venerdì 20 Maggio 2022

Cattura del carbonio, cinquanta scienziati si appellano a Draghi

Cinquanta scienziati e accademici italiani hanno scritto una lettera, al presidente della Repubblica e al premier Mario Draghi, per contestare l’ipotesi di destinare 150 milioni della legge di Bilancio 2022 agli impianti di Cattura e Stoccaggio del carbonio (Ccs), situati a Ravenna, di proprietà Eni. Una tecnologia immatura, criticata su più fronti e delle cui conseguenze a lungo termine si sa poco o nulla. Varrebbe la pena correre il rischio se solo si avesse la certezza che possa essere realmente risolutiva. Ma così non è. Anzi, “rappresenta – come ribadiscono i firmatari della lettera – un alibi straordinario per continuare a produrre anidride carbonica contribuendo all’attuale trend di crescita esponenziale del disastro ambientale”. Impianti costosi destinati quindi esclusivamente a prolungare la vita del comparto fossile. Non a caso, tutte le grandi compagnie petrolifere premono affinché il Ccs venga adottato su larga scala.

“L’uso e lo stoccaggio della CO2 è realmente una tecnologia socialmente accettabile?”, così gli scienziati hanno aperto la missiva indirizzata ai vertici della Repubblica. La risposta è no. E le ragioni le hanno spiegate in cinque punti. In primo luogo – secondo gli accademici – è inaccettabile che le compagnie petrolifere, tra le principali responsabili delle emissioni di gas climalteranti, pretendano che i loro progetti Ccs siano pagati dallo Stato, quindi dalle collettività. Collettività che già paga, in termini di decessi, spesa sanitaria, perdite di raccolti e di giornate di lavoro, le conseguenze della crisi climatica, la cui genesi è ampiamente attribuibile all’industria fossile. Nel secondo punto spiegano, invece, che “l’iniezione e lo stoccaggio della CO2 nei pozzi in via di esaurimento o già esauriti daranno nuova linfa alle attività estrattive di gas e petrolio”. Inoltre – aggiungono nel terzo – “finanziare il Ccs di Ravenna vorrebbe dire dare la stura alla produzione di idrogeno blu e, di conseguenza, all’estrazione ed al consumo di gas in un orizzonte temporale che si spinge fino al 2050, ben oltre, quindi, il punto di non ritorno”. Infine – sottolineano negli ultimi punti – l’avvio del progetto significherebbe riconvertire le 138 piattaforme che Eni possiede a largo della costa romagnola, evitando così alla multinazionale i costi che dovrebbe affrontare per il ripristino ambientale una volta esauriti i pozzi. E che, in ultimo, tali impianti rischiano di sostituire il mercato dei crediti di carbonio, recentemente migliorato dalla Cop26. Nessuna azienda, infatti, acquisterebbe quote di anidride carbonica alla luce della possibilità di seppellire quest’ultima nel sottosuolo.

Non dovrebbe sorprendere quindi che il Cane a sei zampe le tenti tutte pur di veder finanziato l’impianto. Ci ha provato con il Recovery Plan e poi, di nuovo senza successo, con il Fondo Europeo per l’Innovazione. A detta degli scienziati ricorsi all’appello, le motivazioni per bloccare progetti simili ci sono eccome. Non si tratta, infatti, solo di una tecnologia potenzialmente inutile ma, addirittura, irrimediabilmente dannosa. Certo è che si tratta di una ghiotta occasione per sviluppare un nuovo mercato, dalle potenzialità e profittabilità come pochi altri. Nulla di più. D’altronde, in questo senso, già l’oggetto della lettera è abbastanza esplicito: “l’inganno della decarbonizzazione basata sulla cattura, stoccaggio e uso della CO2”. Tuttavia, nonostante tra i più autorevoli firmatari spicchino chimici ed esperti del settore energetico, nessuno è pronto a scommettere che il presidente del Consiglio vi dia ascolto.

[di Simone Valeri]

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