Dopo mesi di incessanti richieste da parte del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, gli Stati Uniti hanno deciso che tra le prossime forniture militari dirette a Kiev figureranno anche le bombe a grappolo. La notizia era nell’aria da qualche giorno, da quando l’emittente Cnn ne aveva parlato in via esclusiva sotto forma di indiscrezione. Alla decisione di Washington, i silenti alleati occidentali hanno reagito con prudenza, contrari ma attenti ad evitare critiche. Parigi e Berlino hanno spiegato che non seguiranno la mossa di Biden citando la convenzione che hanno sottoscritto contro le bombe a grappolo. Lo stesso ha fatto il governo italiano. Il segretario delle Nazioni Unite António Guterres, finora timido nell’esercizio delle sue funzioni, si è detto «contrario all’uso di queste armi». Si tratta d’altronde di materiale bellico noto per le gravi lesioni che provoca ai civili, tanto da essere proibito in più di cento Paesi del mondo. Tra questi non figurano né Ucraina e Russia, che stanno usando le bombe a grappolo nel conflitto alle porte dell’Europa, né tantomeno gli Stati Uniti, che ripristineranno le scorte di Kiev.
Cosa sono le bombe a grappolo?

Per bomba a grappolo (cluster bomb) si intende un involucro in metallo contenente centinaia di ordigni, chiamati “submunizioni”. Di solito le bombe a grappolo vengono sganciate da un aereo, anche se non mancano i lanci da terra con obici. Ad ogni modo, quando le bombe raggiungono un’altezza prestabilita si aprono e le submunizioni al loro interno si distribuiscono sull’area sottostante (che può arrivare a 30 mila metri quadrati). La maggiore copertura di fuoco comporta una certa imprevedibilità, che si traduce spesso in gravi lesioni per i civili presenti nell’area bombardata. Secondo i dati di Handicap International, il 98% delle oltre 13mila vittime causate da bombe a grappolo nei conflitti più recenti è rappresentato dalla popolazione civile, mentre il 27% sono bambini. Gli “effetti collaterali” possono verificarsi anche a distanza di decenni, a conflitti ormai conclusi, a causa degli ordigni inesplosi. Un’ipotesi non trascurabile, come dimostrano le stime realizzate dalle Nazioni Unite sulla guerra in Libano del 2006. La massima organizzazione internazionale ha rivelato che il 40% delle submunizioni sganciate da Israele in quel conflitto sono rimaste inesplose.
L’esordio delle bombe a grappolo risale a qualche decennio prima, ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, quando l’Unione Sovietica le usò contro l’esercito tedesco. Tra gli anni ‘60 e ‘70 gli Stati Uniti hanno sganciato circa 270 milioni di ordigni in Vietnam e Laos. Qui fino al 2009 (dunque a distanza di 36 anni dal termine del conflitto) sono morti oltre cento civili all’anno a causa delle bombe inesplose.
Successivamente, le bombe a grappolo sono state utilizzate da Washington per i conflitti in Iraq, Afghanistan e Kosovo, interrompendo la loro produzione nel 2016. Ciò significa che le armi che arriveranno a Kiev saranno degli avanzi di magazzino, come avvenuto in precedenza con i missili Patriot. Il ministro della Difesa ucraino Oleksiy Reznikov ha comunicato le cinque condizioni con cui il Paese si impegna a utilizzare le bombe a grappolo fornite da Washington. Tra queste c’è il principio di non utilizzo sul territorio russo e sulle città ucraine, accompagnato dalla promessa di una tempestiva campagna di sminamento al termine del conflitto. A dispetto della retorica, sono diversi i Paesi che al termine dei conflitti non sono riusciti a ripristinare il territorio, trovandosi a fare i conti con un’elevata concentrazione di ordigni inesplosi, come nel caso della Repubblica del Nagorno Karabakh, oltre ai già citati Libano, Vietnam e Laos.
Le bombe a grappolo che gli Stati Uniti invieranno a Kiev sono munizioni di artiglieria da 155mm che devono essere lanciate da terra con gli obici. Secondo il New York Times, Washington ha a disposizione due modelli di queste armi: le M483, che contengono 88 submunizioni, e le M864, che hanno una gittata più lunga e contengono 72 submunizioni. In entrambi i casi, Washington parla di un “dud rate” (tasso di non esplosione) di appena il 2,35%. Non è chiaro come il Dipartimento della Difesa statunitense sia arrivato a queste cifre, anche perché le munizioni sono state sviluppate per la prima volta decine di anni fa e i test mostravano un “dud rate” molto più elevato.
Le bombe a grappolo nel diritto internazionale

Alla luce delle conseguenze per la popolazione civile, suscettibili di configurarsi come crimini di guerra, è stata adottata in ambito ONU la convenzione sulle bombe a grappolo, che ne vieta “l’uso, la produzione, il trasferimento e lo stoccaggio”. Il trattato di Oslo del 2010 è stato ratificato da 111 Paesi (tra cui l’Italia e tutta l’Unione europea). I restanti o hanno semplicemente firmato il trattato o hanno ignorato la questione, come nel caso di Stati Uniti, Russia, Cina, India, Ucraina e Brasile. Tale situazione giuridica li legittima, sul piano del diritto, all’utilizzo delle bombe a grappolo, nonostante le conseguenze che ne derivano e gli appelli lanciati dalle associazioni a difesa dei diritti umani.
Tra i Paesi che hanno ratificato la Convenzione figurano anche diversi membri della NATO. Il segretario Jens Stoltenberg ci ha tenuto a precisare che l’Alleanza «non ha una posizione sulle munizioni a grappolo: molti alleati hanno firmato la convenzione che le vieta, altri no. Sono i singoli membri a decidere che armi inviare: la Russia usa le munizioni a grappolo per invadere l’Ucraina, Kiev per difendersi». Ciò non elimina però la loro natura di “trappola per civili”, giustificata perché anche il nemico ne fa uso. Il superamento di questa particolare “linea rossa” apre a diversi interrogativi, riguardanti soprattutto la tenuta mediatica della Casa bianca, il cui ethos di “massima democrazia” stride con diverse scelte impopolari, come la mancata adesione alla Convenzione sulle bombe a grappolo. Sono davvero queste ultime la decisione migliore per il popolo ucraino?
[di Salvatore Toscano]





La linea rossa l’hanno già superata da un pezzo: Usa, Cina, India, Russia, Ucraina, Brasile, Arabia Saudita, Israele e Brunei… Mi chiedo perché noi europei, sedicenti liberal-democratici, dobbiamo ad ogni costo essere gli zimbelli del mondo. Fra una decina d’anni saremo solamente un posto di villeggiatura.
Questo è un segnale di ricerca di sganciamento degli USA dal conflitto. Non potranno farlo apertamente perché perderebbero la faccia di fronte a tutto il mondo. Debbono trovare qualche mossa che passi in sordina
Trattative e dialogo e mediazioni e diplomazia : questo è il grappolo di azioni che devono essere attuate.
Gli Usa fanno i loro interessi: sfiancare la russia usando gli ucraini come carne da macello, minare la stabilità dell’Europa (compito alquanto semplice) e smaltire le scorte di magazzino (che hanno dei costi). Adottano la vecchia strategia del “Dividi et impera”. Il problema siamo noi che gli lecchiamo il deretano andando contro i nostri stessi interessi. L’impero a stelle e strisce finirà. Spero in modo non troppo traumatico
Sono già morti e non lo sanno è questione di tempo ma gli Stati Uniti tracolleranno e i miliardi di dollari finti diventeranno carta igenica. Questa sporca guerra gli si ritorcerà contro, ma noi europei che fine faremo se governati da quella ciurma di imbecilli che ci sono oggi?