martedì 24 Marzo 2026
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Gaza avrà ancora una voce: rinnovato il mandato alla Relatrice ONU Francesca Albanese

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Nonostante gli Stati Uniti abbiano cercato in tutti i modi di evitarlo con una vera e propria campagna diffamatoria, è stato rinnovato il mandato come Relatrice speciale ONU per la Palestina a Francesca Albanese, la giurista italiana che ha avuto il coraggio di pubblicare un rapporto intitolato senza mezzi termini Il genocidio come cancellazione coloniale, nel quale viene dettagliato come quella compiuta da Israele a Gaza sia da considerare a tutti gli effetti un’azione di stampo genocida. Un’attività giuridica evidentemente insopportabile per Tel Aviv e il suo grande protettore internazionale, il governo americano, che aveva chiesto formalmente che non le venisse rinnovato il mandato a causa del «suo virulento antisemitismo, che demonizza Israele e sostiene Hamas». Il rinnovo del mandato non doveva essere votato dall’ONU, come scritto senza conoscere i regolamenti da molti media: era previsto che il Consiglio dei Diritti Umani (HRC) valutasse se le accuse statunitensi avessero un fondamento. Ma il Consiglio ha ratificato di non aver ravvisato violazioni del codice di condotta da parte di Francesca Albanese e quindi è scattato il rinnovo automatico per un secondo incarico triennale come previsto dal regolamento.

La violenta campagna americana contro Francesca Albanese si era basata sulle estrapolazioni di alcune sue frasi ritenute antiebraiche, come per esempio la condanna a Israele per genocidio, la sua «maliziosa fissazione» nel chiedere che Israele risponda delle sue azioni in Palestina. E il suo ritenere che il diritto alla resistenza, anche armata, del popolo palestinese sia garantito dalla legge internazionale: un’opinione che aveva saldamente ribadito anche in un’intervista esclusiva rilasciata a L’Indipendente e che in effetti è sancita oltre ogni ragionevole dubbio dalla Risoluzione ONU 37/43 del 1982.  Tra l’altro, anche nel caso in cui si fossero rivelate sensate, nessuna di queste accuse avrebbe evidentemente testimoniato nessun atteggiamento antisemita che, giova ricordarlo, è definito l’odio etnico contro gli ebrei e non certo la critica legittima e documentata contro le azioni del governo israeliano né tantomeno il sostegno alla resistenza anticoloniale di un popolo che vive sotto occupazione straniera da quasi 80 anni come quello palestinese.

Nonostante il tentativo strumentale degli Stati Uniti, la campagna di delegittimazione non ha quindi fatto breccia nel Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, che ha confermato come l’attività della giurista sia stato in linea con il codice di condotta presente nel suo mandato. Il popolo palestinese potrà così trovare ancora nel lavoro di Francesca Albanese una sponda in difesa dei diritti umani e disposta a condannare le evidenti violazioni del diritto internazionale da parte del governo Netanyahu. Con buona pace degli Stati Uniti e di molti media occidentali che hanno condotto in questi mesi diffamatorie campagne volte a screditarne il lavoro agli occhi dell’opinione pubblica. Ultimi in ordine di tempo un paio di articoli imbarazzanti per faziosità filoisraeliana usciti in Italia su La Stampa e sul Riformista, dove una giurista di fama internazionale e relatrice ONU veniva definita nel titolo «attivista pro-Pal» come se fosse una qualsiasi studentessa ribelle.

Colpo al narcotraffico europeo: maxi-sequestro e 20 arresti

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Nel quadro di un’operazione coordinata dall’Europol, gli agenti della Polizia Nazionale spagnola hanno arrestato 20 persone in diversi Paesi europei e sequestrato oltre mille chilogrammi di cocaina. Il network internazionale che operava nel traffico di droga aveva il suo fulcro nel porto di Valencia, da cui passava la cocaina. I soggetti arrestati sono stati fermati in tre Paesi europei: 17 in Spagna, due in Belgio e uno in Francia. 11 perquisizioni domiciliari hanno rivelato un vasto arsenale di materiale criminale. L’organizzazione usava il metodo del “gancio cieco”, collocando la droga in container legittimi all’insaputa di chi operava la spedizione.

I curdi forse abbandoneranno le armi, non la rivoluzione

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Il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) «deve deporre le armi e sciogliersi». Lo storico appello di Abdullah “Apo” Öcalan, leader e fondatore del PKK, ha scosso a fine febbraio l’universo dei curdi, il più grande popolo senza patria del mondo: 40 milioni di persone divise tra Turchia, Iran, Iraq e Siria, storicamente emarginate e represse. Per molti di loro Apo non è solo un simbolo, ma un capo indiscusso. Il cui carisma è stato, se possibile, accresciuto da un quarto di secolo trascorso in isolamento nell’isola-prigione di İmralı, senza mai rinnegare la causa del suo popolo né la lotta ...

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Il governo approva il decreto Sicurezza: limato dal Colle, ma resta la linea dura

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Dopo mesi di proteste da parte delle opposizioni e della società civile, con un colpo di mano in Consiglio dei Ministri il governo Meloni ha approvato ieri il “Pacchetto Sicurezza”, trasformato in un decreto legge e dunque sin da subito applicabile. Il provvedimento, arenatosi nell’ultima fase nei meandri del Parlamento, è stato ridimensionato dopo i rilievi avanzati dal Colle circa la smaccata incostituzionalità di una serie di punti contenuti nella sua prima versione. Rimangono però intatte molte misure-bandiera della maggioranza, tra cui il carcere fino a due anni per i blocchi stradali, il divieto di vendita e consumo di cannabis “light”, il nuovo reato contro le occupazioni abusive, l’aumento del tetto al rimborso delle spese legali per i membri delle forze dell’ordine che affrontano il processo e la possibile autorizzazione agli appartenenti ai servizi segreti a partecipare e dirigere associazioni terroristiche o mafiose. Da quanto entrerà in Gazzetta Ufficiale, il Parlamento avrà 60 giorni di tempo per convertire in legge il decreto.

«Ci assumiamo la responsabilità, consapevoli del fatto che non potevamo più aspettare e che era prioritario dare risposte ai cittadini e assicurare ai nostri uomini e alle nostre donne in divisa le tutele che meritano», ha detto la premier Giorgia Meloni in conferenza stampa dopo il via libera al provvedimento in Cdm, dove è stato aggirato lo stallo parlamentare. Tra le misure che hanno resistito alle pressioni della Presidenza della Repubblica, spicca la specifica tutela legale a favore del personale del comparto difesa, sicurezza e soccorso pubblico, in cui si prevede che, ove agenti o militari dovessero finire sotto inchiesta o a giudizio per fatti concernenti al servizio, essi potranno continuare a lavorare e lo Stato sosterà le loro spese legali fino a 10mila euro per ogni fase del procedimento. Inoltre, vi sarà la possibilità di dotare le Forze di polizia di dispositivi di videosorveglianza indossabili, le cosiddette bodycam. La nuova versione del provvedimento conferma l’equiparazione della cannabis light a quella stupefacente, con il divieto totale di commerciare, lavorare ed esportare foglie, infiorescenze e resine e tutti i prodotti contenenti sostanze che derivano dalla canapa. Resta inoltre immutata la possibilità per i membri dell’intelligence infiltrati – fortemente criticata dal Coordinamento delle associazioni dei familiari delle vittime delle stragi – di presiedere associazioni sovversive, terroristiche o mafiose.

Rispetto al tema delle proteste contro le opere pubbliche, inizialmente il provvedimento prevedeva l’applicazione dell’aggravante per impedire la realizzazione di un’opera o di una infrastruttura strategica, aprendo dunque alla discrezionalità dell’esecutivo nello stabilire quali opere potessero essere soggette a tale protezione. Il testo approvato ieri in Cdm delinea un’aggravante circoscritta alle infrastrutture destinate all’erogazione di energia, di servizi di trasporto, di telecomunicazioni o di altri servizi pubblici (la sostanza, dunque, non cambia). Un lieve cambiamento è intervenuto sulla configurazione del nuovo reato di rivolta nelle carceri, nei Cpr e negli hotspot anche in caso di resistenza passiva. Nello specifico, il testo prevede una pena da uno a cinque anni in caso di rivolta o resistenza anche passiva rispetto all’esecuzione di ordini impartiti, ma solo se essa «impedisce il compimento degli atti necessari alla gestione dell’ordine e della sicurezza».

Rimane intatta la norma che introduce una pena da 2 a 7 anni di carcere per chi occupa un’abitazione privata con violenza o minaccia, prevedendo che la polizia possa intervenire immediatamente per sgomberare gli occupanti. Confermate anche le aggravanti per chi commette reati nelle stazioni ferroviarie e sui mezzi pubblici. Nella sua prima stesura, il testo prevedeva che per le donne incinte e con figli di meno di un anno non fosse più facoltativa, ma obbligatoria, la detenzione in carcere. L’obbligo viene mantenuto, ma la detenzione si sposta dalla prigione agli Istituti di custodia attenuata per le madri incinte. È stata inoltre riformulato il passaggio che introduceva il divieto di acquisto di Sim card per i migranti privi di permesso di soggiorno: con la nuova versione del testo, sarà sufficiente presentare un passaporto o una carta d’identità per ottenere una Sim. Infine, è caduto l’obbligo per gli enti pubblici a collaborare con i servizi segreti e fornire loro informazioni anche in deroga alle norme su privacy e riservatezza. Nel nuovo testo del decreto, tale collaborazione non è più obbligatoria, ma facoltativa, e comunque deve seguire la normativa sulla riservatezza dei dati.

La Cina risponde a Trump: dazi al 34% su tutte le merci USA

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Non si è fatta attendere la risposta cinese ai dazi di Trump: imposte al 34% su tutte le merci importate dagli Stati Uniti. Le nuove tariffe doganali entreranno il 10 aprile, giorno successivo a quelle statunitensi. Nel frattempo il governo cinese sta cercando di utilizzare in proprio favore le politiche trumpiane, allacciando trattative commerciali nuove con i Paesi asiatici storicamente alleati di Washington (su tutti Giappone e Corea del Sud) colpiti dai dazi americani. L’obiettivo è quello di trasformare quello che i vertici cinesi hanno definito il «bullismo istituzionale» di Trump in un’arma per accelerare la transizione verso la fine del mondo unipolare.

Il Madagascar sta costruendo un’autostrada in mezzo alla foresta, nonostante le proteste

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Il governo del Madagascar, nonostante le criticità per l’impatto ambientale, sta costruendo un’autostrada che collegherà la capitale Antananarivo al porto di Toamasina, sito a 260 chilometri di distanza. L’infrastruttura, definita strategica dall’esecutivo e secondo molti indispensabile per lo sviluppo del Paese, attraverserà aree ecologicamente sensibili come la foresta di Anjozorobe Angavo e il sito UNESCO della Collina Reale di Ambohimanga. Più di cento organizzazioni della società civile hanno chiesto la sospensione dei lavori, ricordando le conseguenze delle ultime inondazioni che hanno danneggiato migliaia di agricoltori.

La prima sezione dell’autostrada, lunga 80 chilometri, è in costruzione dalla capitale fino ad Anjozorobe. Finanziata dallo Stato malgascio e realizzata dall’impresa egiziana Samcrete Holding, dovrebbe essere completata entro dicembre 2025. Questa tratta attraversa il corridoio forestale sensibile di Anjozorobe-Angavo e lambisce la collina reale di Ambohimanga, patrimonio UNESCO legato al popolo Merina. La seconda fase, che coprirà il tratto restante fino a Toamasina, sarà invece finanziata con 325 milioni di dollari dalla Banca araba per lo sviluppo economico in Africa (BADEA), con il supporto previsto anche del Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Il progetto, inaugurato ufficialmente alla fine del 2022, è al centro di un acceso dibattito. Più di cento organizzazioni ambientaliste e per i diritti umani si sono recentemente riunite per denunciarne le criticità. La Voahary Gasy Alliance, piattaforma di riferimento della società civile malgascia guidata da Ndranto Razakamanarina, ha assunto un ruolo guida nella mobilitazione. Durante un incontro con i membri dei team ministeriali presenti all’incontro, Razakamanarina ha esortato i funzionari a non accettare passivamente «decisioni dall’alto», ma a promuovere soluzioni più sostenibili. Le critiche si sono intensificate dopo che le forti piogge tra gennaio e febbraio hanno causato gravi danni lungo il tracciato in costruzione. Torrenti di fango rosso si sono riversati nelle risaie e nelle pianure, distruggendo raccolti e minacciando le abitazioni. Secondo un comunicato diffuso il 5 marzo 2025 da decine di associazioni e rappresentanti delle popolazioni locali, circa 500 famiglie avrebbero già subito perdite significative.

«Il progetto non deve essere sinonimo di brutali sequestri di terre, insicurezza alimentare, distruzione dei mezzi di sussistenza o degrado irreversibile degli ecosistemi», si legge nella nota, che ha chiesto la sospensione immediata dei lavori per permettere una consultazione inclusiva. Nonostante le proteste, il governo ha ribadito la sua determinazione a proseguire. Volamiranty Donna Mara, ministro della comunicazione e della cultura, ha dichiarato che l’autostrada rappresenta un passo verso una crescita inclusiva e sostenibile, in grado di ridurre le emissioni, favorire l’accesso alle aree isolate e accelerare i tempi di percorrenza. Anche il ministro dei lavori pubblici Richard Rafidison ha difeso il progetto, assicurando che è stata effettuata una valutazione d’impatto ambientale e che «tutti gli standard richiesti sono stati rispettati». Ha inoltre riconosciuto l’insabbiamento delle risaie come “accidentale” e garantito che Samcrete sta preparando un piano di risarcimento per le famiglie colpite.

Il governo ha promesso una grande consultazione pubblica per novembre, al fine di definire il percorso delle prossime due fasi del progetto. Le consultazioni preliminari si sono svolte online nei mesi scorsi, ma secondo i critici, sono state poco trasparenti e scarsamente inclusive. La vicenda ha avuto risonanza anche a livello internazionale. Durante il vertice sul clima di fine 2024 in Azerbaigian, 35 eurodeputati hanno scritto al FMI chiedendo di riesaminare il proprio sostegno al progetto, in considerazione degli impegni del Madagascar sulla resilienza climatica e del fatto che i Paesi UE detengono circa il 31% delle quote del Fondo.

Roma, manifestazione studentesca: bruciata bandiera UE

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Oggi a Roma si è tenuta una manifestazione studentesca contro i tagli all’istruzione stabiliti dal governo. Il corteo di studenti, organizzato dagli attivisti di OSA e Cambiare Rotta, è arrivato davanti alle sedi del ministero dell’Istruzione e del merito e del ministero della Giustizia, lanciando uova e verdure davanti a quest’ultimo. L’azione più vistosa, tuttavia, è stata condotta davanti al ministero dell’Istruzione, dove gli attivisti hanno steso a terra una bandiera dell’UE, bruciandola. «Governo e UE ci portano alla guerra» hanno contestato gli studenti; «rompiamo la gabbia di austerità e riarmo».

Dazi e Borsa puniscono le Big Tech che hanno scommesso su Trump

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A seguito dell’annuncio ufficiale dei dazi sulle importazioni statunitensi, Wall Street è crollata a picco. A patire particolarmente della situazione sono state le aziende tecnologiche, fiore all’occhiello dell’S&P 500, indice azionario che ha perso in una sola giornata il 4,83% del suo valore. In altre parole, sono andati in fumo circa 2,5 milioni di miliardi di dollari. Una direzione che potrebbe andare ad aggravarsi, visto che le prestazioni del primo trimestre fiscale delle Big Tech promettono notevoli turbolenze.

La scenografica presentazione delle nuove tasse da parte dell’Amministrazione Trump ha rivelato un aumento di costi d’importazione che, a seconda dell’area geografica, spaziano dal 10% al 50%. Il contraccolpo è stato immediato e ha toccato le molte aziende che negli anni hanno subappaltato all’estero i lavori più umili della loro filiera, nonché quelle che hanno la necessità di acquistare materie prime e semilavorati dalle imprese estere. Le grandi aziende tecnologiche rientrano in entrambe queste categorie.

Meta, Amazon e Apple hanno registrato un calo del 9%, HP il 15% e Dell il 16%. Le quotazioni di Nvidia sono scese dell’8%, mentre è andata peggio per gli altri produttori di microchip: Broadcom, Advanced Micro Devices e Qualcomm hanno toccato il -10%. Anche Alphabet, azienda madre di Google, e Microsoft non ne sono uscite indenni, subendo reciprocamente un crollo del 4% e del 2%. Complessivamente, l’indice di Borsa orientato alle realtà tecnologiche, il Nasdaq, ha registrato un’evoluzione negativa del 6%. Le “Magnifiche sette” (Apple, Amazon, Nvidia, Meta, Microsoft, Alphabet e Tesla) hanno perso complessivamente un valore di Mercato pari a un milione di miliardi di dollari. 

Wall Street non ha visto sconvolgimenti di tale portata sin dal periodo pandemico del 2020 e gli economisti statunitensi parlano già con trasparenza del pericolo di incappare in un periodo di recessione. I guai delle Big Tech non sono però finiti, anzi rischiano di aggravarsi entro tempi brevi. Essendo arrivati ad aprile, le aziende quotate in Borsa stanno progressivamente comunicando i risultati fiscali del primo trimestre del 2025, un inizio anno che non sembra aver assecondato le ottimistiche proiezioni di crescita promesse dai dirigenti.

Negli ultimi anni, le grandi aziende tecnologiche hanno puntato il tutto per tutto sulle intelligenze artificiali, tuttavia l’avvento di alternative apparentemente più economiche hanno sollevato dubbi sull’efficacia delle onerose strade intraprese dai marchi statunitensi, ancor più che realtà d’alto profilo quali OpenAI continuano a prospettare agli investitori periodi di magra sempre più lunghi. La promessa di tradurre le spese iniziali in un ritorno economico tangibile vengono infatti fatte slittare almeno al 2029, intiepidendo l’entusiasmo della finanza nei confronti di questa tecnologia.

Non aiuta inoltre il fatto che, stando a quanto fa notare The Information, i grandi clienti che stanno attualmente acquistando i servizi di IA non sembrano interessati a ottenere strumenti più raffinati a un costo maggiorato, quindi non è detto che il piano di monetizzazione auspicato dalle Big Tech possa prendere forma su scala massiva. L’incertezza politica fa male alle Borse, ma a creare problemi è dunque anche il fatto che, nonostante gli avanzamenti tecnici, non è ancora chiaro se i modelli di intelligenza artificiale saranno in grado di soddisfare le vertiginose aspettative del pubblico. Nel dubbio, Microsoft sta già rivedendo i suoi piani espansionistici, sospendendo la costruzione di ulteriori centri dati che avrebbero consentito la scalabilità dei progetti di IA e cloud.

[di Walter Ferri]

Le prove di pace tra curdi e nuovo governo siriano iniziano da Aleppo

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Ripartono da Aleppo le prove di pace tra i curdi e il nuovo governo siriano, dopo lo storico accordo siglato il 10 marzo scorso tra il presidente ad interim Al-Jolani e Mazloum Abdi, comandante delle Forze Democratiche Siriane (SDF), un’alleanza militare a difesa del Rojava. In linea con l’intesa, che prevede un graduale assorbimento delle SDF all’interno dell’apparato statale, queste ultime si ritireranno dai quartieri a maggioranza curda di Aleppo, Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, ripristinando l’autorità del governo centrale. La responsabilità della protezione dei cittadini curdi ricadrà dunque sul Ministro degli Interni e sulle sue forze di sicurezza, le uniche a cui sarà permesso detenere delle armi. Oltre alla difesa, il governo si impegna nel riconoscimento dell’identità culturale locale, a partire dal mantenimento delle scuole in lingua curda. Anche i Consigli Civili, gli organi amministrativi dei due quartieri, saranno integrati nelle istituzioni cittadine. I primi passi verso la pace stanno avvenendo in un contesto estremamente incerto, visti i tanti dubbi che circondano Al-Jolani e le minacce provenienti dall’esterno. Ciò che è certo è che i curdi non esiteranno a riprendere le armi nel caso in cui il dialogo fallisse.

L’arretramento delle SDF a Sheikh Maqsoud e Ashrafieh non è l’unica notizia che giunge da Aleppo. Qui, la Direzione della Sicurezza, agenzia del Ministro degli Interni siriano, ha raggiunto un accordo con le SDF per il rilascio di circa 250 prigionieri e la restituzione di decine di corpi appartenenti a entrambi gli schieramenti. Il dialogo ad Aleppo tra le forze armate del Rojava, dunque l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est, e il regime guidato da Al-Jolani giunge a poche ore di distanza dall’ufficializzazione del secondo governo di transizione, nominato appunto dall’ex membro di Al-Qaeda. La formazione comprende 23 ministeri, sette dei quali (i più importanti) sono stati affidati ai jihadisti di Hayʾat Taḥrīr al-Shām (HTS), il gruppo guidato da Al-Jolani protagonista del colpo di Stato contro Assad. La composizione del nuovo governo è stata criticata dal Rojava poiché non tiene conto «della diversità siriana»: la sovrarappresentazione dei sunniti stride con la presenza unitaria di un druso, una cristiana (Hind Kabawat, unica donna della compagine governativa e dal 2011 figura chiave dell’opposizione ad Assad, che guiderà il ministero del lavoro e degli affari sociali), un alawita e un curdo, che non fa parte dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est.

Ciò che emerge dagli sviluppi siriani è un quadro incerto, reso tale da un fragile equilibrio interno e da costanti minacce provenienti dall’esterno. Poche ore prima che Al-Jolani e Mazloum Abdi siglassero un accordo storico per la Siria, le milizie affiliate al nuovo regime avevano consumato una brutale aggressione nei confronti della comunità alawita, uccidendo centinaia di civili. «La popolazione siriana ha alle spalle già oltre un decennio di impunità per le gravi violazioni dei diritti umani e per le atrocità di massa compiute dal governo di Assad e dai gruppi armati. Quest’ultimo massacro contro la minoranza alawita ha aperto una nuova ferita in un paese segnato da precedenti ferite non ancora cicatrizzate. È fondamentale che le nuove autorità assicurino verità e giustizia, segnando una rottura col passato e indicando che vi sarà tolleranza zero per gli attacchi contro le minoranze», ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

I curdi sono stati spinti a trovare un accordo col nuovo regime da diversi fattori: la storica apertura di Ocalan, che ha chiesto agli alleati del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) di deporre le armi e abbandonare la lotta armata; le continue minacce turche, che negli ultimi mesi si sono trasformate in attacchi costanti all’esperienza del Rojava; il disimpegno degli Stati Uniti dalla regione.

Se la Turchia fa sentire la sua voce a nord, Israele ha approfittato della caduta di Assad per approvare un piano per espandere i propri insediamenti nelle Alture del Golan occupate, realizzando nuove infrastrutture e basi militari. Lo Stato ebraico ha sfruttato il cambio di regime per rendere militarmente inoffensivo il Paese a suon di bombardamenti. Gli attacchi – centinaia da dicembre – hanno ucciso decine di civili, nell’inerzia del nuovo governo e della cosiddetta comunità internazionale. Soltanto ieri, lo Stato ebraico ha condotto una serie di bombardamenti accompagnati da un’incursione via terra, durante le quali sono state uccise 13 persone.

Congo, l’M23 si ritira da Walikale per facilitare i colloqui di pace

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I ribelli dell’M23, sostenuti dal Ruanda, si sono ritirati dalla città di Walikale, descrivendo la loro decisione come un «gesto di buona volontà» in vista dei colloqui di pace previsti per la prossima settimana. La notizia arriva dall’agenzia di stampa Reuters ed è verificata da tre fonti civili e dal portavoce dell’esercito congolese, Sylvain Ekenge, che ha confermato all’agenzia che le truppe regolari hanno ripreso il controllo della città. È da giorni che si parla di un possibile ritiro dell’M23 da Walikale, conquistata lo scorso 20 marzo, per facilitare i negoziati. Inizialmente, l’M23 si era rifiutato di lasciare la città, accusando l’esercito di stare continuando i propri attacchi.