martedì 18 Giugno 2024

Perché non si riescono a riciclare tutti i rifiuti tessili

La risposta è semplice e complessa allo stesso tempo. Semplice: si produce sempre di più e, di fatto, il volume del tessile prodotto è aumentato in maniera vertiginosa negli ultimi anni (solo nell’Unione Europea si producono circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti tessili ogni anno, tra cui indumenti usati, ma anche lenzuola, tappeti, copriletti, tappezzerie, ecc.). Complessa, perché ad un aumento così consistente non è corrisposto un adattamento delle pratiche di smaltimento onesto, responsabile e pensato in un’ottica circolare (quella tanto cara al Piano d’azione per l’economia circolare firmato nel 2019). Lo smaltimento, in un modo o nell’altro viene fatto, spesso spostando l’eccesso di rifiuti tessili nei paesi in via di sviluppo; in pratica prima li deprediamo delle risorse primarie, poi li ringraziamo inondandoli con la nostra spazzatura (di Waste Colonialism ne avevamo già parlato). Una pratica che non può avere lunga vita e alla quale bisogna trovare alternative valide, utili e concrete.

Rifiuti pre e post consumo

I rifiuti tessili non sono tutti uguali e si dividono prevalentemente in due categorie: pre e post consumo. I rifiuti pre-consumo sono gli scarti di produzione, derivati dalle varie fasi di lavorazione di tessuti e capi: tutto quello che “cade” dal tavolo del taglio o durante la confezione di abbigliamento o tessuti. Il materiale sprecato in questa fase si può aggirare tra il 10-15% fino al 25%. Nonostante i principi di zero-waste (zero rifiuti) ed eco-design (progettazione in ottica circolare) siano ormai entrati a far parte di qualunque conversazione in ambito moda, tra il dire ed il mettere in pratica in maniera concreta ed efficace, c’è sempre di mezzo la buona volontà e la voglia reale di rimettere in discussione tutto il sistema produttivo. In questa categoria rientrano anche i famosi “deadstock”, ovvero quei capi prodotti (con spreco di energia e materie prime) e mai venduti; rimanenze che vengono incenerite, quando va bene, in impianti di termovalorizzazione dove diventano energia (ma sempre in quantità minore rispetto a quanta ne viene usata per produrli).

Nei rifiuti post-consumo rientrano tutti i capi scartati dai consumatori, dopo il loro utilizzo. Il passaggio da abiti a rifiuti è sempre più rapido, alimentato da un sistema a rotazione veloce di capi di bassa qualità. I vestiti, negli armadi, durano sempre meno. L’incremento di questo tipo di rifiuti è aumentato del 40% e di questi, al momento, solo il 15% viene riciclato per rientrare nel circolo del tessile. Il resto è spesso destinato ad utilizzi di minor valore, come imbottiture  di materassi e materiale isolante (quando non finisce dall’altra parte del mondo). Con l’attuale modello produttivo, basato sulla rapidità, sulle quantità abnormi e su un consumo insostenibile, un cambiamento sistemico è necessario. L’impegno, però, deve essere da parte di tutti: dell’industria, che deve investire in innovazioni tecnologiche orientate alla circolarità; del sistema moda, che dovrebbe usare la creatività per costruire nuovi modelli di lavoro; della politica, per aggiornare leggi e regolamentazioni a tutela dell’ambiente e delle persone; dei clienti finali, che dovrebbero essere disposti a cambiare le loro abitudini di consumo. Rallentando. E allontanando il momento in cui i capi diventano rifiuti.

La gerarchia dei rifiuti

Dallo scorso anno in Italia è diventata obbligatoria la raccolta differenziata del tessile ed entro il 2025 lo sarà in tutti i Paesi dell’Unione europea. Ma per pensare in un’ottica davvero circolare, l’idea è quella di “salvare” il rifiuto e usarlo come risorsa. In economia circolare, infatti, esiste una vera e propria gerarchia dei processi; un ordine di priorità da mettere in atto per gestire un bene prodotto rendendolo il più sostenibile possibile.  Sono le famose “R”, un tempo erano quattro, in questo caso arrivate a dieci, corrispondenti ad altrettante azioni concrete. Partendo da una base di buon senso quasi ovvia, la prima R consiste nel rifiutare, rifiutarsi di produrre più di quanto effettivamente richiesto, evitando le grandi quantità di invenduto. Ripensare (a un sacco di cose), ma soprattutto all’idea di possesso di un bene, sostituibile con servizi di noleggio e condivisione; ridurre il consumo di materie prime vergini (usando quel che già c’è in circolazione); riusare fino allo sfinimento (scegliendo capi di seconda mano); ri-contenere, riutilizzare non solo il capo, ma anche eventuale packaging, e la sana e vecchia abitudine di riparare, allungando la vita degli indumenti. 

Ricondizionare è il processo di upcycling, ovvero la trasformazione di capi dismessi/rovinati in qualcosa di nuovo che ne aumenta il valore grazie alla creatività e al design; ma il tessile si può anche riconvertire in qualcosa di più semplice (downcycling), sempre utile, ma non necessariamente da indossare (da maglione a cuccia del gatto è un attimo). Il riciclo vero è proprio, scomporre il capo, disassemblarlo e distruggerlo per ricreare la fibra tessile da trasformare poi in filati riciclati, è una delle ultime spiagge, proprio perché comporta ulteriore impiego di energie. Energie che si possono produrre dalla termovalorizzazione dei rifiuti tessili non recuperabili in altro modo, ultimo gradino di questa gerarchia circolare (quando non finiscono in discariche a cielo aperto, opzione meno auspicabile ma purtroppo più praticata).

La raccolta, se non gestita in maniera intelligente e responsabile, destinando i capi a vari usi a seconda delle caratteristiche e condizioni, è un’operazione inutile e potenzialmente dannosa. Fortunatamente in Italia ci sono imprese virtuose che si stanno impegnando proprio in questa direzione, tramite progetti tecnologicamente avanzati pensati per la gestione degli scarti tessili e la loro ottimizzazione. Noi, nel frattempo, possiamo rivalutare quel semplice gesto di buttare indumenti, facendolo un po’ meno a cuor leggero.

[di Marina Savarese]

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