sabato 20 Aprile 2024

A forza di provocazioni Israele ha trovato il pretesto per bombardare Gaza e il Libano

In seguito ai gravi scontri tra i fedeli musulmani palestinesi e la polizia israeliana avvenuti mercoledì nella Moschea di al-Aqsa, si registra l’ennesima escalation di tensione nella regione mediorientale, con Israele che ha condotto nella notte il raid più grande sferrato in territorio libanese dal 2006, usando come pretesto il lancio di razzi partito sia da Gaza che dal Libano nella giornata di ieri. L’attacco da parte palestinese è stato a sua volta provocato dalla violenza della polizia israeliana che ha anche impedito le operazioni di soccorso da parte della Mezzaluna Rossa Palestinese nei pressi della moschea. Israele ha accusato Hamas – l’organizzazione paramilitare palestinese – di «operare dall’interno del Libano», mentre il portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato che l’attacco di ieri non poteva essere ignorato dal gruppo sciita libanese Hezbollah, e che «lo Stato del Libano è responsabile di ogni aggressione proveniente dal suo territorio». L’ultima escalation è solo l’esito della violenta repressione dei palestinesi che si è intensificata con l’insediamento del governo di Benjamin Netanyahu alla fine del 2022 e va inserita anche nel contesto della grave crisi di consenso che l’esecutivo sta affrontando a causa delle proteste contro la riforma della giustizia: concentrare l’attenzione su un nemico “esterno” potrebbe servire, infatti, a compattare l’opinione pubblica distogliendola da ben più gravi questioni politiche interne. Lo stesso inasprimento delle discriminazioni verso i palestinesi è servito a cementare la tenuta del governo: la nascita della polizia governativa per reprimere in particolare proprio oppositori e palestinesi, ad esempio, è stata la condizione necessaria per placare la profonda insoddisfazione dell’ala ultraortodossa religiosa del governo contraria alla sospensione della riforma giudiziaria.

Dopo aver provocato la reazione palestinese, dunque, Israele pare aver colto immediatamente l’occasione per mettere in atto una delle rappresaglie più dure degli ultimi anni. Il premier Natanyahu, infatti, aveva promesso di colpire i nemici: «pagheranno un prezzo per ogni atto di aggressione», aveva annunciato in una riunione del gabinetto di sicurezza convocato ieri sera. Sono stati più di 10 i siti di Hamas colpiti nella notte dall’aviazione israeliana nel sud del Libano, mentre a Gaza sono stati centrati 2 tunnel e varie postazioni. A dirlo è il portavoce militare delle forze israeliane secondo cui Hamas, questa mattina presto, ha lanciato da Gaza contro Israele 44 razzi che non hanno causato alcuna vittima. Del numero totale di missili sparati, infatti, nove sono stati lanciati male, 12 hanno colpito il Mar Mediterraneo e 23 hanno attraversato il territorio israeliano. Di questi ultimi, 14 sono atterrati in aree non popolate, otto sono stati intercettati dai sistemi di difesa aerea israeliani e uno ha colpito un’abitazione nella comunità di Sderot, causando danni ma nessun ferito. L’aumento delle tensioni era cominciata già ieri, quando dal Libano sono stati lanciati 36 razzi e 7 da Gaza come risposta alle violenze della polizia israeliana. Il ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir – esponente di un partito religioso ultraortodosso – ha esortato il governo ad adottare le misure “forti” contro l’enclave palestinese. «Ai razzi di Hamas bisogna rispondere di più che bombardare dune di sabbia e postazioni sguarnite. È giunto il momento che a Gaza cadano teste», ha affermato. Da parte sua, il Libano ha negato qualsiasi escalation dal suo territorio. Il governo libanese «si oppone all’uso del suo territorio per operazioni che destabilizzano la situazione», ha detto il premier Najib Mikati.

L’attacco della polizia israeliana ai palestinesi nella moschea è l’apice di una serie di soprusi e discriminazioni presenti da sempre nello Stato ebraico e intensificatesi col governo Netanyahu, sostenuto da partiti religiosi ultrasionisti e fortemente avversi alla componente palestinese del Paese: a mero titolo d’esempio, recentemente il governo israeliano ha stabilito che i cittadini stranieri in Cisgiordania dovranno informare entro trenta giorni il Ministero della Difesa israeliano in caso di interesse amoroso verso una persona dalla cittadinanza palestinese. Se poi il rapporto dovesse evolvere in un matrimonio, la coppia interessata dovrebbe andarsene entro 27 mesi dal Paese per un periodo “di riflessione” di almeno mezzo anno. Similmente, oltre a istituire la polizia governativa, Israele ha espresso la volontà di reintrodurre la pena di morte, ma solo per chi causa il decesso di un cittadino israeliano con lo scopo di danneggiare lo Stato israeliano e la rinascita del popolo ebraico.

I disordini alla Moschea di al-Aqsa hanno suscitato la preoccupazione di buona parte della comunità internazionale per il rischio di una nuova escalation di tensione come quella che nel maggio 2021 portò all’Operazione “Guardiani delle Mura” contro Gaza che provocò la morte di 13 israeliani e 260 palestinesi con quasi 2 mila feriti nella Striscia. E difatti, subito dopo, Israele ha immediatamente trovato il pretesto per attaccare Gaza e il Libano. Parole durissime sono arrivate dalle principali capitali del mondo arabo-islamico, da Ankara al Cairo, da Riad ad Abu Dhabi, con Amman (custode dei luoghi sacri islamici a Gerusalemme attraverso il waqf) che ha chiesto una riunione urgente della Lega araba. Da parte sua, il ministro per gli Affari civili palestinesi, Hussein al-Sheikh, ha condannato la “brutale” irruzione della polizia dentro la moschea, esortando la comunità internazionale ad agire.

Appelli alla moderazione e alla de-escalation sono arrivati anche da Bruxelles e dal portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale americano, John Kirby. Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, si è detto, invece, «scioccato e sconvolto» dalle «violenze» perpetrate delle forze di sicurezza israeliane contro fedeli musulmani all’interno della moschea al-Aqsa.

[di Giorgia Audiello]

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1 commento

  1. Gli Israeliani (governo, militari e popolo sostenitore) sono i “nuovi” nazisti! Aggressioni militari, annessioni, violenze sui civili non ebrei… E connessioni, per usare un eufemismo, con le famiglie storiche dell’elite del governo mondiale. Solo appelli e timide dichiarazioni da parte ONU e governi vari: che schifo! Ancora qualcuno ha qualche dubbio su chi comanda nel mondo? I media italiani poi sono penosamente genuflessi in tal senso, vero Mentana?

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