sabato 19 Giugno 2021

La multinazionale Total sta scappando dal Mozambico: una vicenda che insegna alcune cose

La multinazionale francese del petrolio e del gas TOTAL ha deciso di sospendere il “Total Mozambique LNG” un progetto da 20 miliardi di dollari per le operazioni di esplorazione del gas naturale liquido. Tutto il personale è stato evacuato e il provvedimento dichiarato come dovuto a «causa di forza maggiore». La decisione è evidentemente la conseguenza dei sanguinosi attacchi terroristici del 24 marzo di quest’anno in Mozambico, dove decine di persone sono state uccise nella città di Palma (provincia di Cabo Delgado). Ritenendo la situazione di estremo pericolo, in un comunicato ufficiale, la Total esprime solidarietà al governo e al popolo del Mozambico sperando in un rapido ripristino della sicurezza e della stabilità nella provincia di Cabo Delgado in modo duraturo. Non è chiaro però se e quando riprenderà la realizzazione del progetto.

L’instabilità del Mozambico, ex colonia portoghese affacciata sull’oceano Indiano, è ben nota ma gli attacchi terroristici organizzati dal gruppo jihadista, conosciuto come al-Shabaab, si sono intensificati soprattutto in quella zona dove, nello specchio di mare davanti alla provincia settentrionale di Cabo Delgado, si trovano grandi riserve di gas e dove è attiva la concessione Offshore Area 1, per la costruzione di un impianto di liquefazione con una capacità di circa 13 milioni di tonnellate all’anno.

Rilevamenti fatti fra il 2011 e il 2014 da alcune società petrolifere, tra cui anche ENI, hanno stabilito che, con riserve di gas accertate di circa 3.000 miliardi di metri cubi, il Mozambico è il terzo paese africano per risorse gassose, alle spalle di Nigeria e Algeria. Per sfruttare questa grande quantità di risorse le multinazionali prevedono investimenti per almeno 60 miliardi di dollari, quattro volte il Pil del Paese.

La Total nel comunicato in cui annuncia la ritirata esprime solidarietà al popolo mozambicano, tuttavia l’azione di questa e delle altre multinazionali estrattive è complice del problema che si è venuto a creare, a causa di azioni che fomentano il malessere popolare. Secondo un rapporto pubblicato a metà giugno dalla Ong ambientalista Friends of the Earth “Gas in Mozambico, una manna per l’industria, una maledizione per il paese” il settore del gas ha già fatto sprofondare lo stato mozambicano in una profonda crisi economica, alimentando così la violenza nella provincia maggiormente interessata, quella di Cabo Delgado. La condizione di marginalizzazione socio-economica e l’esclusione delle comunità locali dallo sfruttamento delle risorse naturali del territorio che ne derivano, sono da considerarsi una violazione dei diritti umani e costringono numerose comunità ad abbandonare le proprie case e vivere come profughi in assoluta povertà. Molti giovani che non vedono negli enormi investimenti delle compagnie petrolifere alcun beneficio per la popolazione e che si sentono abbandonati dall’indifferenza di un governo corrotto, si avvicinano all’ideale jihadista, entrando a far parte anche di gruppi armati e contribuendo alla loro espansione sul territorio. Di fatto, dall’ottobre 2017, i gruppi jihadisti hanno aumentato gli attacchi a Cabo Delgado contro le popolazioni civili, scontrandosi sempre più spesso con le forze militari e soprattutto con i mercenari (o contractor che dir si voglia) delle “società di sicurezza privata” sempre più presenti sul territorio. Il conflitto ha causato ad oggi oltre 1.100 morti e ha sfollato più 100mila persone.

Insomma, lontano dalla retorica di portare sviluppo, le multinazionali petrolifere in Africa mostrano il loro profilo reale: approfittando di governi deboli e corruttibili portano a casa permessi di estrazione molto convenienti, quindi estraggono quanto più possibile senza lasciare alcunché alle popolazioni interessate, visto che il personale lavorativo arriva quasi tutto da fuori. Ed al primo problema scappano, lasciando sul territorio problemi di sicurezza e terreni da bonificare.

[di Federico Mels Colloredo]

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