giovedì 6 Ottobre 2022

Truth, il social network di Donald Trump è finalmente online

«Viviamo in un mondo dove i talebani hanno un’immensa presenza su Twitter, mentre il vostro Presidente americano preferito è stato messo a tacere», aveva lamentato nell’ottobre del 2021 un Donald Trump ormai lontano dai corridoi del potere, ma anche da quella vetrina che sono i social media. Tra scossoni politici e linguaggio apertamente provocatorio, l’ex Presidente era infatti stato depauperato dalle Big Tech della sua notevole forza internettiana, forza che ora cerca di restaurare lanciando il suo social personale: Truth.

L’idea originale era quella di iniziare a mettere il portale a disposizione del pubblico già nel novembre del 2021, ma l’ipotetico lancio si tradusse allora in un nulla di fatto screziato da un soffocante silenzio. Questa quiete imbarazzata si è però infranta negli scorsi giorni, ovvero quando la Trump Media & Technology Group (TMTG) – azienda creata ad hoc lo scorso febbraio – ha annunciato che Truth sarebbe comparso in versione di prova il 21 febbraio 2021, data che strategicamente coincidente con le celebrazioni americane del Giorno dei Presidenti.

Il social è dunque online. Quasi. La sua pagina web risulta ancora oggi inaccessibile e l’app per cellulari è disponibile esclusivamente agli statunitensi e solamente via l’App Store di Apple. Nonostante queste limitazioni, Truth ha immediatamente scalato la vetta di popolarità delle app, scomodando una mole di utenti di tale portata che i consumatori si sono trovati costretti a patire rallentamenti e attese pur di poter accedere ai servizi. Non che di servizi ve ne siano molti, in questo momento. Il social è pressoché un ibrido tra Twitter e Facebook, ma è comprensibilmente ancora molto acerbo, pieno di bug e sempre vulnerabile a crollare a causa dell’instabilità dei server. L’adesione ai suoi servizi non possiede dunque un valore di consumo, piuttosto è da leggersi perlomeno in un’ottica simbolica.

Volendo scrutare dietro le quinte, la situazione è però più complessa e sfaccettata. Trump aveva già in passato cercato di rimediare alla sua dipartita mediatica appoggiandosi a portali che condividessero con solerzia la sua narrativa: prima si era mosso su Parler – social che è stato prontamente debellato dalla Rete -, quindi si era aperto il blog From the Desk of Donald J. Trump, il quale è stato un flop di proporzioni epocali ed è stato abbandonato nel giro di un mese.

Il fallimento del blog ha dimostrato che i follower di Trump non siano di per sé interessati alle posizioni dell’imprenditore, quanto alla possibilità di condividerne il messaggio. Una vera e propria dinamica dello sciame digitale in cui a cui tirare le fila non è tanto il leader nominato, ma un impianto comunicativo condiviso e polarizzato, poco avvezzo al confronto e molto forte nel creare un senso di appartenenza.

Volendo essere cinici, si potrebbe rimarcare come la vera forza di Truth non sia tanto quella dell’ottenere un libertarismo a ogni costo – il social deve comunque sottostare alle policy di Apple – quanto quella della strategia commerciale. La guida di TMTG è stata infatti affidata a Devin Nunes, Repubblicano tanto fedele a Trump da guadagnarsi nel gennaio del 2021 la Medaglia presidenziale della libertà, nonché ex-direttore della House Intelligence Committee, Commissione politica che monitora le mosse dell’Intelligence statunitense.

Considerando che sorveglianza e digitale vanno a braccetto, Nunes può vantare un ruolo privilegiato nel definire le strategie manageriali di Truth, dettaglio che non è certamente sfuggito alla Borsa. Sebbene TMTG non sia correntemente quotata a Wall Street, l’azienda ha infatti siglato un accordo di fusione con la Digital World Acquisition Corp (DWAC), la quale ha poco sorprendentemente visto lievitare il valore delle proprie azioni. Grattata la patina superficiale, insomma, Truth dà l’idea di essere una trovata imprenditoriale e non quel megafono politico che alcuni speravano di poter sfruttare.

[di Walter Ferri]

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