mercoledì 16 Giugno 2021

Nelle carceri sperimentali senza violenza crolla la recidiva e i detenuti costano meno 

Niente armi e niente violenza nelle carceri comportano risultati positivi sia per i detenuti che per la sociatà, è una storia che arriva dal Brasile ma ha da insegnare parecchio a tutte le latitudini. Qui vi sono carceri sperimentali dove i detenuti vengono inseriti in un percorso riabilitativo e stimolante, per dire definitivamente addio al loro passato e intraprendere un nuovo percorso di vita. Si tratta dei centri di recupero dell’APAC (Associazione di Protezione e Assistenza ai Condannati) al cui interno i prigionieri non vengono considerati criminali, bensì persone da riabilitare. Questi non indossano le uniformi e ogni giorno si impegnano a seguire una routine rigorosa comprendente anche la gestione della struttura (cucina, pulizie e bucato), fondamentale per il loro reinserimento nella società. Il modello APAC ha un tasso di recidiva pari al 15%, notevolmente inferiore rispetto all’85% degli stabilimenti tradizionali. Non solo. Anche i costi di mantenimento dei detenuti sono molto più bassi. Qui infatti, mantenere un detenuto per un mese costa l’equivalente di 250 euro, nelle strutture tradizionali 644 euro. Un risparmio possibile grazie all’assenza delle guardie armate e degli agenti di polizia nelle strutture.

Il Brasile conta 760mila detenuti nelle sue carceri, dato che lo posiziona al terzo posto a livello mondiale, dopo Cina e Stati Uniti. L’APAC, fondata nel 1972 da un gruppo di volontari cristiani guidati dall’avvocato Mário Ottoboni, il quale si convinse dell’impossibilità di rieducare i carcerati col sistema penitenziario tradizionale brasiliano, ha istituito 60 centri di recupero, i quali attualmente ospitano circa 4mila detenuti. Inizialmente questi erano senza scopo di lucro e godevano solo di donazioni. Poi, nel 2020, sono stati riconosciuti dallo stato brasiliano, il quale ha iniziato a finanziarli. Così, i centri di recupero APAC si sono moltiplicati in tutto il paese, e oggi sono sostenuti anche dall’Unione Europea i cui finanziamenti, dal 2009, hanno permesso che tale modello si estendesse anche ad altri stati del Sud America (Cile, Costa Rica ed Ecuador), al fine di far valere i diritti dei detenuti e di contrastare tutte le forme di abuso, compresa la tortura.

[di Eugenia Greco]

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