martedì 30 Novembre 2021

Etiopia, si estende il conflitto: dopo il Tigrè i ribelli puntano la capitale

Continua ad aggravarsi la situazione in Etiopia, dove martedì il governo capeggiato da Abiy Ahmed ha dichiarato lo stato di emergenza nell’intero paese. Il primo ministro ha immediatamente esortato i cittadini ad armarsi e tenersi pronti a difendere la capitale Addis Abeba dall’attacco di due gruppi ribelli: i separatisti del Fronte di liberazione del Tigrè (TPLF) e l’Esercito di liberazione degli Oromo (OLA), alleatisi lo scorso agosto con l’intento di portare la guerra al di fuori della regione del Tigrè. E così è stato. Ai loro colpi hanno già ceduto le città di Dessiè e Combolcià, posizionate lungo l’autostrada che collega la regione del Tigrè, a nord dell’Etiopia, alla capitale. Per questo motivo il governo teme proprio che il prossimo obiettivo possa essere Addis Abeba.

Quella del governo sembra essere stata una mossa necessaria. Attraverso lo stato di emergenza, infatti, Abiy Ahmed nei prossimi sei mesi può decidere di adottare misure che in altre situazioni non potrebbe autorizzare. Si parla di checkpoint e coprifuochi, chiamata alle armi per tutti i cittadini in età per combattere e trasferimento di alcuni poteri nelle mani delle forze di sicurezza. E ancora, possibilità di arrestare senza mandato chiunque sia anche solo sospettato di aiutare o avere legami con i gruppi ribelli.

Non è facile, però, tirare le fila della situazione, in un contesto confuso, caotico e in cui anche la stampa fa fatica a reperire informazioni chiare. Sconcerta soprattutto il fatto che l’Etiopia sia finita nel baratro della guerriglia nel giro di poco più di un anno, dopo essere stata per molto tempo considerata la regione più stabile del Corno D’Africa. Nel 2019 Abiy Ahmed aveva perfino vinto il Nobel per la Pace grazie alla diplomazia adottata negli accordi di pace con l’Eritrea e alle sue riforme democratiche.

Un anno in cui è praticamente cambiato tutto e che ha visto l’esercito federale scontrarsi duramente nella regione settentrionale del Tigrè con i separatisti del Fronte di liberazione del Tigrè (TPLF), a capo dell’area. I ribelli del TPLF non sono nuovi all’Etiopia. Anzi, sono stati per molti anni una fazione dominante all’interno del governo federale, offuscati però poi dall’arrivo al governo di Abiy, nel 2018. Una supremazia che il primo ministro sperava di mantenere anche grazie all’intervento dell’esercito eritreo, sceso al fianco di quello etiope. E invece, dopo una serie di sconfitte, i ribelli erano riusciti a giugno a riconquistare gran parte della regione, dimostrando grande abilità militare, anche grazie all’aiuto degli alleati: l’Esercito di liberazione degli Oromo. Questi ribelli dicono di battersi in difesa degli Oromo, il più grande gruppo etnico dell’Etiopia: molti dei loro leader politici sono stati imprigionati proprio sotto il governo di Abiy.

L’estrema violenza con cui si sono svolti i combattimenti non ha risparmiato i civili: molte organizzazioni per la difesa dei diritti umani continuano a parlare di gravi crimini di guerra e contro l’umanità. Atrocità su cui non si riesce a far luce con chiarezza, dal momento che l’Etiopia ha cercato di limitare un’indagine sui diritti umani condotta dalle Nazioni Unite e il governo nazionale ha vietato ad alcuni organismi come Human Rights Watch e Amnesty International di entrare nella regione assediata. L’unico compromesso accettato è quello di intraprendere un’indagine congiunta fra Nazioni Unite e Commissione etiope per i diritti umani (EHRC), creata dal governo. Al momento potrebbe essere l’unica fonte ufficiale al mondo di informazioni sulle atrocità della guerra. Seppur forse non totalmente “limpida”.

La situazione, comunque, si evolve di giorno in giorno ma è difficile verificare in maniera indipendente la situazione attuale, viste le grosse limitazioni imposte dal governo etiope all’attività dei giornalisti internazionali.

[di Gloria Ferrari]

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