giovedì 2 Febbraio 2023

In Iran è stato impiccato un altro manifestante

Si chiamava Majidreza Rahnavard l’uomo di 23 anni che il 12 dicembre è stato impiccato per volontà delle autorità iraniane con l’accusa di muharebeh, cioè ‘Guerra contro Dio’. Quello che la magistratura con un processo lampo ha definito “un atto terroristico”, per aver ucciso a coltellate Hossein Zeinalzadeh e Danial Rezazadeh, due combattenti di Basij (forza paramilitare fondata dall’ayatollah Khomeini) e averne feriti altri quattro il 17 novembre. È la seconda esecuzione nel giro di pochi giorni che il Governo di Teheran ordina di portare a termine nei confronti dei manifestanti arrestati e condannati per le proteste di piazza, cominciate dopo la morte di Mahsa Amini, la 22enne morta dopo l’arresto per mano della polizia religiosa, per aver indossato male il velo.

Nelle immagini, diffuse dalle autorità e rese pubbliche sul sito dell’agenzia di stampa collegata alla magistratura, si vede la vittima vestita di bianco, con le mani legate dietro la schiena e una corda attorno al collo, mentre le forze di sicurezza, con il volto coperto, isolano l’area indicata per l’impiccagione, sulla strada di Mashhad, la città natale di Rahnavard, spingendo gli “spettatori” dietro le barricate. La magistratura, attraverso alcuni suoi rappresentanti, ha tra l’altro fatto sapere che chiunque usi «un’arma di qualsiasi tipo con l’intento di danneggiare la vita, i beni o la famiglia delle persone o per terrorizzarle” potrebbe essere condannato “Guerra contro Dio”, andando incontro a pena di morte.

 

Identica modalità di esecuzione anche per il primo condannato, Mohsen Shekari, impiccato giovedì scorso con la stessa accusa rivolta a Rahnavard (Guerra contro Dio) per aver contribuito a creare un blocco stradale e aver ferito un agente durante le proteste.

 

Non è la prima volta che il Governo iraniano si serve di tali modalità di esecuzione (pubbliche, con una corda appesa ad una gru), ma negli ultimi anni si erano viste raramente. Le ultime, quelle più note, risalgono infatti al 2009, anno in cui il Paese ha dovuto fare i conti con grosse proteste post-elettorali nate come contestazione contro l’irregolare rielezione del presidente Mahmud Ahmadinejad.

Per questo motivo gli attivisti hanno più volte sollecitato le aziende che fanno affari con Teheran, fornendogli delle gru, a stoppare il commercio perché la strumentazione potrebbe essere usata per le esecuzioni. Secondo le associazioni umanistiche, tra l’altro, in molti casi le confessioni fatte dagli arrestati non corrisponderebbero a verità: Rhanavard, ad esempio, sarebbe stato obbligato dalle autorità a dichiarare alla tv di Stato di aver ucciso due membri dell’esercito. «Il ragazzo è stato condannato a morte per una confessione forzata, dopo un processo spettacolo altamente ingiusto», ha detto il direttore della ONG Iran Human Rights, Mahmood Amiry-Moghaddam, che ha aggiunto: «C’è il serio rischio di esecuzioni di massa di dimostranti».

 

Di tutt’altro parere la magistratura iraniana, secondo cui, usando le parole del capo della giustizia Gholamhossein Ejei, «siamo precisi e veloci durante i processi e non badiamo alle chiacchiere e alla volontà altrui. Non siamo preoccupati di essere incolpati».

Tuttavia le autorità di Teheran non sono totalmente compatte su questo fronte. Un gruppo di noti religiosi, tra cui l’ayatollah Morteza Moghtadai, ha criticato l’esecuzione degli arrestati, ritenendo errata l’applicazione del reato di “Guerra contro Dio”, che invece dovrebbe essere usato in contesti di guerra, non per scontri tra una o due persone. Dello stesso parere anche l’Ayatollah Mohammadali Ayazi, membro dell’Assemblea del Seminario di Qom, secondo cui si tratterebbe di una pena non applicabile per le proteste di piazza, soprattutto quando i manifestanti sono costretti a difendersi dagli attacchi dell’esercito. Per la magistratura, invece, ristabilire l’ordine pubblico e garantire la sicurezza, assicurando alla giustizia chi infrange le leggi, è in questo momento una priorità assoluta.

Intanto l’UE, tramite il suo Alto rappresentante per la Politica Estera, Josep Borrell, ha deciso di approvare ulteriori pacchetti di sanzioni nei confronti del Governo iraniano (ma non smette di fornirgli proiettili e munizioni). Quest’ultimo, in risposta, ha deciso di imporre a sua volte delle sanzioni a dieci persone e cinque entità europee che «hanno anche sostenuto gruppi terroristici e incoraggiato la violenza e il terrorismo che hanno portato ad atti terroristici e alla violazione dei diritti umani contro il popolo iraniano». Una presa di posizione che rischia certamente di perdere di credibilità alla luce dello scandalo “Qatargate” che evidenzia come esista una parte del Parlamento Europeo disposta a cambiare valutazione sul rispetto dei diritti umani nei vari Paesi non solo in base alle opportunità politiche ma anche dietro pagamento di tangenti.

[di Gloria Ferrari]

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