L’annoso e complesso problema del dissesto idrogeologico del territorio italiano non mette solo a repentaglio la sicurezza delle aree più esposte a questo fenomeno e dei residenti che vi abitano, ma sta anche comportando la perdita di due delle ricchezze più caratteristiche e preziose d’Italia, vale a dire le spiagge e alcune importanti categorie di beni culturali come quelli architettonici, monumentali e archeologici che, a differenza dei beni mobili, come sculture e quadri, non sono delocalizzabili e necessitano quindi di adeguate misure di salvaguardia.
Si tratta di due tra i beni più importanti della penisola dal punto di vista turistico, storico e culturale che poche altre nazioni al mondo possono vantare: per questo varare dei piani validi e investire per mettere in sicurezza coste e territori significa allo stesso tempo tutelare questi beni unici che rendono amato e famoso nel mondo il Belpaese. Non sempre le iniziative dell’amministrazione pubblica intervengono tempestivamente ed efficacemente per contenere il rischio di frane e alluvioni e le conseguenze sono particolarmente visibili soprattutto per quanto riguarda l’erosione costiera. Moltissime spiagge, infatti, negli ultimi anni sono state spazzate via non solo dai fisiologici fattori geologici dati dal moto ondoso, ma anche da svariati interventi antropici come interventi infrastrutturali marini inadeguati e l’asportazione artificiale di materiale sedimentario.
In ogni caso, l’insufficiente lavoro di salvaguardia ha portato all’erosione di spiagge che richiamavano ogni anno migliaia di turisti e particolarmente note per la loro bellezza. Se gli esperti spiegano che in molti casi la loro scomparsa dipende da inevitabili fenomeni geologici, è anche vero che la trascuratezza e la mancanza di iniziative per tutelare queste oasi naturali hanno portato al peggioramento della situazione. Tra gli altri, un caso emblematico in questo senso è la scomparsa della spiaggia di “Piri piri” sul litorale ionico salentino, in provincia di Taranto, ricadente nel territorio del Comune di Maruggio in località Acquadolce. Un piccolo angolo di paradiso da sempre celebrato come uno dei più bei tratti di costa mediterranea, oggi inagibile e devastato: inghiottito dal mare e coperto dai massi caduti da una piccola parete rocciosa scoscesa. Il fatto ha indotto i cittadini a chiedere l’intervento delle istituzioni per attenuare il fenomeno e restituire il tratto di spiaggia a visitatori e bagnanti. Tuttavia, si tratta solo di uno dei molti casi simili tra loro che coinvolgono le coste della Penisola e le isole italiane. Per quanto riguarda i beni culturali, invece, quelli a rischio frane sono stimati in oltre 38.000 pari al 17,9% del totale, una percentuale molto alta che richiederebbe immediati interventi per tutelare il patrimonio storico-culturale italiano.
Le condizioni generali delle zone costiere italiane

Nel rapporto si legge che “La metodologia di rilievo e di elaborazione ha consentito la generazione di una serie storica di dati sullo stato delle coste italiane e la costruzione di una base dati per l’analisi periodica dei processi evolutivi in prossimità della riva nel complesso delle sue manifestazioni – erosione, sedimentazione, stabilità – e dei cambiamenti prodotti da strutture marittime e di protezione costiera. La base dati è stata utilizzata per l’elaborazione di indicatori dei cambiamenti geomorfologici delle coste basse nei periodi 1950-2000, 2000-2007 e 2007-2019 e degli interventi di mitigazione dell’erosione costiera”. Sebbene nell’ultimo periodo esaminato si siano registrati dei miglioramenti, il lavoro per mettere in sicurezza le coste è ancora lungo e richiede ingenti e immediati investimenti e progetti.
Per quanto riguarda la disciplina giuridica, a livello comunitario mancano specifici indirizzi normativi in materia di protezione delle coste, sebbene siano promosse e finanziate azioni volte al contrasto del dissesto nelle zone costiere, riconoscendo nell’erosione uno dei fattori di degrado del territorio su cui poter intervenire. L’unica eccezione è costituita dalla Raccomandazione 2002/413/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, relativa all’attuazione della gestione integrata delle zone costiere in Europa, e dal Protocollo per la gestione integrata delle zone costiere (GIZC) della Convenzione di Barcellona, ratificato dall’UE con Decisione del Consiglio 2010/631/UE: qui si richiama espressamente la necessità di adottare misure per prevenire e mitigare più efficacemente l’impatto negativo dell’erosione costiera.
A livello nazionale, invece, la responsabilità degli interventi in difesa delle coste è conferita quasi esclusivamente alle Regioni: il decreto legislativo n.112/98, infatti conferisce alle Regioni e agli Enti locali tutte le funzioni relative “alla programmazione, pianificazione e gestione integrata degli interventi di difesa delle coste e degli abitati costieri» (art. 89, comma 1, lettera h), inclusi «i compiti di protezione ed osservazione delle zone costiere” (art. 70, comma 1, lettera a), mentre rientra tra i compiti di rilievo nazionale quello relativo “agli indirizzi generali ed ai criteri per la difesa delle coste” (art.88 comma1 lett. aa).
Per quanto riguarda gli indirizzi e gli obiettivi generali per la salvaguardia delle coste, nel 2016 il ministero dell’Ambiente, del Territorio e del mare, attualmente ministero della Transizione Ecologica, d’intesa con tutte le Regioni costiere e in collaborazione con ISPRA, ha istituito il Tavolo Nazionale per l’Erosione Costiera (TNEC), che ha elaborato, anche con il contributo delle Autorità di Bacino e della comunità scientifica, le Linee Guida per la Difesa della Costa dai fenomeni di Erosione e dagli effetti dei Cambiamenti Climatici. Nonostante le intenzioni, le azioni delle amministrazioni locali risultano ancora in molti casi inefficaci o tardive per fermare l’erosione: sono moltissimi, infatti, i casi di scomparsa di arenili e siti balneari di grande richiamo turistico e unici per la bellezza delle acque e dei paesaggi.
La scomparsa delle spiagge siciliane

Per quanto riguarda le Eolie, a Lipari – la più grande isola dell’arcipelago – è scomparsa la stupenda spiaggia bianca di Pomice che, pur non esistendo più, è ancora presente sui dépliant turistici. Stessa sorte ha toccato il litorale di Acquacalda, frazione a nord dell’Isola, mentre a Salina è scomparsa la spiaggia di Pollara, immortalata dal film Il Postino di Troisi e per la quale è stato presentato un progetto di recupero con l’aiuto della Regione che però potrebbe richiedere anni. Il sindaco di Lipari, Riccardo Gullo, ha spiegato che insieme ad altri tre sindaci dell’isola di Salina si sta vagliando un enorme progetto di recupero delle coste eoliane, sia per la salvaguardia degli abitati che per la promozione turistica: si tratta di un vastissimo progetto di salvaguardia delle isole patrimonio dell’Unesco.
Secondo gli esperti i fattori naturali hanno un ruolo predominante nell’erosione delle coste, andando ad alterare il ciclo dei sedimenti. Tra le più importanti cause naturali si annoverano venti e tempeste, le correnti vicine alla riva, l’innalzamento del livello del mare, la subsidenza del suolo e l’apporto liquido e solido dei fiumi al mare. Non mancano tuttavia fattori antropici che hanno accelerato i naturali processi geologici: tra questi la costruzione di infrastrutture non adeguate come porti e abitazioni che non hanno dietro uno studio idoneo sulle correnti marine. «In diversi litorali costieri dell’isola ci sono porti e porticcioli non perfettamente idonei» ha spiegato l’ex direttore generale della Regione Sicilia sul dissesto idrogeologico, Maurizio Croce. «Si è fatto tanto per proporre interventi di pulizia degli alvei e di revisione di alcuni porti. Ma ci vuole tempo per la loro revisione. La verità è che bisognerebbe fare in Sicilia un piano Marshall su tutte le aste fluviali – per pulirle in maniera puntuale – e su tutte le infrastrutture in mare per verificare se sono opere frutto di studi marini fatti bene oppure contribuiscono ad accelerare le erosioni costiere come si evidenzia in diverse aree anche della costiera pozzallese», ha aggiunto. Altre cause di natura antropica riguardano l’impoverimento dell’apporto di materiale solido dai fiumi, dovuto alla massiccia estrazione di materiali dagli alvei, e gli interventi di regimentazione dei corsi d’acqua; ma anche la rimozione dei materiali spiaggiati – quali foglie, rami, tronchi e conchiglie – che costituiscono un importante elemento di ripascimento naturale degli arenili.
I Beni Culturali a rischio di frane e alluvioni

Il numero maggiore di beni culturali a rischio frane in aree classificate di pericolosità P3 e P4 si registra in Campania, Toscana, Marche, Emilia-Romagna e Lazio, oltreché nelle province di Napoli, Isernia, Viterbo, Siena e Genova. Tra i borghi storici interessati da fenomeni franosi innescatisi o accentuatisi negli ultimi anni si annoverano la rupe di San Leo (RN), con il crollo del versante nord avvenuto il 27 febbraio 014; il crollo di una porzione delle mura medievali di Volterra (PI) e Civita di Bagnoregio in provincia di Viterbo, ubicata su una rupe tufacea interessata da un progressivo arretramento delle scarpate con distacchi di roccia e colamenti lungo i sottostanti versanti argillosi. Il Santuario di Gallivaggio (comune di San Giacomo Filippo, SO) il 29 maggio 2018 ha subito danni al tetto e alle mura, a causa del distacco di una massa rocciosa di circa 5.500 metri cubi dalla parte sommitale della parete di metagranito di Gallivaggio, monitorata dal 2011 dal Centro di Monitoraggio Geologico (CMG) di ARPA Lombardia. Prima del crollo, a causa dell’accelerazione delle deformazioni misurate sulla parete rocciosa, i Vigili del Fuoco e la Protezione Civile avevano rimosso e trasferito in un luogo più sicuro le opere asportabili presenti nel Santuario. Inoltre, negli ultimi anni, si sono effettuati interventi di consolidamento e riduzione del rischio idrogeologico in diversi centri storici, come a Certaldo (FI), Todi (PG) e Orvieto (TR).
Per quanto riguarda i beni culturali soggetti a rischio alluvioni, la Mosaicatura ISPRA 2020 ha previsto tre scenari di pericolosità: elevata, media e bassa. In Italia il 7,8% dei Beni Culturali ricade nel primo scenario per un totale di 16.025 beni esposti; il 16,5%, pari a 33.887 beni esposti, del totale nazionale rientra nel secondo scenario e il 24,3%, pari a 49.903 beni culturali, rientra nel terzo scenario. Le Regioni con percentuali di beni culturali esposti a rischio di alluvione superiori ai valori calcolati alla scala nazionale per tutti gli scenari di pericolosità, sono Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria ed Emilia-Romagna. La Provincia di Ferrara in Emilia-Romagna ha una percentuale di beni culturali esposti a rischio di alluvione che, in caso di scenario di pericolosità media e bassa, è poco meno del 100% dei beni culturali presenti. Percentuali simili si registrano in Veneto, nella Provincia di Rovigo, con riferimento allo scenario di bassa probabilità di alluvione, e a seguire nella Provincia di Venezia con l’80% di beni culturali a rischio. Sempre Venezia è, tra le province italiane, quella con la maggiore percentuale (62,1%) di beni culturali a rischio con riferimento allo scenario di pericolosità elevata. Da sottolineare anche come, alcune zone del territorio nazionale, specialmente nello scenario di probabilità elevata, hanno superfici allagabili quasi nulle solo perché non sono disponibili o non sono state fornite, se non parzialmente, le perimetrazioni di quelle zone.
Mettere in sicurezza i territori italiani dal dissesto idrogeologico significa, dunque, non solo salvaguardare la sicurezza degli abitanti, ma anche preservare un patrimonio artistico e culturale di inestimabile valore che ha reso l’Italia famosa nel mondo e che costituisce parte imprescindibile della sua identità. Allo stesso modo, significa investire sul turismo poiché spiagge e patrimonio culturale richiamano ogni anno milioni di visitatori contribuendo positivamente all’economia del Paese. Quello del dissesto idrogeologico è, dunque, una delle tante priorità che la politica dovrebbe mettere al centro della sua agenda per valorizzare il Paese e conservarne adeguatamente le bellezze artistiche e naturali e che, invece, spesso risulta trascurato anche a causa della lentezza e delle complicazioni della burocrazia.
[di Giorgia Audiello]



