mercoledì 7 Dicembre 2022

Con il pretesto del terrorismo Israele intensifica la repressione dei palestinesi

Nella giornata di oggi, sabato 2 aprile, tre palestinesi sono stati uccisi nel corso di una sparatoria con le forze armate israeliane in Cisgiordania. Secondo la polizia israeliana si trattava di una “cellula terroristica” coinvolta nelle recenti attività contro le forze di sicurezza e “apparentemente pronta a lanciare un altro attacco”. Quattro membri delle forze israeliane sono stati feriti. Si tratta dell’ultimo episodio di una rapida escalation di violenze che ha registrato, nella settimana scorsa, il più alto numero di vittime israeliane in un contesto non di guerra da molti anni a questa parte. Gli attentati hanno costituito un ottimo pretesto per mettere in atto una dura repressione nei confronti del popolo palestinese, anche se l’impressione è che le forze israeliane stiano “colpendo nel mucchio”, più che avere un’idea precisa della provenienza degli attentati.

Sono tre i palestinesi uccisi nella giornata di oggi in Cisgiordania dalle forze di sicurezza israeliane, che li accusavano di essere terroristi. Giovedì 31 marzo almeno due palestinesi sono rimasti uccisi durante un raid nel campo profughi di Jenin, un terzo su di un autobus. Il 30 marzo due fratelli palestinesi, accusati dai poliziotti israeliani di star preparando un attentato, sono stati arrestati nella Gerusalemme ovest dopo che la polizia ha sparato loro alle gambe. I media palestinesi denunciano decine di arresti tra la popolazione. Le rappresaglie scattate in Cisgiordania hanno anche visto gli israeliani abbattere ulivi e danneggiare case e veicoli degli abitanti con pietre e bastoni. La rapida escalation di violenze e arresti segue l’intensificarsi degli attacchi da parte dei militanti, che ha portato a 11 il totale delle vittime israeliane, il bilancio più alto registrato in una sola settimana in un contesto non di guerra dal 2006. Otto di questi erano civili e tre agenti di polizia, a fronte di quattro attentatori. Gli attacchi da parte araba sono stati tre in tutto: il più sanguinoso ha avuto luogo in un sobborgo di Tel Aviv nella giornata di martedì 29 marzo.

In seguito agli attacchi, il primo ministro israeliano Naftali Bennett si è rivolto alla popolazione con un video nel quale ha affermato «Cosa ci si aspetta da voi cittadini israeliani? Vigilanza e responsabilità. A chi ha il porto d’armi dico che questo è il momento di tenere una pistola (a portata di mano)». Il netto incitamento alla violenza accompagna l’aumento del contingente armato per le strade: saranno ben un migliaio, infatti, i soldati che affiancheranno le forze di polizia. Tuttavia, la risposta di Israele agli attacchi palestinesi non sembra avere dei target precisi, ma pare più mettere in atto una repressione che colpisce alla cieca obiettivi casuali. “Israele sta affrontando una crisi di sicurezza” scrive l’analista Amos Harel, esperto dei media israeliani sulle questioni militari e di difesa, su Haaretz: “Il senso di sicurezza personale degli israeliani ha subito un duro colpo”. Nessuno degli attacchi, infatti, era stato previsto dall’intelligence israeliana. “Per ora i terroristi sembrano essere un passo avanti rispetto ai servizi di sicurezza, che brancolano nel buio” scrive l’analista.

La repressione delle forze israeliane è avvenuta su larga scala in tutta la Cisgiordania e si è svolta con particolare intensità in concomitanza con le celebrazioni per il 46° anniversario della Giornata della Terra, in ricordo del sequestro dei Territori palestinesi da parte del governo israeliano nel 1976. Contro la popolazione sono stati usati proiettili di metallo rivestiti in gomma, bombe sonore e lacrimogeni. Il momento è poi particolarmente delicato anche in ragione del fatto che ad aprile convergeranno l’inizio del Ramadan e la Pasqua cristiana ed ebrea. Le festività precedono inoltre una serie di anniversari delicati, tra i quali il Giorno dell’indipendenza israeliana, la commemorazione della Nakba palestinese e il primo anniversario del conflitto di 11 giorni svoltosi nel maggio scorso, nel corso del quale 250 persone furono uccise a Gaza e 13 in Israele. In vista del probabile aumento delle tensioni, Israele ha rinforzato le truppe schierate lungo il confine con la striscia di Gaza.

Il presidente palestinese Mahmud Abbas ha condannato l’attacco avvenuto a Tel Aviv, secondo quanto riportato da Times of Israel, affermando che “L’uccisione di civili palestinesi e israeliani porterà solo a un ulteriore deterioramento della situazione, mentre noi tutti stiamo lottando per la stabilità“. Nel frattempo Israele ha ricevuto messaggi di sostegno da varie parti, inclusi gli Stati Uniti e il segretario generale dell’ONU Guterres.

[di Valeria Casolaro]

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3 Commenti

  1. Siamo subito intervenuti in Ucraina perché lì sono stati piazzati da USA e UE i laboratori biochimici per creare altri virus come il corona e attuare l’agenda del transumanesimo, invece in Palestina c’è una strage che si trascina da svariate decine di anni e USA e UE inviano solo messaggi di sostegno (ad Israele).

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