Sono passati vent’anni dal primo tentativo di ripopolamento dell’orso bruno in Trentino. Era il 1996 quando partì il progetto europeo Life Ursus, nato con l’obiettivo di ridare vigore all’unica popolazione significativa di orso bruno nelle Alpi nostrane. Quello trentino è, infatti, l’ultimo baluardo alpino di una specie tanto emblematica quanto vulnerabile. Al tempo, 10 orsi provenienti dalle foreste slovene, furono catapultati nella più antropizzata provincia di Trento. Negli anni a seguire la popolazione effettivamente aumentò, ma l’entusiasmo iniziale fu presto spento quando si scoprì che il Dna degli orsi trentini stava venendo meno: gli orsi sloveni si erano accoppiati perlopiù tra loro. Passati due decenni, con un numero di individui adulti stimato tra 82 e 93, ci si chiede quindi se il progetto abbia dato i risultati sperati. Senza soffermarsi troppo sulla genetica, in cinque anni – rivela un rapporto del 2019 – si è effettivamente registrata una crescita media annua della popolazione del 12%, che fa ben sperare. Il numero di individui riproduttivi, quello realmente importante in termini di conservazione, è però notoriamente inferiore e, in questo caso, tale da non garantire un futuro certo alla popolazione.
Il progetto di reintroduzione fu accompagnato da un sondaggio di opinione condotto su 1500 abitanti dell’area interessata dai plantigradi. Il 70% degli intervistati si disse favorevole. Tirate le somme, la percentuale non sembra però rispecchiare il quadro attuale: con l’aumento numerico degli orsi sono iniziati i problemi. Nel 2014, il primo di una lunga serie: l’orsa Daniza ferisce un cercatore di funghi che si era avvicinato troppo ai suoi due cuccioli. Si decise inizialmente per l’immediata fucilazione dell’animale, poi impedita grazie a diverse mobilitazioni. Qualche anno dopo tocca allo scandalo di KJ2, l’orsa uccisa a colpi di fucile perché aveva ferito due uomini, nel 2015 e nel 2017. L’allora governatore Ugo Rossi è ancora sotto processo per la drastica decisione intrapresa.
C’è poi M49, l’orso evaso più volte dal discusso recinto del Casteller dove fu rinchiuso nonostante non abbia mai aggredito nessuno. «Il prigioniero – recitano le prime righe di un’inchiesta condotta dal The Guardian – si trova in una gabbia di due metri per sei, circondata da tre recinzioni elettriche da 7.000 volt, una barriera alta quattro metri, telecamere a circuito chiuso e un certo numero di ranger. Da lontano, la struttura ricorda una prigione di massima sicurezza, ma anche il recinto di un T-rex in Jurassic Park. Il detenuto, tuttavia, non è né un boss mafioso né un rettile di grandi dimensioni, bensì un orso. Il suo nome in codice è M49, alias Papillon. Fino alla sua cattura avvenuta il mese scorso, era l’animale selvatico più ricercato d’Europa, accusato di aver massacrato dozzine di mucche e pecore sulle montagne del nord Italia». La situazione paradossale, evidenziata dalla sottile ironia del noto quotidiano britannico, si è quindi delineata.
La convivenza tra uomo ed orso, almeno in Trentino, è in crisi. Lo stesso discorso, in realtà, si potrebbe applicare benissimo a qualunque altra specie in grado di danneggiare in qualche misura l’uomo o le sue attività. L’orso, comunque, ne è il più sfortunato rappresentante. Nel recinto in questione, i Carabinieri del Cites rilevarono l’inadeguatezza del luogo e le condizioni di stress psico-fisico degli orsi reclusi. Stiamo parlando, infatti, di animali che possono percorrere anche 50 chilometri al giorno, il cui areale naturale ha dimensione estremamente elevate. Attualmente gli orsi detenuti al Casteller sono tre: DJ3, M49 e M57. Possono uscire a turno solo per poche ore e in un piccolo recinto. Nonostante queste condizioni di detenzione siano state reputate non idonee, non sembrano profilarsi alternative. Non risulta fattibile nemmeno l’ipotesi, avanzata agli inizi del 2021, di trasferirli altrove. Nessuna regione alpina e nessun parco faunistico estero, infatti, sarebbe disposto ad accogliere nel proprio territorio orsi nati in libertà e considerati pericolosi.
Se l’orso arriva ad attaccare – bisogna tuttavia sottolinearlo – nella quasi totalità dei casi la colpa è riconducibile ad un comportamento umano scorretto. Sarebbe sufficiente quindi un serio programma di sensibilizzazione che indichi quali comportamenti adottare e quali evitare. Nei casi di aggressione a discapito degli animali da allevamento, invece, le cose sono molto più complesse. In assenza di valide soluzioni, che la politica dovrebbe fornire, trovano agio allevatori che spesso arrivano al punto di voler vedere morto il “carnefice” del loro bestiame. Sebbene sia il fattore culturale a fare la differenza.
Solo una visione strettamente antropocentrica, che spesso caratterizza le aree montane – e non solo – della penisola, potrebbe giustificare l’uccisione di un animale che ha recato disturbo. Anche in questo caso – in fondo – una buona dose di educazione ambientale non guasterebbe, sia solo per far comprendere, specie a chi è sulla ‘frontiera’, che non siamo gli unici ad aver bisogno di risorse. Anche accettando questa ottica, oltretutto, le soluzioni non mancherebbero. «L’abbattimento – come sottolinea Enrico Alleva, docente di etologia della Sapienza – è un delitto ecologico. Esistono infinite soluzioni per spostare o allontanare un orso che crea problemi». Dai dissuasori sonori, all’intramontabile cane pastore, passando per recinzioni classiche o più tecnologiche: se ci si equipaggia a dovere, la convivenza tra allevatori, bestiame e grandi predatori è possibile.
Nel mentre, basterebbe buttare l’immondizia con maggiore attenzione. È, infatti, proprio l’abbondanza di rifiuti urbani ad invitare la fauna selvatica a banchettare nei pressi dei nostri insediamenti. Ad ogni modo i politici trentini, forse anche per accontentare allevatori e contadini, hanno introdotto il concetto di “orso dannoso” nel Protocollo di gestione. Una legge provinciale, contestata dall’ex Ministro dell’Ambiente Costa ma approvata dalla Corte costituzionale, che consentirebbe di agire in maggiore autonomia, anche qualora si optasse per l’abbattimento. Questo, nonostante l’orso bruno – così come tutta la fauna selvatica italiana – sia classificato come “patrimonio indisponibile dello Stato”, nonché specie protetta a livello comunitario.
Non tutto però è perduto. Se scendiamo più a sud, in Abruzzo, si presenta una situazione diametralmente opposta la quale dimostra che la convivenza uomo-orso non è poi così utopica. E questo a parità di condizioni. La popolazione appenninica di orsi è, infatti, simile numericamente a quella trentina, così come lo è il numero di abitanti delle due aree. Nonostante ciò, si respira un’aria profondamente diversa. Le motivazioni alla base di queste differenze, pur essendo mere supposizioni, sono svariate. Ad esempio, l’orso abruzzese – marsicano per la precisione – vive da sempre in una zona antropizzata. Gli esemplari più intraprendenti, a causa dell’intenso bracconaggio del passato, sono scomparsi, mentre quelli più schivi e mansueti sono riusciti a sopravvivere e potrebbero aver trasmesso alla prole il loro comportamento. C’è poi la componente culturale. La popolazione trentina risulta più ostile per quanto concerne la questione orsi, mentre quella del centro Italia sembrerebbe essere più favorevole e predisposta alla convivenza.
In ultimo, ma forse più importante, il caso trentino è stato politicizzato. Quello che nel nord Italia ha assunto le sembianze di un vero e proprio conflitto, infatti, è stato gestito essenzialmente dalla Provincia. La questione, come spesso avviene nella sfera politica, è stata quindi strumentalizzata e minimizzata ad un dualismo ‘pro o contro l’orso’. Nell’Appennino, il plantigrado viene invece gestito dal Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, un ente non politico, nato proprio per tutelare la specie, che persegue un unico scopo: garantire la sopravvivenza dell’orso a lungo termine, salvaguardare il suo habitat ed assicurare una convivenza pacifica con il contesto antropico.
[di Simone Valeri]




I fondi stanziati dall’Europa per il progetto orso in Trentino non sono mai stati utilizzati in modo corretto. Avrebbero dovuto intraprendere iniziative di dissuasione verso gli orsi più problematici, ci sono tantissime tecniche che possono allontanare gli orsi dalle zone abitate come, avete precisamente scritto nell’articolo, la gestione più accurata dei rifiuti con dei bidoni appositi “anti orso”, il risarcimento puntuale e congruo di eventuali danni provocati dall’orso agli allevatori o alle strutture (prima fra tutte malghe o baite, arnie), l’adozione da parte degli allevatori di recinti elettrici, cani pastore (efficaci anche contro il lupo), e soprattutto la vigilanza! Gli allevatori sono abituati a lasciare e le greggi in montagna da sole, soprattutto la notte, e quindi dando facile vita ai predatori.
Ben vengano sensibilizzazioni sulla convivenza e sul comportamento da tenere, se servono a non uccidere questi animali e, al tempo stesso, non mettano in pericolo vite umane.
BUONGIORNO,
Sono convinto che la consapevolezza della convivenza tra umani e animali sia alla base di un un’equilibrio fattivo .
Naturalmente le forze in gioco sono sempre le stesse : politica votata al consenso, quindi in supporto delle persone che vedono solo rischi nell’animale, senza utilizzare come fondamentale il principio che il pianeta vive grazie ad un equilibrio della natura e noi umani siamo uno degli elementi di ciò e non i capi !