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venerdì 30 Luglio 2021

Regno Unito e Germania stanno valutando il potenziamento genetico dei soldati

Alla fine di maggio, la Difesa e il Governo britannici hanno accolto e pubblicato una ricerca portata avanti dalla think tank dell’esercito UK – la Development, Concepts and Doctrine Centre (DCDC) – in collaborazione con la Bundeswehr Office for Defence Planning tedesca. Il tema? Il potenziamento tecnico e genetico dell’essere umano, soprattutto nell’ottica del garantire migliori prestazioni militari.

Regno Unito e Germania ci tengono a rimarcare che i contenuti del documento non rappresentino necessariamente le loro strategie future, tuttavia è difficile non leggere tra le righe quello che potrebbe essere un futuro papabile, soprattutto considerando che molte potenze internazionali stanno spingendo per promuovere la progettazione delle armi del domani.

Facendo leva sul classico discorso del “dobbiamo farlo, perché altrimenti gli altri lo faranno prima di noi”, la DCDC prospetta un panorama d’ampio respiro in cui vengono prese in considerazione potenziali strategie con cui rendere più competitivi gli eserciti nazionali, strategie che sono quasi tutte caratterizzate da un tono drammaticamente sopra le righe.

L’indagine parte affrontando l’argomento in maniera molto larga, partendo dallo spiegare il cosa voglia dire “migliorare” o ”ottimizzare” le potenzialità umane, argomenti che suonano già di per sé grotteschi, almeno fintanto che non ci si rende conto che fanno già parte della vita di ogni giorno, dall’indossare degli occhiali da vista all’adottare una dieta sana ed equilibrata.

Da qui in poi, l’analisi prende una piega radicale, passando senza troppe cerimonie alla modificazione genetica dei feti e all’applicazione di impianti neurali che si insinuano direttamente nel cervello dei combattenti. Ambo gli argomenti vengono perlopiù presentati in un’asettica lettura clinica, tuttavia il focus bellico trapela senza troppe ambiguità.

«Le interfacce cerebrali, la farmaceutica e la terapia genica possono giocare una parte significativa nell’ottimizzare e migliorare il comando e le competenze di controllo», specificano dal DCDC, sottolineando come gli impianti potrebbero in futuro anche essere in grado di creare menti alveare facilmente coordinabili o di permettere di “scaricare” dati logistici direttamente nei combattenti.

Il report prende dunque in considerazione, seppur in maniera più superficiale, gli esoscheletri, i sistemi di realtà aumentata, le intelligenze artificiali, la nanotecnologia e persino le stampanti biologiche in 3D, stampanti capaci di creare tessuti organici potenzialmente utili ai fini del trapianto. Tutti argomenti che sono degni di nota, ma che gli autori considerano evidentemente meno interessanti al fine di perseguire il loro scopo finale: sollevare osservazioni che siano in grado di rimettere in discussione i giusti dubbi etici che si legano agli interventi tecnici più invasivi.

«Le implicazioni etiche sono significative, ma non insormontabili». Anzi, in alcuni casi l’ingegneria genetica potrebbe rappresentare addirittura un «obbligo morale», si scrive nel documento. D’altro canto, l’analisi portata avanti da Regno Unito e Germania si adagia più sul piano intellettuale che su quello tecnico.

Tute di potenziamento con visori in realtà aumentata sono, per esempio, già state prodotte in passato, tuttavia i loro alti costi le hanno mandate in pensione ancor prima che venissero effettivamente messe in circolazione. Nella realtà concreta si punta più che altro a esoscheletri meccanici dotati di molle o sistemi idraulici che permettono una ridistribuzione ottimale del peso trasportato. Un genere di tecnologia che, seppur non particolarmente visibile, è utilizzata normalmente per fini virtuosi.

Come prendere dunque il documento del DCDC? Come una sfida etica, uno stimolo al confronto e alla necessità delle comunità di far sentire la propria voce. I confini morali di una società sono plastici e richiedono un’analisi che sia costantemente attenta ai valori ideologici delle popolazioni. È lecito prendere in considerazione – con le cautele del caso – i vantaggi del cosiddetto “transumanesimo”, nonché il promuovere l’avanzamento tecnico della medicina, ma è altrettanto importante il valutare le conseguenze deontologiche delle loro applicazioni e impostare dei limiti che non devono essere superati. Soprattutto se questi limiti hanno a che vedere con l’uccidere sul campo di battaglia.

[di Walter Ferri]

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