sabato 10 Dicembre 2022

David Rossi, tre pm indagati e un suicidio che non convince più nessuno

Il pasticciaccio brutto di Rocca Salimbeni, quella sera di marzo di nove anni e mezzo fa. L’atmosfera cupa di quel corpo piombato giù nel vicolo stretto, sui ciottoli del Quattrocento, alle spalle del quartiere generale di una delle più grandi e potenti banche italiane. Nella città fortificata che è diventata coi secoli, non a caso, il simbolo di un forziere che custodisce anche segreti, oltre ai tesori. Lo strano caso di David Rossi, suicida tra mille dubbi e sospetti, è un pozzo sempre più torbido e senza fondo. E tra oggi e domani, in una caserma della Guardia di Finanza a Genova, toccherà lo zenith quando tre magistrati ci entreranno per essere interrogati dai loro colleghi liguri. Aldo Natalini, Nicola Marino e Antonino Nastasi sono stati iscritti nel registro degli indagati degli uffici inquirenti genovesi per “falso ideologico e omissione sul sopralluogo”.

Sono i tre PM che avevano in carico il fascicolo sulla morte del capo della comunicazione MPS, dopo che è volato dalla finestra del suo ufficio in uno dei suicidi più inverosimili mai registrati dalle cronache. Le ipotesi nei loro confronti sono particolarmente gravi: saranno interrogati dai loro colleghi genovesi su quello che è accaduto nell’ufficio di Rossi quella notte del 6 marzo 2013, in particolare sulla mancata verbalizzazione della perquisizione, sull’ispezione informatica e sul sequestro della stanza di Rossi, al terzo piano della sede MPS. Il “falso aggravato” si riferisce a quello che non è stato riportato nel verbale del 7 marzo e che è accaduto nelle ore precedenti, dalle 21.30 della sera prima alla mezzanotte, quando i tre magistrati sono entrati nell’ufficio di Rossi prima che la polizia scientifica effettuasse i rilievi e le fotografie, spostando oggetti e mobili spostati senza darne citazione nel verbale stesso.

Il sospetto, insomma, è che i pm di Siena abbiano manomesso e occultato prove e indizi, alterando la scena dei fatti. L’ipotesi che viene formulata è “falso in atto pubblico fedifacente” e si riferisce alla mancata citazione nel verbale da parte dei pm di tutto quello che è successo nell’ufficio di Rossi dalle 21.30 in poi e nei giorni successivi. Un tipo di reato che permette di aggirare, interrompendola, la prescrizione che altrimenti arriverebbe inesorabile il 7 marzo 2023, dieci anni dopo i fatti secondo quello che prevede la legge.

La morte di David Rossi è uno dei buchi neri delle complicate vicende legate al Monte dei Paschi, in questi giorni ancora sotto ai riflettori per una sanguinosa ricapitalizzazione (l’ennesima) che non pare in grado di salvare l’istituto. Due settimane prima, a Rocca Salimbeni c’era stata la visita della Guardia di Finanza: nel mirino presidente e direttore generale della banca, Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, per le vicende legate all’acquisizione di Anton Veneta. Rossi era il capo della comunicazione e le sequenze di quello che due inchieste hanno archiviato come suicidio, indagini svolte dalla magistratura senese, sono ancora oggi piene di incongruenze e domande senza risposta. Solo una delle 12 telecamere presenti è stata in grado di fornire immagini di quella sera, in alcuni fotogrammi si vedono due persone allontanarsi dall’uscita di piazza dell’Abbadia alle 20.01, mentre Rossi era già caduto a terra: MPS ha sempre negato che a quell’ora ci fosse personale in servizio, ma è stata smentita dalle immagini delle telecamera numero 8.

Ancora più clamoroso, forse, il particolare dell’orologio da polso di Rossi che è precipitato nel vuoto decine di minuti dopo il corpo, raggiungendolo a terra e fermandosi ad un’ora diversa da quella in cui è stato ricostruito il volo mortale. È stata la commissione parlamentare di inchiesta, presieduta da Pierantonio Zanettin, a dare l’impulso decisivo per la ripresa delle indagini e per riaccendere i riflettori su un caso che pareva destinato, con tutte le sue incongruenze, a prendere polvere su qualche scaffale. Sostituendosi, per una volta, all’opera della magistratura inquirente che in questa vicenda ha mostrato molte zone d’ombra, la commissione ha prodotto una relazione finale di oltre 1000 pagine, col contributo di periti ed esperti. Secondo loro, gli elementi oggettivi presenti sul cadavere di Rossi e sulla scena dei fatti sono compatibili con un suicidio, ma non si spiegano però altre cose che sono state accertate. Ossia, prima di tutto, il fatto che il manager è rimasto circa 22 minuti agonizzante al suolo, durante i quali nessuno ha visto, sentito o è intervenuto: “È morto solo come un cane” ha detto Carolina Orlandi, figlia della vedova Rossi. Restano senza risposta anche le nove ferite ritrovate sul suo corpo, tra viso e ascelle, con analisi e accertamenti di Ros e Racis, e solo parzialmente spiegabili con la dinamica del suicidio.

Un giallo anche la mail che Rossi avrebbe inviato all’ex amministratore delegato di MPS, Fabrizio Viola, per annunciare il suo gesto disperato (“Stasera mi suicido, sul serio. Aiutatemi!!!”). Secondo accertamenti effettuati dalla polizia postale, si tratterebbe di un falso. La mail, datata 4 marzo, sarebbe stata in realtà scritta il 7, il giorno dopo la sua morte. Le ispezioni informatiche di cui devono rispondere i tre PM di Siena riguardano anche questi elementi, sui quali restano molti dubbi. Come quelli che hanno la vedova e sua figlia, per la quale Rossi custodiva “segreti inconfessabili” e per questo sarebbe stato tolto di mezzo. L’avvocato della famiglia ha annunciato, dopo l’enorme lavoro svolto dalla commissione e dopo la notizia degli interrogatori dei tre PM indagati, che chiederà la riapertura del caso per omicidio.

Le accuse più circostanziate e gravi all’operato dei tre magistrati sono arrivate da Pasquale Aglieco, colonnello dei Carabinieri, ex comandante provinciale a Siena, che è stato sentito in audizione dalla Commissione parlamentare. In quella sede, pare, sono stati fatti accertamenti e approfondimenti anche in relazione ai presunti festini a luci rosse che si sarebbero tenuti in passato in ambienti della Siena-bene e ai quali avrebbe partecipato anche uno dei tre PM indagati a Genova. Racconti fatti al comandante dei carabinieri di Monteriggioni, maresciallo Marinucci, da un pittore Francesco Benocci, gay, che è stato trovato impiccato nella sua cella di Massa Marittima il giorno prima di lasciare il carcere per indulto. Evidentemente, il suicidio di David Rossi non è l’unico strano suicidio in questa storia e dalle parti di Siena, in quegli anni. Vicende sicuramente molto opache che contribuiscono a rendere il clima torbido intorno alla morte violenta del manager MPS e ai fatti che l’hanno accompagnata.

Compresi quelli che hanno portato la procura senese, dopo due archiviazioni richieste e ottenute dal gip su ogni altra ipotesi che non fosse quella del suicidio, a chiedere il rinvio a giudizio della vedova Rossi, Antonella Tognazzi, e di Davide Vecchi, giornalista del Fatto Quotidiano, per violazione della privacy, ossia per aver pubblicato la mail (poi giudicata falsa) che Rossi avrebbe mandato all’ex AD Viola. Richiesta respinta con reprimenda dal gip, evidentemente colpito dalla singolarità dell’ipotesi accusatoria che non ha trovato eguali in nessuna riga della giurisprudenza corrente. Nel frattempo, in questi nove anni, la vita è andata avanti anche e prima di tutto per i tre magistrati che in questi giorni saranno dall’altra parte della scrivania, di fronte ai loro colleghi. Marini è diventato procuratore facente funzioni a Siena, Nastasi lavora in quella fiorentina e si è occupato a lungo dell’ex premier Renzi, mentre Natalini è finito al massimario della Corte di Cassazione, uscendo dal circuito della magistratura inquirente. Se, come ha ricordato qualcuno, questi addebiti al loro operato sono stati rilevati già nel 2013, come mai sono passati ben nove anni prima, di vederli rispondere davanti alla legge a cui hanno giurato fedeltà?

[di Salvatore Maria Righi]

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