domenica 28 Novembre 2021

Quel che resta del tempo: una, cento, mille narrazioni

“Ci sono giorni che somigliano al riprender fiato, al trattenere il respiro e lasciare il mondo in attesa. Ci sono estati che non vogliono morire. Lungo la strada si aprono fiori che, a toccarli, fanno cadere una pioggia di ruggine autunnale. Pare che su ogni sentiero sia passato un vecchio circo fatiscente, lasciandosi dietro una traccia di ferro antico a ogni giro di ruota. La ruggine era sparsa dappertutto… così i fiocchi caduti di fiori e i binari arrugginivano insieme sul confine dell’autunno”.

“Poi veniva la brutta stagione. Alla fine dell’autunno, in un sol giorno, cambiava il tempo. Di notte dovevamo chiudere le finestre perché non entrasse la pioggia, e il vento freddo strappava le foglie dagli alberi di Place de la Contrescarpe. Le foglie giacevano fradicie nella pioggia e il vento spingeva la pioggia contro il grosso autobus verde al capolinea e il Café des Amateurs era gremito e le vetrine appannate dal caldo e dal fumo dell’interno”.
Il tempo è categoria fondamentale, anche se nulla apparentemente collega l’inizio del romanzo di Bradbury, Addio all’estate con l’inizio del romanzo di Hemingway, Festa mobile, sopra citati, se non considerazioni sull’avvicendamento delle stagioni.

“Scrivere, dipingere, pescare: tre modi di rendere omaggio al tempo”, ha scritto Sylvain Tesson nel diario del suo esilio volontario in Siberia (Nelle foreste siberiane, Sellerio 2012, p. 215). E ancora: “L’uomo è un bambino capriccioso, convinto che la terra sia la sua stanza da giochi, gli animali i suoi balocchi e gli alberi i suoi sonagli” (p. 161), “Il tempo torna a essere la processione invisibile e leggera che si fa strada attraverso l’essere” (p.138). Sembra quasi una visione platonica, quella del tempo come danza delle stelle.

Il tempo è il principe della metafisica, consente considerazioni sugli accadimenti come manifestazioni transitorie che attendono spiegazioni che ci saranno chissà quando. Il vecchio principio dell’indeterminazione di Heisenberg, secondo il quale l’osservatore modifica l’oggetto che sta osservando è sempre valido. Come la conseguenza, sempre di Heisenberg, per cui non possiamo conoscere il presente in tutti i suoi dettagli. Proprio perché il presente è mutamento: così pensavano gli antichi greci.

Come è il caso delle notizie, il far emergere dal flusso degli eventi quello che gli altri dovrebbero sapere. Dare notizie è sempre non dare notizie di qualcos’altro, dando magari la colpa al tempo che non lo consente. Dare notizie è attribuire il diritto di esistere soltanto a qualcosa e a qualcuno e non ad altro. Come notava Jünger, la fretta crescente è un sintomo della trasmutazione del mondo in cifre. Cronaca è davvero vittima di Chronos.

Quindi il tempo c’entra sempre, è lo strumento di misura mediante il quale compiamo delle scelte, sveliamo le intenzioni, critichiamo e accettiamo. Lo svolgersi del tempo ha una pregnanza simbolica, svolgersi era tipico dei testi antichi, arrotolati in pergamene. Lo svolgersi del tempo comporta quindi un saper leggere, una lotta contro l’analfabetismo dell’inevitabile, contro la apparente saggezza del lasciar correre. Dobbiamo invece diventare amici del tempo, convertirci saggiamente in persone che sanno anche scrivere, dipingere, pescare. Attività da tempo libero, è vero, nell’accezione comune, ma attività sottratte ai media, al condizionamento, al determinismo della fatalità.

“Sul molo c’era un uomo che era il migliore sull’isola a pescare dagli scogli, perché per ogni mestiere c’è sempre un uomo che è il migliore fra tutti, non fosse che a picchiar chiodi con un martello”: così racconta una fiaba irlandese che usa la pesca come metafora della vita, e della morte, per dire che “nessun uomo vive oltre il suo giorno”.

Il tempo come durata soffoca e insieme esalta. Considerazioni sviluppate in modo speciale in campo educativo, pedagogico. John Dewey, in Reconstruction in Philosophy (1920), tratta delle forme che l’uomo adotta per idealizzare l’esperienza e darle qualità che in effetti non possiede: “Noi tergiversiamo, schiviamo, sfuggiamo, dissimuliamo, nascondiamo, cerchiamo scuse e palliativi, tutto per rendere la scena mentale meno antipatica… Il tempo e la memoria sono dei veri artisti: essi rimodellano la realtà in modo da renderla più vicina i desideri del cuore” (ed. it. Il Sole 24 Ore, 2006, p. 320). E Jacques Maritain: “La questione è sapere quale sia l’esatto significato della tecnologia per l’uomo, la questione è non trasformare la tecnologia in suprema saggezza e regola di vita” (Le richieste del presente e dell’avvenire, 1943).

Nietzsche, nelle sue conferenze sulla scuola, 1872!, aveva delineato profeticamente il destino dello studente moderno alle prese col dissidio di ciò che studia rispetto al tempo in cui vive, e, possiamo dire, della contraddizione per cui esiste una cultura, una scuola alta che ha sempre tempo, che punta sulla immortalità dei classici e una cultura pratica, una scuola “per i bisogni della vita”, “servitrice e consigliera intellettuale del bisogno, del guadagno, della necessità”. Tutti i movimenti studenteschi, e tutte le riforme della scuola, hanno sbattuto il viso contro questa contraddizione: come si fa a creare una scuola per tutti che sia anche sottratta alle necessità del mercato, come si fa a premiare il merito senza punire chi deve fare più strada per ottenere un riconoscimento?

Sentiamo Nietzsche, che in qualche modo la vede in modo psicologico. Lo studente, per lui, “è rimasto l’unico uomo libero in una realtà di impiegati e servitori, sconta la grandiosa illusione della libertà con dubbi e tormenti sempre rinnovati… Ed è stanco, pigro, timoroso dinanzi al lavoro, si spaventa di tutto ciò che è grande e odia se stesso… Poi precipita… in un ironico scetticismo. Spoglia le sue battaglie della loro importanza e si sente pronto per ogni reale, seppur basso, lavoro utile. Cerca consolazione allora in un’attività frenetica e incessante per nascondersi, in essa, da se stesso. E così conduce la sua perplessità e la mancanza di una guida da una forma di esistenza all’altra” (Sull’avvenire delle nostre scuole, Newton 1998, p. 109).

La precarietà, però, non è la condizione della insicurezza ma la più autentica forma del tempo e dell’essere. Ricordate L’attimo fuggente e il suo nobile interprete? Aleida Assmann chiude la sua densa, impeccabile ricerca proprio con Nietzsche: “È un miracolo: l’istante, eccolo presente, eccolo già sparito… Continuamente un foglio si stacca dal rotolo del tempo, cade, vola via – e rivola improvvisamente all’indietro, in grembo all’uomo. Allora l’uomo dice – mi ricordo – e invidia l’animale che subito dimentica” (Ricordare, ed. it. Il Mulino 2002, p. 451). Col tempo tutto diventa possibile.

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

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