giovedì 19 Maggio 2022

Ingannare il riconoscimento facciale: la nuova battaglia dell’arte attivista

Tra le sfide epocali che l’umanità sta già vivendo non troviamo le innovazioni digitali bensì la loro regolamentazione.

La sfida è già cominciata e riguarda anche l’Italia: basta rifarsi all’inchiesta Angius-Coluccini (del 2019) su Sari, il Sistema Automatico di Riconoscimento delle Immagini in dotazione alla Polizia di Stato; oltre 16 milioni di record (registrazioni) e 10 milioni di foto per più di 9 milioni di profili schedati, soprattutto stranieri. Non è ancora chiaro né cosa contengano questi “record” né come siano strutturati o aggiornati e questa del riconoscimento facciale è solo una piccolissima parte delle possibilità di controllo sociale a disposizione di enti pubblici, governi e aziende private. La Commissione Europea, proprio quest’anno, si è impegnata con la bozza di regolamento sull’Intelligenza Artificiale per delimitarne il campo d’azione, proponendo di mettere al centro dell’attenzione la tutela dei diritti fondamentali. Tuttavia, in Italia, il dibattito pubblico su questi temi è praticamente a zero; la sorveglianza di massa, pubblica o privata, non è ancora generalmente percepita come un possibile danno all’individuo.

Lo scorso settembre, in seguito alle tante manifestazioni anti greenpass, il Garante della Privacy è dovuto intervenire per cercare di regolamentare l’uso delle body-cam da parte di Polizia e Carabinieri, che le possono utilizzare soltanto per “documentare situazioni critiche d’ordine pubblico in occasione di eventi o manifestazioni”. L’autorità ha chiesto che il sistema utilizzato non consenta l’identificazione “univoca” o il “riconoscimento facciale” della persona e che, a differenza di quanto sostenuto dal Ministero dell’Interno e dall’Arma, è obbligatoria la “consultazione preventiva” del Garante. In ballo c’è il rischio di discriminazione, di sostituzione dell’identità e di privazione di diritti e libertà. Nonostante la definizione poco delineata delle situazioni d’utilizzo, le videocamere indossabili dei reparti mobili incaricati, ad esempio, potranno essere attivate solo in presenza di “concrete e reali situazioni di pericolo, di turbamento dell’ordine pubblico o di fatti di reato”. La “registrazione continua” delle immagini non è ammessa e tantomeno quella di “episodi non critici”. I dati raccolti riguardano audio, video, foto, data, ora della registrazione e coordinate Gps; che una volta scaricati dalle videocamere devono essere disponibili, con diversi livelli di accessibilità e sicurezza, per le successive attività di accertamento. “L’utilizzo di body-cam da parte delle forze dell’ordine – scrive il Garante della Privacy – rende estremamente probabile il trattamento di dati che rivelino le opinioni politiche, sindacali, religiose o l’orientamento sessuale dei partecipanti.” Si rischia, insomma, di ledere continuamente principi costituzionali.

Negli Stati Uniti, dove i sistemi di sorveglianza sono più pressanti che in Italia, si stanno moltiplicando gruppi di attivisti, programmatori, docenti e artisti che escogitano modi per evitare l’incasellamento di massa. Mentre in Europa, “invenzioni” come quella della “maschera a lenti sfaccettate” del belga Jip van Leeuwenstein, rendono impossibile il rilevamento biometrico con algoritmi facciali. Da qualche anno sono disponibili, in vista di cortei e manifestazioni, custodie schermate per cellulari, protesi con false impronte digitali, cappotti imbottiti per bloccare le onde radio e visiere a led. Droni e anti-droni.

L’artista-attivista di Chicago, Leo Selvaggio, vende maschere in resina che confondono i dispositivi di riconoscimento facciale. Studenti dell’Università di Washington hanno messo a punto un prototipo per la “trasmissione sul corpo”. Si tratta di dispositivi indossabili che funzionano in wireless, ma solo se a contatto con il corpo. Si sta sperimentando anche la bandana smart che è interconnessa e registra eventuali abusi delle forze dell’ordine. Purtroppo tutti questi oggetti hanno dei costi di produzione che, in parte, ne rendono ancora elitaria e limitata la distribuzione.

maschere di Leonardo Selvaggio

Non è accettabile doversi “acconciare” per un corteo o una manifestazione che, in una democrazia, dovrebbero essere la sostanza del confronto e dell’espressione libera. Per resistere alle eventuali intrusioni nella propria privacy e/o cittadinanza, come scrive, ad esempio, Leo Selvaggio, sulle pagine “WWWW”-Who Will Watch the Watchers, si stanno raccogliendo “tecnologie speculative, pragmatiche e riproducibili destinate a sfruttare strumenti e processi democratici basati sull’immagine per difendere, potenziare e mobilitare l’azione civica nello spazio pubblico. Uno dei nostri maggiori svantaggi come cittadini nei confronti delle strutture di potere governative – spiega Selvaggio – è l’uso estremamente sbilanciato delle pratiche di raccolta delle immagini da utilizzare come prove: sorveglianza, telecamere del traffico, riconoscimento facciale, eccetera.” I progetti come “WWWW” tentano di spostare questa scala a favore della gente e spesso sono realizzati attraverso crowdfunding e finanziamenti collettivi molto partecipati. Tra questi “URME Surveillance” autodefinito “intervento sovversivo” per proteggere il pubblico dai sistemi di sorveglianza. Finora la faccia di resina, ad esempio, ha mandato nel pallone il riconoscimento facciale di Facebook. La contro-sorveglianza URME è attualmente composta da tre dispositivi. Il primo è l’URME Surveillance Identity Prosthetic, che è una maschera fotorealistica stampata in 3D del viso dell’artista con gli occhi di chi la indossa che tendono a non allinearsi con i fori. Il secondo è l’URME Paper Mask, un’alternativa economica, in carta, che si presta per grandi gruppi, e infine l’URME Facial Video Encryptor, un software personalizzato che crittografa i file sostituendo digitalmente tra loro fino a cinque volti contemporaneamente.

La sfida alla sorveglianza non regolata o indiscriminata va avanti da qualche anno. Negli Stati Uniti, in Europa, in Italia e altrove nel mondo, si evidenziano sempre più lesioni dei diritti e delle libertà fondamentali degli individui, come ha documentato Shoshana Zuboff nel libro “il capitalismo della sorveglianza”; attraverso il controllo dello smartphone, dei pc,  di Google e dei social fino alle identificazioni in pubblico.

[di Antonio Gesualdi]

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