della popolazione per consentire poi facilmente l’intervento armato degli europei per sottomettere la popolazione. Mi sembra che nella Analisi di Valeria Casolaro sia implicita la volontà degli africani a lottare per la propria indipendenza a partire dal riallacciare il filo della propria storia, da dove esso era stato interrotto dall’intervento coloniale.

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