L’emergenza Covid-19 nelle carceri italiane come è stata affrontata e quali effetti ha avuto riguardo la criticità cronica del sovraffollamento? A due anni, ormai, dall’inizio della pandemia si possono estrarre alcuni dati significativi. Ai primi provvedimenti emergenziali – sospensione dei colloqui con i familiari, stop agli ingressi esterni di persone con cui i detenuti svolgevano attività lavorative, educative, formative e ricreative e perfino interruzione della ricezione di pacchi e lettere – si sono registrate proteste e vere e proprie rivolte.
Tra il 7 e il 10 marzo 2020 sono scoppiati tumulti che hanno coinvolto circa 6.000 detenuti (10% della popolazione penitenziaria) di cui 13 sono morti. Si sono contati oltre 40 agenti feriti. Si è verificata un’evasione di massa dal carcere di Foggia e devastazioni di diversi istituti (il più eclatante a Modena). Rivolte innescate – secondo Gian Luigi Gatta, ordinario di diritto penale all’Università degli Studi di Milano e direttore della rivista Sistema Penale – “dalla paura di contrarre il Coronavirus in ambienti chiusi, sovraffollati, con precarie condizioni igieniche e dalle limitazioni normativamente imposte ai detenuti per prevenire la diffusione del virus (d.l. n. 11/2020)”.
All’inizio della pandemia, febbraio 2020, i detenuti in Italia erano 61.230 in istituti la cui capienza regolamentare è poco più di 50.000 persone. Lo stesso Garante Nazionale delle persone detenute, Mauro Palma, ha invitato il Governo ad attuare urgenti “misure straordinarie volte ad alleggerire le situazioni di sovraffollamento”. Il Governo è intervenuto, con il decreto Cura Italia del 17 marzo 2020, disponendo l’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori a 18 mesi e estendendo le licenze ai detenuti in semilibertà. Anche la Magistratura di Sorveglianza ha esteso l’applicazione delle misure alternative alla detenzione e all’uscita dal carcere, particolarmente per chi aveva problemi di salute, compresi i detenuti per reati di mafia. Scelta, quest’ultima, che ha sollevato polemiche tra chi si appellava al principio della certezza della pena e chi sosteneva le ragioni della situazione di emergenza sanitaria. A metà 2020, a seguito di queste polemiche, il Governo vara nuovi provvedimenti, i cosiddetti decreti Bonafede, dal nome ministro della Giustizia, che vincolavano le decisioni del Magistrato di Sorveglianza ai pareri della Procura nazionale e alle procure distrettuali antimafia. Questioni sulle quali è stato richiesto l’intervento della Corte Costituzionale, che si è pronunciata il 24 novembre 2020, ritenendo valide le disposizioni dei decreti Bonafede perché consentivano un costante aggiornamento del “delicato bilanciamento sotteso alla misura in essere, alla luce di una situazione epidemiologica in continua evoluzione.”
Dopo poco meno di un anno si potevano contare gli effetti dei decreti sulla popolazione nelle carceri: riduzione dei detenuti dagli oltre 61.000 di febbraio 2020 ai 53.387 di fine maggio 2020; e una riduzione del numero di detenuti alla cifra di 52.207, al 6 aprile 2021, per risalire oggi a 53.954 presenze. Inoltre, nell’anno di pandemia, da marzo 2020 a oggi, risultano deceduti per Covid, 21 detenuti e poco più di 84.000 dosi di vaccino inoculate; mentre si stima che abbiano completato il ciclo vaccinale 40.000 persone. E’ possibile soltanto stimare quest’ultimo dato, poichè il Ministero della Giustizia ha reso note le quantità di vaccino amministrate e non il numero di persone vaccinate.

L’associazione Antigone nel XVII rapporto sulla situazione delle carceri ha calcolato e comparato i tassi medi di positività tra la popolazione italiana detenuta e quella non durante le prime ondate pandemiche. Durante aprile 2020 nelle carceri italiane si sono registrate 18,7 positivi ogni 10.000 persone, mentre nell’intero Paese 16,8 ogni 10.000.
A dicembre 2020 nelle carceri italiane 179,3 e in tutta Italia 110,5; e nel 2021, a febbraio, i positivi detenuti erano 91,1 contro i 68,3 della Nazione. Oggi, secondo i dati dell’ultimo report del Ministero della Giustizia-Dap su carceri e coronavirus, sono 162 i detenuti positivi, su una popolazione carceraria di 53.954 unità, circa lo 0,3%. Gli agenti penitenziari attualmente positivi sono 171 su un totale in servizio di 36.939 unità. Tra i detenuti positivi, 158 sono asintomatici, mentre due hanno sintomi e due sono ricoverati. Per quanto riguarda gli agenti, 169 positivi sono in isolamento domiciliare, due degenti in caserma e nessun ricoverato. Sono 18 i casi di positività al virus riscontrati tra i 4.021 dipendenti dell’Amministrazione penitenziaria, uno dei quali è ricoverato in ospedale.
Infine un dato correlabile con la pandemia: l’ultimo rapporto del Comitato di Giustizia del Parlamento. Quest’ultimo rileva come i detenuti di età più adulta siano oltre 5.000 e che il 90% presenti almeno un problema di salute o una disabilità. Più del 50% ha tre o più patologie e il 70% dei detenuti con più di 60 anni aveva ricevuto un trattamento medico nei dodici mesi precedenti all’arresto.
Oggi il Garante nazionale dei diritti delle Persone Private di Libertà Personale sottolinea un andamento della popolazione incarcerata in “controtendenza rispetto alla riduzione del 2020. L’aumento – spiega il Garante – riguarda anche le persone ristrette per pene inflitte (non residue) inferiori a 3 anni: sono detenute in carcere per scontare una pena inferiore a un anno ben 1.211 persone, altre 5.967 per una pena da uno a tre anni. Un dato numerico che da solo risponde a coloro che affermano che in Italia nessuno è in carcere per pene così brevi”.
[di Antonio Gesualdi]



