Oramai dovrebbe essere chiaro, la risoluzione della crisi energetica è tutt’altro che prossima. Nessuna fonte energetica, presa singolarmente, pare sia la candidata perfetta per alleviare le conseguenze delle carenze di gas o del suo prezzo stellare. Le altre fonti fossili ne avrebbero la potenzialità, ma puntare tutto su queste sarebbe da incoscienti, oltreché inaccettabile in piena crisi ambientale e climatica. Le rinnovabili, dal canto loro, non sono poi del tutto mature, fanno fatica a decollare e nessuno, quantomeno in Italia, sembra veramente intenzionato a fare i necessari investimenti. Per il nucleare mancano delle basi conoscitive avanzate e aggiornate e quello di quarta generazione rimane ancora un miraggio ultra-pubblicizzato, senza contare che i tempi di realizzazione di una centrale operativa sarebbero incompatibili con le necessità del momento. In definitiva, a patto che siano associate ad una certa lungimiranza politica, giusto una combinazione di strategie e una logica diversificazione energetica potrebbero essere d’aiuto. D’altro canto, il singolo cittadino, stufo di ricevere lezioni dall’alto su come dovrebbe risparmiare energia, non deve per forza però starsene con le mani in mano. C’è infatti un altro asso nella manica, un ulteriore tassello che, nel complesso, potrebbe contribuire a realizzare uno scudo impenetrabile contro le oscillazioni di mercato. Stiamo parlando delle Comunità energetiche, a tutti gli effetti una risposta dal basso alla crisi, dei gruppi sociali che promuovono l’autoconsumo responsabile di energia, nella quasi totalità dei casi interamente rinnovabile. Negli ultimi anni i loro numeri hanno subito un’impennata e ci si aspetta che, specie nel contesto attuale, crescano ancora.
Cos’è una Comunità energetica?
Una Comunità energetica – così come la definisce il progetto europeo GECO – è una coalizione di utenti che, tramite la volontaria adesione ad un contratto, collabora con l’obiettivo di produrre, consumare e gestire l’energia attraverso uno o più impianti energetici locali. Ne esistono diverse tipologie, ma ad accomunarle tutte vi è un obiettivo ben preciso: fornire energia rinnovabile a prezzi accessibili ai propri membri, piuttosto che dare la priorità al profitto economico come una società energetica tradizionale. In gergo tecnico, i membri di una Comunità energetica sono chiamati prosumer, termine – da considerare opposto a consumer – utilizzato per definire l’utente che non si limita al ruolo passivo di consumatore, bensì partecipa attivamente alle diverse fasi del processo produttivo. In altre parole, colui che possiede un proprio impianto di produzione di energia, della quale ne consuma una parte, mentre la restante quota viene immessa in rete, scambiata con i consumatori fisicamente a lui prossimi o accumulata in un apposito sistema per poi essere restituita alle unità di consumo nel momento più idoneo. Le Comunità energetiche (CE) rientrano nella più ampia categoria dell’autoconsumo energetico, che può essere individuale, collettivo o, per l’appunto, sotto forma di comunità. Quel che distingue quest’ultima dalle altre due tipologie è sintetizzato negli stessi princìpi su cui è fondata: il decentramento e la localizzazione della produzione energetica. Altra differenza la fanno gli attori coinvolti (cittadini, attività commerciali, imprese e altre realtà del territorio) i quali collaborano al fine di consumare e scambiare energia in un’ottica di autoconsumo.
Da un punto di vista legislativo, nel 2019, è intervenuta l’Unione Europea approvando il pacchetto legislativo CEP – Clean Energy Package (‘Energia pulita per tutti gli europei’). Composto da otto Direttive che regolano temi energetici, il pacchetto legislativo include la Direttiva sulle energie rinnovabili (2018/2001), dove figurano le definizioni di autoconsumo collettivo e di Comunità di Energia Rinnovabile (CER), e la Direttiva sul mercato interno dell’energia elettrica (2019/944), che definisce la Comunità Energetica dei Cittadini (CEC). La principale differenza è che quest’ultima, a differenza della prima, non prevede i principi di autonomia e prossimità e può gestire solo l’elettricità proveniente, indistintamente, da fonti rinnovabili o fossili. In Italia, la normativa in materia di autoconsumo collettivo e comunità energetiche è nell’articolo 42-bis del Decreto Milleproroghe che definisce i concetti di autoconsumo collettivo e comunità energetica, nonché stabilisce una tariffa di incentivo, per remunerare l’energia autoconsumata istantaneamente, cumulabile con le detrazioni fiscali. O meglio, la legge consente a cittadini, enti locali, aziende e cooperative di associarsi e diventare comproprietari di impianti di energia rinnovabile (fino ad un massimo di 200 chilowatt di potenza), scambiarsi energia per autoconsumo e immettere in rete l’energia in eccesso ricevendo un incentivo dal Gestore dei servizi energetici.

Molteplici vantaggi sociali e climatici
Se ragioniamo in termini di transizione ecologica non c’è dubbio, le Comunità energetiche sono una panacea. Produrre, immagazzinare e consumare energia elettrica nello stesso sito in cui un impianto di generazione locale la produce significa, infatti, partecipare attivamente alla transizione energetica e allo sviluppo sostenibile del Paese. L’efficienza energetica e lo sviluppo delle fonti rinnovabili vengono così promossi in una pratica essenziale nel guidare uno sviluppo sociale sostenibile. Basti pensare che, in Italia, una famiglia consuma in media circa 2700 kWh di energia elettrica ogni anno rilasciando circa 950 kg di anidride carbonica. La stessa quantità di gas serra che, annualmente, verrebbe evitata all’atmosfera se quella stessa famiglia facesse parte di una Comunità energetica. Ovviamente si tratta di stime, ma i benefici dell’aggregazione sociale per fini energetici sono ben documentati e vanno anche oltre quelli ambientali. Una Comunità energetica incarna infatti anche un modello socioeconomico alternativo, anticamera di un’utopica visione del mondo in cui l’energia è gestita localmente e mai per fini di lucro. Senza contare poi che le Comunità energetiche rappresentano, direttamente, delle soluzioni per contrastare la povertà energetica, la condizione per cui un nucleo familiare non è in grado di pagare i servizi energetici primari. In una Comunità energetica i consumi individuali vengono infatti monitorati e ottimizzati con un risultato che conduce, in tempi brevi, ad una significativa riduzione della spesa energetica. Torniamo quindi alla crisi in atto. Anche in questo caso, i benefici sono evidenti. Se è vero che il solo sviluppo delle rinnovabili non è propriamente in grado di colmare i deficit energetici, tante Comunità rinnovabili potrebbero fare la differenza. «Nel passaggio dai combustibili fossili alle energie rinnovabili dobbiamo inevitabilmente passare dal global al glocal, ovvero dalla gestione dell’energia a livello globale alla gestione a livello locale. Le rinnovabili, a differenza dei combustibili fossili – ha spiegato Leonardo Setti, docente dell’Università di Bologna – non sono difatti centralizzabili. Ognuno di noi dovrebbe iniziare a produrre l’energia che consuma, che sia sulla superficie di un tetto, di una scuola o di un parcheggio. In questo modo potremmo produrre e consumare il 70% dell’energia sui territori, l’altro 30% dovremmo necessariamente importarlo per ragioni stagionali o metereologiche. Le comunità energetiche nascono per tenere in equilibrio questo sistema di produzione e di consumo».
Comunità energetiche in Italia, in Europa e nel Mondo

La prima Comunità energetica della storia nasce nel 1921 in Alto Adige. Prima che i combustibili fossili prendessero prepotentemente la scena, nella Val di Funes fu realizzata la prima cooperativa di centrali elettriche finalizzata ad una cooperazione solidaristica per produrre elettricità e distribuirla attraverso una rete. Nella remota valle, tre agricoltori e un artigiano costituirono così la ‘Società elettrica di Santa Maddalena’, allo scopo dichiarato di “produrre energia elettrica e sfruttarla a beneficio dei propri membri, per assicurare l’illuminazione e il funzionamento meccanico, così da incentivare l’economia e promuovere al contempo il benessere materiale dei loro soci, attraverso impianti di segherie, mulini, officine per il legno e altre industrie”. Ad oggi, a livello europeo, sono circa 3.500 le comunità energetiche attive in nove Paesi. Degno di nota il Bioenergy Village Jühnde: nato in Germania, gestisce l’impianto energetico locale che è di proprietà dei 750 abitanti del villaggio uniti in una cooperativa. La comunità, allo stato attuale, produce il doppio dell’energia richiesta dal suo fabbisogno. Nel resto del Mondo si ha notizia del Grupo Creluz, Comunità energetica del Rio Grande do Sul, in Brasile, e della newyorkese The Brooklyn Microgrid. Nata nella Grande Mela nel 2016, quest’ultima consiste in una rete energetica comunale in cui gli abitanti di Brooklyn possono, tramite un’app, acquistare e vendere energia rinnovabile generata localmente.
In Italia, tra le più significative e coerenti con le attuali normative europee, figurano, in Salento, la Cooperativa di Melpignano, la Comunità pinerolese di Pinerolo (TO), la bolognese Green Energy COmmunity e la Energy City Hall di Magliano Alpi (CN). Nel complesso, nel Belpaese, sarebbero però almeno 100 quelle rilevate negli ultimi tre anni, di cui 35 effettivamente operative, 41 in fase progettuale e 24 ai primi step burocratici per la costituzione. Una tendenza in crescita – registrata da un rapporto di Legambiente – che è stata confermata anche a livello europeo. In previsione della riduzione delle emissioni di carbonio nel settore elettrico prevista per il 2050, si stima che 264 milioni di cittadini dell’UE si uniranno al mercato dell’energia come prosumer, generando fino al 45% dell’elettricità rinnovabile complessiva del mix energetico. Secondo il Joint Research Centre (JRC) della Commissione europea, entro il 2030, le Comunità energetiche potrebbero poi possedere il 17% della capacità eolica installata e il 21% di quella fotovoltaica. Invece, entro il 2050, in una stima ottimistica e piuttosto sognante, quasi la metà delle famiglie dell’UE dovrebbe poi produrre energia pulita. A quel punto la crisi energetica, e probabilmente anche quella climatica, sì che sarebbero un lontano ricordo.
[di Simone Valeri]




Finchè non verrà anche cambiato l’attuale sistema di agricoltura intensiva (*), eliminando l’aratura e praticando altri accorgimenti (ben spiegati nel documentario “Kiss the Ground” https://kisstheground.r36.it ) , la crisi climatica non si invertirà.
* (promosso da Bayer e altre multinazionali della chimica, manipolando le informazioni fin dalla formazione degli agronomi)