venerdì 2 Dicembre 2022

I poliziotti agitatori infestano i gruppi su internet: un’inchiesta tedesca

I servizi segreti sono una presenza invisibile, tanto proteiforme quanto inquietante, di cui tutti sono a conoscenza ma che nessuno nomina per paura. Possiamo considerarli come il grande “convitato di pietra”, con un ruolo sempre più ingombrante, eppure, ancora sottovalutato nelle analisi politiche, storiche e giornalistiche. Anche se formalmente subordinati al potere politico ed esecutivo, gli apparati di intelligence hanno risorse enormi in grado di sfuggire ai deboli criteri di trasparenza e di controllo. Sono pertanto capaci di costruire delle reti di interessi in grado di condizionare sia l’agenda politica, sia l’agenda dei media e di infiltrarsi sotto copertura un po’ ovunque. 

Ogni tanto la stampa si ricorda di loro e vi dedica qualche inchiesta, come quella apparsa recentemente su Süddeutsche Zeitung, nell’articolo Allein unter falschen Freunden (“Soli tra falsi amici”) a cura di Ronen Steinke. Da questo articolo emerge che centinaia di nazisti radicali ed estremisti di destra on line sono in realtà agenti dell’intelligence tedesca e molti di loro potrebbero essere responsabili di “incitamento all’odio” e alla violenza sul web. Questi agenti sotto copertura, che una volta – per esempio durante il nazismo – avevano bisogno di socializzare direttamente con i loro obiettivi, ora gestiscono account virtuali on line, senza bisogno di dover più nemmeno incontrare i soggetti che monitorano. L’azione di controllo e infiltrazione si è così spostata dalle taverne al web, rimanendo altrettanto efficace e capillare.

Scopriamo così che l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione (in tedesco: Bundesamt für Verfassungsschutz, BfV) gestisce centinaia di account di estremisti di destra, ufficialmente per carpirne la fiducia. Secondo una ricerca del quotidiano, l’autorità ha investito molto in questi “agenti virtuali” dal 2019 a oggi, grazie ovviamente ai finanziamenti dei contribuenti. Queste spie non si occupano solo di controllare gli estremisti e gli islamisti, ma anche di insinuarsi tra i “teorici della cospirazione”, per poterli sorvegliare da vicino.

Non è chiaro fino a che punto si spingano le loro attività perché non c’è un controllo pubblico in grado di fare chiarezza. Il BfV sostiene che l’infiltrazione degli agenti virtuali sarebbe necessaria per monitorare efficacemente l’estrema destra, ma gli oppositori criticano questa modalità, affermando che potrebbe promuovere e incoraggiare attivamente il radicalismo

Un altro punto su cui bisognerebbe soffermarsi in un periodo in cui l’allarme sull’estremismo di destra ha monopolizzato per anni l’opinione pubblica e l’agenda politica, è quello di riuscire a identificare la portata e il numero di questi agenti infiltrati per distinguere tra il pericolo reale e quello virtuale indotto dall’intelligence stessa.

Le fonti interpellate da Steinke sembrano confermare che per farsi prendere sul serio dagli estremisti, gli agenti del BfV arrivino a istigarli a commettere reati. Fino a che punto, si spinge questa operazione di promozione e incitamento all’odio? La domanda non è secondaria, dal momento che si susseguono proposte di leggi speciali da adottare per arginare la disinformazione, l’estremismo e la violenza sul web, arrivando a legittimare la censura: quanto di questi fenomeni è esacerbato dalle psy-ops delle intelligence? Si sta volontariamente avvelenando il web per portare all’introduzione di leggi per comprimere la libertà di pensiero, sfruttando la tecnica di ingegneria sociale nota come “azione-reazione-soluzione”?

Non possiamo infatti dimenticare che operazioni coperte e guerra psicologica sono modalità da sempre adottate dall’intelligence. Rimanendo nei confini tedeschi, pensiamo per esempio alle rivelazioni del giornalista tedesco Udo Ulfkotte che, dopo oltre 17 anni di carriera, ha descritto nel dettaglio, per diretta testimonianza, come i governi e le Agenzie di intelligence usano e sfruttano i media per scopi di propaganda. Ulfkotte, prima di morire, si era pubblicamente vergognato del proprio coinvolgimento nella divulgazione e nella diffusione di informazioni e storie false e aveva deciso di dare alle stampe il libro Giornalisti comprati. Come i politici, i servizi segreti e l’alta finanza dirigono i mass media tedeschi. Ulfkotte ha precisato che quanto descritto nel suo libro «non riguarda solo la Germania, è un sistema mondiale ed è pericoloso renderlo pubblico, ma ne vale la pena, per dare un’idea di quello che avviene a porte chiuse».

Gli esempi simili sono innumerevoli. Ben oltre i confini tedeschi, il 18 giugno 1948, con la direttiva 10/2, il National Security Council (NSC) aveva autorizzato la CIA a organizzare «operazioni clandestine» in tutto il mondo. La direttiva era chiara, ricorda Pino Cabras in Strategia per una guerra mondiale, nel definire la genesi e gli obiettivi di tali missioni segrete che vennero «condotte o promosse» dal governo americano «contro Stati o gruppi di Stati stranieri o ostili o a sostegno di Stati o di gruppi di Stati amici, ma pianificate ed eseguite in modo tale che ogni responsabilità a loro riguardo da parte del governo americano non sia evidente alle persone non autorizzate o, se scoperta, possa essere plausibilmente smentita».

Per questo scopo venne istituita un’apposita divisione, l’Office of Special Projects (OSP), in seguito denominato Office of Policy Coordination, volta a «pianificare e portare a termine operazioni clandestine». Queste operazioni clandestine, scrive Daniele Ganser in Gli eserciti segreti della NATO, si occupavano di «ogni attività riferibile a propaganda, guerra economica, azioni dirette preventive compreso il sabotaggio, l’antisabotaggio, la distribuzione e misure di evacuazione; sovversione contro Stati ostili, compreso il sostegno a gruppi di resistenza occulti, guerriglia, raggruppamenti di rifugiati e aiuto a elementi anticomunisti autoctoni nei paesi minacciati del mondo libero».

Tali attività sono organizzate mascherando ogni responsabilità riconducibile ai governi, tanto che immense risorse vengono spese per depistare e neutralizzare le eventuali scoperte con il noto principio della “smentita plausibile”. 

Negli ultimi anni il problema delle “fake news” e della violenza sul web ha acquisito sempre più spazio e importanza anche nel dibattito pubblico, portando alla presentazione di disegni di leggi, alla creazione di task force e Commissioni parlamentari e dall’altro a stringere le maglie della censura dell’informazione indipendente. Da un lato stiamo assistendo al tentativo di creare una informazione certificata, dall’altra alla frammentazione della verità come se tutto fosse relativo, virtuale e prospettico, inconoscibile, legittimando pertanto il controllo e la revisione dei contenuti che non collimano con la narrativa del pensiero unico. Il rischio di promuovere “leggi speciali” è quello di legittimare moderne forme di Inquisizione digitale.

Fino a che punto, dovremmo però chiederci, il fenomeno della violenza e della disinformazione rappresenta realmente una minaccia per la collettività e quanto invece questo è stato alimentato, strumentalizzato ed eterodiretto ad hoc da interessi occulti che usano, tra le loro tecniche di ingegneria sociale, anche le leve dell’intelligence?

[di Enrica Perucchietti]

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