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lunedì 20 Settembre 2021

Texas, la reiniezione petrolifera ha causato 2.000 terremoti in un anno

Quest’anno nella cittadina di Pecos, in Texas, hanno avuto luogo 1.971 terremoti. Un aumento considerevole rispetto al 2020, quando se ne sono verificati 227, e rispetto al 2019, anno in cui lì la terra ha tremato appena 97 volte. Sebbene il Texas sia frequentemente soggetto a fenomeni sismici naturali, in questo caso non c’è dubbio: i terremoti sono causati dalle attività petrolifere. Nel 2007, infatti, l’area di Pecos risultava praticamente priva di attività sismica. Successivamente questa – come rivelano i monitoraggi del US Geological Survey – è andata ad aumentare progressivamente nel tempo. Così come l’estrazione di combustibili fossili nella stessa area. Si arriva così ai quasi 2 mila terremoti registrati nel 2021. Tutti con magnitudo 1,5 o superiore. Non è certo se la totalità di questi dipenda dall’attività industriale, ma la correlazione tra questa e il fenomeno – dicevamo – è ormai incontrovertibile.

Nel mirino, in particolare, c’è la pratica della reiniezione. L’attività prevede che le acque sotterranee, precedentemente estratte insieme agli idrocarburi, vengano reimmesse nella roccia serbatoio di origine allo scopo di essere smaltite. Questo genera cambiamenti nella pressione sotterranea e porta alla riduzione dell’attrito che inibisce lo scorrimento tra faglie esistenti. Con il risultato che determinati terremoti potrebbero scatenarsi o amplificarsi proprio a seguito di tali processi. Anche altre attività estrattive potrebbero avere conseguenze analoghe ma, in proporzione, quelle legate all’industria fossile sono di gran lunga le più frequenti. E il tutto – come dimostra un report dell’Environmental Protection Agency – è noto già da decenni. Rispetto ad allora le evidenze si sono però moltiplicate.

Uno studio del 2020, condotto proprio nell’area di Pecos, ad esempio, ha dimostrato come i tassi di sismicità annuali aumentino insieme ai volumi annuali di estrazione di petrolio e smaltimento dei relativi rifiuti fluidi. Gli autori, in base alle loro evidenze, suggeriscono quindi un nesso causale tra i due fenomeni. Dallo studio emerge poi che la quota dei circa 2 mila terremoti annui, in realtà, era già stata raggiunta nel 2017. «Nel periodo analizzato – scrivono inoltre i ricercatori – i terremoti hanno avuto profondità focali comprese tra i 4 e i 5,2 km sotto il livello del mare, ovvero, all’interno o appena al di sotto degli strati in cui vengono reiniettate le acque reflue. Il fenomeno sismico più intenso – hanno aggiunto – ha toccato una magnitudo di 3.7, ma i recenti alti tassi di attività suggeriscono che potrebbero essere possibili magnitudo maggiori». Quella di Pecos però è solo una delle tante regioni del globo afflitte dall’industria fossile, per le quali – a dirla tutta – i terremoti sono il minore dei mali. Dentro i nostri confini c’è la Basilicata, non a caso, soprannominata il ‘Texas d’Italia’. Ed è qui che Eni, supportando uno studio pubblicato su Nature, ha tentato di legittimare proprio la pratica della reiniezione. Nel mentre, dopo decenni di trivellazioni e nonostante le promesse, la regione resta la più povera d’Italia e registra, specie nei pressi degli impianti petroliferi, incrementi di mortalità allarmanti.

[di Simone Valeri]

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