lunedì 3 Ottobre 2022

L’ex premier Massimo D’Alema scoperto a trattare la vendita di armamenti alla Colombia

Cosa lega il Paese dove nel 2021 sono stati uccisi 145 difensori dei diritti umani a Massimo D’Alema? Un’operazione a nove zeri, mediata dall’ex Presidente del Consiglio, che avrebbe portato in Colombia quattro corvette, due sommergibili e diversi caccia intercettori prodotti in Italia. Precisamente, le aziende coinvolte sono Fincantieri e Leonardo, il cui amministratore delegato, Alessandro Profumo, intrattiene da anni una certa amicizia con D’Alema, come dimostra la sua partecipazione nel 2015 alla cena da mille euro a coperto per finanziare la fondazione dell’ex segretario del Pds.

Il problema, sia per le istituzioni italiane sia per D’Alema, non è di certo finanziare un Paese accusato da Amnesty International e Human Rights Watch per gravissime violazioni dei diritti umani. L’Italia, come gli altri paesi occidentali non si fa remore a mettere il business delle armi davanti ai diritti umani, e il nostro paese già vende armi anche all’Egitto e a Israele, tornato di recente a far parlar di sé per le violente repressioni nei confronti del popolo palestinese. Il problema è più che altro la sovrapposizione verificatasi fra i ruoli, visto che la trattativa per vendere armi al governo colombiano sembrerebbe essere stata avviata già nel 2018. Quindi inizialmente sono le istituzioni italiane a trattare, con diversi incontri fra le parti, fino a quando a metà febbraio l’ambasciatrice colombiana a Roma chiama il sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè per riferirgli di aver ricevuto una telefonata di D’Alema, che si presentava come mediatore della fornitura per incarico di Leonardo. A confermare l’accaduto è lo stesso Mulè, in un intervento televisivo dove afferma: «Sulla base di questo, convoco i dirigenti dell’azienda» per fargli notare che «è già in corso un’interlocuzione diretta tra governi, peraltro sollecitata e voluta dalla stessa Leonardo. Quindi chiedo loro quale sia il ruolo del Presidente D’Alema». Seguono giorni di silenzio da parte dell’azienda, che non fornisce una risposta adeguata a giustificare il motivo per cui si sia affidata a un intermediario, violando tra l’altro la legge n. 185 del 9 luglio 1990, norma che vieta la presenza di mediatori durante la compravendita di armi.

A prendere la parola nei giorni scorsi è stato lo stesso Massimo D’Alema, avanzando una tesi contrastante le parole di Mulè: «Non c’erano stati contatti a livello governativo, per questo ho fatto due cose: innanzitutto ho parlato con l’ambasciatrice della Colombia. Non ne sapeva nulla e ne sono rimasto sorpreso. Poi ho provveduto a informare Giorgio Mulè dell’attività in corso». In seguito, l’ex leader della FGCI (Federazione giovanile del Partito comunista) ha ammesso una posizione che sin da subito era apparsa contraddittoria, quella relativa al suo guadagno finale, affermando in un’intervista a Repubblica, di aver cercato di «dare una mano a imprese italiane per prendere una commessa importante» che, stando all’audio finito in rete un anno fa relativo ai giorni delle trattative, ammonterebbe a 80 milioni di euro, da dividere con i soci dello studio Robert Allen Law, e i «colombiani». «Ero stato contattato da personalità colombiane che si erano dette disposte a sostenere questa ipotesi. Evidentemente a qualcuno dava fastidio ed è intervenuto per impedirlo. Sia il Governo sia l’ambasciata colombiana erano stati chiaramente avvertiti di tutto. Trovo incredibile come sia facile reclutare in Italia qualcuno disponibile a danneggiare il nostro Paese», ha infine aggiunto Massimo D’Alema.

Nel silenzio generale di una parte degli interessati, si è mosso qualcosa fra i banchi della politica, non tanto a sinistra dove alcuni esponenti del Pd hanno preferito la strada del “non commento per non alimentare polemiche”, ma più sul centro-destra, dove ad esempio Fratelli d’Italia ha annunciato un’interrogazione parlamentare con l’obiettivo di chiedere e ottenere delucidazioni da parte del Governo circa i tanti aspetti della vicenda ancora rimasti nell’ombra.

[Di Salvatore Toscano]

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2 Commenti

  1. La democrazia è malata, finchè c’è chi vive di politica queste saranno sempre situazioni che ci saranno.
    Se nelle elezioni utilizzassimo il sorteggio dei candidati o mettessimo un limite di mandato avremmo un gruppo dirigente politico più sano nel tempo.

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