mercoledì 7 Dicembre 2022

Vietato Dostoevskij all’Università: la censura antirussa ha già passato il ridicolo

L’Italia si risveglia oggi con un paradosso: come rispondere alle decisioni e alle mosse di Putin? Con la censura nel proprio Paese. È ciò che è successo al professor Paolo Nori e al suo corso sul celebre romanziere russo Fëdor Michajlovič Dostoevskij, cancellato dall’Università Bicocca di Milano per “evitare ogni forma di polemica dato il momento di forte tensione attuale”. Una scelta che testimonia un clima tutt’altro che democratico, dove si ritiene evidentemente giusto non solo trasmettere una realtà a senso unico sui media, ma addirittura recidere con la censura qualsiasi legame con la Russia, anche culturale come nel caso di uno scrittore di fama mondiale. «Non solo essere un russo vivente è una colpa oggi in Italia, ma lo è anche essere morto» ha commentato il professor Nori, per poi aggiungere: «Ciò che sta succedendo in Ucraina è una cosa orribile, ma parte di quello che sta accadendo di conseguenza in Italia è ridicolo», tra cui censurare un corso su un autore «condannato a morte nel 1849 per aver letto qualcosa di proibito».

Paolo Nori non trattiene le lacrime di fronte a questa decisione assurda e paradossale, che non assume un senso da qualsiasi punto di vista venga osservata. «Che una università italiana proibisca una corso su un autore come Dostoevskij è una cosa che io non posso credere», ha infine aggiunto. Almeno, guardando al bicchiere mezzo pieno, dalla Bicocca sembrerebbe appena arrivata una retromarcia sulla decisione, mentre centinaia di persone hanno espresso nelle scorse ore la loro solidarietà al professore, tra cui si annoverano diversi profili politici, da Pier Luigi Bersani a Matteo Renzi. Tornando, invece, al bicchiere mezzo vuoto c’è da ricordare come la stessa politica, e in particolare il Pd, abbia fortemente protestato in Commissione di Vigilanza RAI per le parole del giornalista corrispondente da Mosca, Marc Innaro, colpevole di aver ricordato quanto segue nel suo intervento in diretta al Tg2: «Basta guardare la cartina geografica per capire che, negli ultimi 30 anni, chi si è allargato non è stata la Russia, ma la Nato». Il giornalista è stato prontamente bollato come filo-russo e adesso rischia ripercussioni sul proprio lavoro: quanto ha detto è una ovvietà che non può essere smentita, ma evidentemente politicamente scorretta in un momento in cui i media si arroccano nella comunicazione a senso unico che deve forzare gli spettatori non a riflettere ma a scegliere acriticamente da che parte stare.

I due episodi non possono far altro che spingere alla riflessione, perché cancellare un corso su un autore “colpevole” del fatto che la sua patria, 150 anni dopo la sua morte, abbia attaccato uno Stato o attivare una procedura di vigilanza nei confronti di un giornalista che riporta in maniera obiettiva dei dati sono sintomi di una malattia che un Paese che si professa come difensore della democrazia e della libertà non può permettersi. Una narrazione a senso unico che nei giorni scorsi ha oltretutto fatto abbondante uso di fake news.

[Di Salvatore Toscano]

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