lunedì 23 Marzo 2026
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Meloni porta in omaggio a Trump spese militari e investimenti, in cambio di nulla

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Tutto il governo aveva giurato che a Washington non sarebbe andata con il cappello in mano, tuttavia all’indomani dell’attesto incontro tra Giorgia Meloni e Donald Trump, è del tutto chiaro cosa la presidente del Consiglio ha promesso al presidente statunitense, mentre non vi è alcuna idea di cosa in cambio l’Italia possa ottenerne. I fatti sono i seguenti: il governo italiano ha assicurato che aumenterà da subito le spese militari al 2% del PIL, che porterà investimenti per altri 10 miliardi di euro da parte di aziende italiane negli Stati Uniti e che il nostro Paese aumenterà ulteriormente le importazioni di gas liquido americano. Cosa in cambio? Ufficialmente nulla più di tanti complimenti personali da Trump a Meloni e la promessa del presidente americano di venire in visita in Italia.

Oggi in Italia ci sarà il vice del presidente americano, J.D. Vance, e i discorsi saranno approfonditi. Ma che possa venirne fuori qualcosa di concreto è tutto da vedere, tanto più che è stato ribadito a più riprese anche da Washinton che i dazi rimarranno gli stessi per tutti i Paesi europei, senza trattative bilaterali con i singoli Paesi. Quindi non è chiaro nemmeno cosa il governo italiano possa e voglia ottenere da Trump, se non credito politico da usare sul fronte elettorale interno e a Bruxelles.

Chiari sono invece i costi dei regali portati da Meloni a Trump: i cittadini italiani dovranno sborsare circa 10 miliardi di euro l’anno per portare le spese militari dal 1,57% attuale al 2% del prodotto interno lordo nazionale; dovranno sopportare i costi sociali degli investimenti delle aziende italiane negli Stati Uniti, che verosimilmente significheranno la delocalizzazione di parte della produzione oltreoceano; dovranno continuare a pagare di più l’energia e a sopportare l’aumento dei rigassificatori al largo delle coste, visto che per ragioni di convenienza politica l’Italia continuerà a importare gas liquido dagli Stati Uniti che deve essere trasportato via nave per migliaia di chilometri e poi riportato allo stato gassoso per essere utilizzato, piuttosto che acquistarlo dalla Russia o dai paesi nordafricani spendendo molto meno.

I grandi complimenti di Trump a Meloni, definita una «grande persona» e un «premier che sta facendo un lavoro fantastico» sono bastati alla stampa governativa nostrana per tessere le lodi sperticate del viaggio: “Missione Compiuta”, ha titolato entusiasta Libero; “Il tappeto rosso di Trump” con distacco dalla realtà l’ex quotidiano del dissenso La Verità; “United States of Giorgia”, con sprezzo del ridicolo, Il Tempo. La triste parabola dei “sovranisti” italiani: da fautori dell’autonomia nazionale, all’entusiasmo sfrenato per aver ottenuto il ruolo di alleati più fedeli del padrone coloniale a spese dei cittadini italiani.

Fatture false, appalti, sabotaggi immaginari: tutti gli scandali di Cortina 2026

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L’organizzazione delle Olimpiadi di Milano‑Cortina 2026, promessa come «green» e «a costo zero», è ormai un coacervo di scandali e mala gestione. A Milano i magistrati hanno chiesto di archiviare l’inchiesta sulla Fondazione organizzatrice, in cui si ipotizzano reati di corruzione e turbativa d’asta, ma hanno sollevato la questione di costituzionalità sul decreto del governo che, trasformandola in ente privato, avrebbe ostacolato intercettazioni e sequestri preventivi di un presunto profitto di reato di circa 4 milioni. A Cortina, invece, nonostante le illazioni del ministro Salvini sul presunto «sabotaggio» della pista da bob, la magistratura ha archiviato l’inchiesta, inquadrandolo come un semplice incidente. A marzo, i cittadini di San Vito di Cadore avevano vinto la causa per il loro diritto di protesta contro una variante stradale, mentre il Veneto ha approvato la cabinovia Socrepes, su cui pendono ombre di criticità geologiche. In un contesto già segnato da deficit patrimoniali accumulati dalla Fondazione (oltre 107 milioni), in un assordante silenzio mediatico la stima dei costi è lievitata di ulteriori 180‑270 milioni.

Le inchieste

Mercoledì 16 aprile, la Procura di Milano ha formalmente chiesto l’archiviazione dell’inchiesta per corruzione e turbativa d’asta a carico di sette indagati – tra cui l’ex AD Vincenzo Novari e l’ex dirigente Massimiliano Zuco – incaricati dei servizi digitali per i Giochi. Contestualmente, però, i pm hanno richiesto al gip l’invio degli atti alla Corte Costituzionale per verificare la legittimità del decreto del governo Meloni che ha qualificato la Fondazione come ente di diritto privato. Secondo quanto si è letto nelle carte dell’indagine, al fine di «favorire l’affidamento delle gare relative al cosiddetto ecosistema digitale» alla Vetrya (ora Quibyt), società di Orvieto cui sono stati assegnati i servizi digitali, Novari e Zuco avrebbero ottenuto dal rappresentante legale della società che si aggiudicò gli appalti, Luca Tomassini, «somme di denaro e altre utilità». Tali gare sarebbero state assegnate alla società con fatture emesse per i lavori «da parte di Vetrya e Quibyt», amministrate entrambe da Tomassini, e pagate «per importi complessivamente non inferiori» a quasi 1,9 milioni di euro dalla Fondazione. Se si accetta di considerare la fondazione come un ente privato, per i pm non sussistono più i margini per i reati ipotizzati. Ma i magistrati non hanno dubbi: la Fondazione ha tutti i requisiti per essere ritenuta un ente pubblico, come peraltro sostenuto anche dall’ANAC.

Negli ultimi mesi ha tenuto banco un procedimento giudiziario parallelo, da quando il 21 febbraio scorso un grosso tubo del sistema di refrigerazione è stato rinvenuto sulla strada di servizio della pista da bob. Contro la sua costruzione – in particolare per le sue pesanti ricadute a livello ambientale e paesaggistico – la cittadinanza si è mobilitata sin dal 2023. Simico (Società Infrastrutture Milano Cortina) denunciò un presunto «sabotaggio», con il ministro dei Trasporti e leader leghista Matteo Salvini che lo individuò come frutto dell’«odio» e del «livore» dei «signori del No», invocando misure urgenti. L’inchiesta della Procura di Belluno ha però stabilito che si è trattato di un evento accidentale senza intenti dolosi, chiedendo l’archiviazione del fascicolo. Nel frattempo, il Tribunale di Belluno ha respinto la richiesta avanzata dal Comune di San Vito di Cadore di 144.526,44 euro di risarcimento nei confronti di 25 cittadini, accusati di “abuso del diritto” per aver presentato numerosi ricorsi contro la variante stradale prevista per i Giochi. La giudice Chiara Sandini ha definito «inammissibile» la domanda, ricordando che l’articolo 24 della Costituzione tutela l’accesso alla giustizia e che non spetta al giudice sindacare la quantità di ricorsi presentati.

La cabinovia

A queste vicende si aggiunge quella del complicato iter del progetto per la nuova cabinovia Cortina‑Socrepes, infrastruttura chiave per collegare le piste, che nell’agosto 2024 era stato sospeso dal Comitato tecnico regionale VIA a causa del rischio geologico elevato nell’area di Mortisa. La Conferenza di Servizi del 24 marzo ha espresso parere favorevole alla realizzazione della cabinovia; tuttavia, mentre l’impianto di risalita ha ottenuto il via libera, il parcheggio e il people mover connessi restano privi di una Conferenza di Servizi. Secondo l’ingegnere e geologo Andrea Gillarduzzi – che da 26 anni lavora in Inghilterra ed è attivo nella supervisione di grandi lavori in tutto il mondo – senza un monitoraggio continuo del terreno e dell’impianto sarà impossibile aprirla al pubblico, anche solo per gli addetti ai lavori. Il professionista ha fatto pervenire un dossier ai consiglieri comunali di Cortina, alla Provincia di Belluno e al funzionario per la sicurezza dell’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali e autostradali, parlando di una sottovalutazione dei rischi legati alla costruzione della nuova cabinovia. Un gruppo di circa 40 residenti ha inoltre annunciato ricorso al TAR, minacciando sospensive che potrebbero far slittare l’avvio del cantiere.

Ritardi e sprechi

A luglio 2024 la Corte dei Conti del Veneto ha segnalato un deficit patrimoniale cumulato di 107,8 milioni di euro nei bilanci della Fondazione, «in costante peggioramento» e senza certezze sul business plan per il 2024‑2026. L’allarme riguarda non solo la Fondazione, ma anche Simico e gli enti territoriali chiamati a ripianare le perdite in assenza di un monitoraggio terzo sui tempi di realizzazione delle opere. Peraltro, a causa dell’aumento dei prezzi delle materie prime, dell’energia e dell’inflazione, i costi delle infrastrutture per Milano‑Cortina sono stati rivisti al rialzo di circa 180 milioni rispetto ai 2,5 miliardi iniziali, con alcuni report che indicano che la cifra potrebbe attestarsi tra 250 e 270 milioni di euro in più. Inoltre, lo scorso febbraio, Open Olympics 2026 – gruppo di associazioni che da mesi porta avanti una campagna di monitoraggio civico sulle Olimpiadi – ha evidenziato che, a meno di un anno dall’apertura, soltanto il 10% delle opere sarebbe stato effettivamente terminato. Nello specifico, alla data della comunicazione, il 50% i lavori non sarebbero nemmeno iniziati e per il 60% non sarebbe stata effettuata alcuna valutazione di impatto ambientale.

Yemen, gli USA bombardano gli Houthi: almeno 26 morti

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Nella notte, l’esercito degli Stati Uniti ha effettuato un pesante bombardamento sul porto petrolifero di Ras Issa, nel governatorato di Hodeidah in Yemen. Il ministero della Salute degli Houthi sta progressivamente aggiornando il bilancio dell’attacco aereo statunitense, rendendo noto che almeno 38 persone sono state uccise e circa 102 sono rimaste ferite. Anees Alasbahi, portavoce del dicastero, ha aggiunto che cinque soccorritori e paramedici sono morti «mentre svolgevano il loro dovere». Lo riporta l’emittente Al Jazeera. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha dichiarato che le forze USA «hanno agito per eliminare questa fonte di carburante per i terroristi Houthi sostenuti dall’Iran».

 

 

È stata realizzata la mappa più dettagliata del cervello di un mammifero mai esistita

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mappa cerebrale più grande mai realizzata

Un millimetro cubo, più piccolo di un granello di sabbia. Tanto basta per spalancare nuove porte sulla comprensione del cervello e forse anche su quel mistero che chiamiamo coscienza. È quanto ottenuto da un team internazionale di scienziati, che ha realizzato la mappa tridimensionale più grande e dettagliata mai costruita del cervello di un mammifero partendo dall’analisi di una minuscola porzione di cervello di topo. Un’impresa scientifica frutto di sette anni di lavoro, tre istituti di ricerca e 150 scienziati, partita dallo studio di un piccolissimo frammento di corteccia visiva dell’anima...

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Funivia del Monte Faito, crolla cabina: quattro vittime

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Una cabina della funivia del Monte Faito, che lo collega a Castellammare di Stabia, è precipitata mentre si trovava a monte, causando 4 morti e un ferito grave. La cabina è precipitata dopo essere rimasta sospesa diverso tempo per la rottura di un cavo. Altre 16 persone, rimaste bloccate a bordo della cabina a valle dopo l’entrata in funzione del sistema di sicurezza, sono invece state tutte tratte in salvo. Le operazioni dei soccorritori, attivati già dal pomeriggio, sono state complicate dalla poca visibilità a causa della forte nebbia e dall’impossibilità di raggiungere la cabina via radio.

Il Decreto Sicurezza è già stato impugnato davanti alla Corte Costituzionale

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In occasione di un processo per direttissima, gli avvocati Eugenio Losco e Mauro Straini hanno chiesto di rinviare alla Consulta il DL Sicurezza. La richiesta è avvenuta davanti al tribunale di Milano, e la persona coinvolta nel processo era un ragazzo che non si è fermato a un posto di blocco per poi avere una discussione con le forze dell’ordine. Il reato contestatogli è quello di resistenza a pubblico ufficiale, aggravata proprio da una fattispecie inserita nel DL entrato in vigore lo scorso 12 aprile. Gli avvocati contestano che al decreto manchino le ragioni di “necessaria e straordinaria urgenza” che dovrebbero contraddistinguere i Decreti Legge. In passato, la Consulta aveva considerato costituzionalmente illegittimo un DL proprio perché mancava dei requisiti del “caso di necessità e d’urgenza”. Ora, la giudice del Tribunale di Milano dovrà esaminare la richiesta degli avvocati, e sarà chiamata a sciogliere la riserva il prossimo 26 maggio, per eventualmente passare la palla alla Corte Costituzionale.

Il caso che ha spinto gli avvocati Losco e Straini a rinviare il DL Sicurezza alla Consulta riguarda un ragazzo a cui è contestata la nuova aggravante al reato 337 del codice penale (resistenza a pubblico ufficiale). L’articolo 19 del DL Sicurezza, infatti, vi aggiunge un comma che stabilisce che “se la violenza o minaccia è posta in essere per opporsi a un ufficiale o agente di polizia giudiziaria o di pubblica sicurezza mentre compie un atto di ufficio, la pena è aumentata fino alla metà”. La sola tentata applicazione della nuova aggravante durante il processo per direttissima ha così aperto alla possibilità di contestare l’intero decreto. Nella richiesta, Losco e Straini contestano le motivazioni che hanno portato il governo a fare ricorso alla misura del decreto legge scavalcando il parlamento. Le ragioni elencate nel preambolo, scrivono gli avvocati, «non fanno altro che riportare il contenuto dei titoli del decreto»: la prima ragione di necessità risulterebbe «semplicemente un copia e incolla del titolo del capo I del decreto», mentre la seconda sarebbe un richiamo al titolo del capo II.

Insomma, secondo gli avvocati Losco e Straini al DL Sicurezza mancano i requisiti di necessità e urgenza che stanno alla base dell’emanazione stessa dei decreti legge. Nella sentenza 171/2007 della Corte Costituzionale, riguardante il decreto legge 29/03/2004, n. 80, i giudici stabilivano che “l’esistenza dei requisiti della straordinarietà del caso di necessità e d’urgenza può essere oggetto di scrutinio di costituzionalità, in quanto, secondo la nostra Costituzione, l’attribuzione della funzione legislativa al Governo ha carattere derogatorio rispetto all’essenziale attribuzione al Parlamento” della stessa funzione legislativa. La mancanza di tali requisiti, però, “può essere oggetto di scrutinio di costituzionalità, solo quando risulti in modo evidente”; ecco perché, ora, il Tribunale di Milano dovrà stabilire se il caso potrà passare alla Consulta. La stessa sentenza sottolineava che “il difetto dei requisiti del «caso straordinario di necessità e d’urgenza» che legittimano l’emanazione del decreto-legge, una volta intervenuta la conversione, si traduce in un vizio in procedendo della relativa legge”: insomma, in assenza dei requisiti di necessità e urgenza un DL può essere considerato costituzionalmente illegittimo perché la nostra carta fondamentale prevede che la funzione legislativa sia affidata al Governo solo in casi eccezionali; il DL emanato in assenza di tali condizioni può dunque venire annullato.

Losco e Straini non sono gli unici a essersi mossi contro il DL Sicurezza. Sin da prima della sua entrata in vigore, l’insieme di leggi è stato oggetto di contestazioni da diverse frange della popolazione, da comitati locali a firme di attivisti per passare anche a specialisti quali avvocati penalisti. Dopo la sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, il movimento contro l’insieme di leggi non si è fermato, e anche l’ONU si è espresso a riguardo, bocciandolo. Il DL Sicurezza era stato proposto l’anno scorso sotto forma di disegno di legge. Dopo essere stato approvato alla Camera, esso è arrivato al Senato, dove tuttavia è stato costretto a fermarsi prima della sua stessa discussione, a causa di errori formali nella stesura del testo. Di preciso, il governo aveva sbagliato a compilare le clausole finanziarie di alcuni degli articoli del DDL, facendo partire i pagamenti nel 2024, che tuttavia è terminato da ormai quattro mesi. Per velocizzare la sua approvazione, l’esecutivo ha dunque deciso di scrivere un decreto legge che accorpasse le varie norme del DDL, cambiando quelle su cui il Presidente della Repubblica aveva chiesto di intervenire.

Capoeira, il ritmo eterno della resistenza anticoloniale

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Due jogadores, accovacciati ai piedi del berimbau, ascoltano il canto del mestre che, oltre a suonare lo strumento, intona una ladainha. Intorno, disposte in cerchio, varie persone rispondono in coro alle sue incitazioni. Quando il mestre affonda leggermente verso il centro la punta del berimbau, ha inizio il jogo. In questo cerchio, chiamato roda, risiede l’essenza della capoeira. 

Nonostante vi siano dubbi sulle origini, la capoeira è strettamente legata alla storia dello schiavismo che ha interessato le coste centrorientali dell’Africa e la colonia portoghese in Brasile, nel periodo compreso tra il XVI secolo e il 1888, anno in cui in Brasile fu formalmente abolita la schiavitù.

Osservando un jogo (letteralmente “gioco”) di capoeira, ci si può inizialmente chiedere se si tratti di una lotta, una danza o un rito: la risposta risiede nelle origini controverse di questo elemento centrale della cultura brasiliana. Una delle teorie racconta che gli schiavi, impiegati nelle piantagioni, si allenassero per difendersi dalle violenze dei colonizzatori, camuffando le tecniche di lotta sotto forma di danza, probabilmente ispirata alle tradizioni dei loro Paesi d’origine. Un’altra ipotesi sostiene invece che la capoeira sia nata nei quilombos, comunità di liberti, con l’obiettivo di preservare culti e pratiche ancestrali. La sintesi di queste esigenze ha dato origine a forme di attacco e difesa, intervallate dal movimento base della capoeira: la ginga, un passo terzinato utile a mantenere l’equilibrio. Il termine, che sembra derivare da un dialetto bantu parlato in Angola, significa “ondeggiare, ballare, giocare”, e dalla capoeira è entrato anche in altri ambiti sportivi, come nel calcio, con la celebre ginga di Pelé. 

Praticata ovunque, dagli spazi chiusi delle academias ai luoghi aperti come piazze e spiagge, la capoeira, pur avendo perso la sua funzione originaria di difesa, conserva una ritualità profonda, legata alla spiritualità e alla memoria storica brasiliana. Ogni jogo comincia con un canto commemorativo, la ladainha (letteralmente “litania”), intonato solitamente dal mestre o dal jogador più esperto. In questo canto si raccontano episodi di vita e aspetti della capoeira, con frequenti omaggi ai maestri che nel tempo ne hanno garantito la trasmissione. Al termine della ladainha, la bateria (insieme di strumenti a percussione) cambia ritmo e il jogo entra nel vivo. I due contendenti iniziano lo scambio con calci, schivate, sgambetti e movimenti acrobatici come verticali, (ruote con le gambe piegate) e salti. Durante il jogo, il berimbau può indicare ai giocatori di fermarsi per lasciare spazio ad altri. 

Tra gli elementi fondamentali della capoeira c’è senza dubbio la musica. La bateria, che dà il ritmo al jogo, include strumenti della tradizione afrobrasiliana: atabaque, pandeiro, agogô e reco-reco accompagnano il berimbau, uno strumento a corda simile a un arco, composto da un fusto di bambù, una corda metallica e una cassa acustica ricavata da una zucca essiccata. Il ritmo, generalmente terzinato, regola l’intensità dello scambio, alternando fasi più lente a momenti più dinamici. 

Il canto, simile al blues per il suo schema a botta e risposta tra solista e coro, racconta la sofferenza dello schiavismo, la nostalgia per le terre d’origine e la devozione verso la capoeira. Con l’abolizione della schiavitù, la capoeira – allora associata a bande criminali – fu vietata nel 1890, restando in clandestinità fino agli anni Trenta del XX secolo. A svolgere un ruolo centrale nella sua riscoperta fu Mestre Bimba, che cercò di liberarla dagli stereotipi criminali fondando la Luta Regional da Bahia (nota anche come Capoeira Regional), una forma di capoeira più acrobatica e priva di ritualità. Nel 1942, per evitare che si perdesse il legame storico e culturale, Mestre Pastinha fondò invece la Capoeira Angola, una versione più lenta e cadenzata, ispirata alle forme tradizionali del jogo in epoca coloniale. 

«La capoeira non si fonda sul colpo, bensì sulla possibilità di questo», spiega Mestre Gil Maciel durante una roda nella sua scuola di Barcellona. L’essenza del jogo risiede nella capacità di rivelare l’intenzione di colpire senza farlo, esponendo i punti deboli dell’avversario e dando spazio alla strategia più che al contatto. Anche per questo, chi gioca indossa abiti bianchi: simbolo della propria abilità nello schivare i colpi e della purezza di un’arte che non prevede violenza intenzionale. Nella roda si concentra l’eredità del sacrificio della tratta schiavista, la resistenza di chi nella danza nascondeva la propria difesa e il ricordo di coloro che, anche attraverso la capoeira, hanno lottato per la dignità di un intero popolo.

La Birmania ha graziato quasi 5.000 detenuti

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In occasione dell’apertura dell’anno birmano, la giunta militare del Paese ha liberato 4.893 detenuti. Tra di essi, sostengono la giunta e i gruppi per i diritti umani presenti sul posto, sono presenti anche 22 detenuti politici e 13 stranieri, che verranno rimpatriati. La giunta ha anche affermato che la pena per gli altri prigionieri sarebbe stata ridotta di un sesto, ad eccezione di coloro che avevano commesso reati gravi quali associazione a delinquere e terrorismo, omicidio e stupro.

PD, M5S e AVS hanno presentato una mozione per il riconoscimento della Palestina

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Il campo progressista si ricompatta sul conflitto israelo-palestinese, presentando una mozione unitaria sui massacri in atto a Gaza. Lo hanno annunciato martedì in conferenza stampa la leader del PD Elly Schlein, il presidente del M5S Giuseppe Conte e i leader di AVS Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, chiedendo al governo di riconoscere lo Stato di Palestina e impegnarsi per il cessate il fuoco nella Striscia, nonché a promuovere sanzioni contro Israele per le ripetute violazioni del diritto internazionale e a sospendere le autorizzazioni di vendita di armi allo Stato Ebraico. I leader firmatari hanno chiesto anche alle altre forze politiche di unirsi a loro per una «iniziativa doverosa», dal momento che a Gaza si sta verificando «un crimine contro l’umanità» e in ballo ci sono i «diritti di donne, bambini e di un intero popolo».

Nello specifico, il testo della mozione impegna il governo a «riconoscere la Palestina quale Stato democratico e sovrano entro i confini del 1967 e con Gerusalemme quale capitale condivisa, che conviva in pace, sicurezza e prosperità accanto allo Stato di Israele», con l’obiettivo di «preservare nell’ambito del rilancio del Processo di Pace la prospettiva dei “due popoli, due Stati”», oltre a promuovere «il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte dell’Unione europea, nel rispetto del diritto alla sicurezza dello Stato di Israele». Si invita inoltre l’esecutivo a sostenere in ogni sede internazionale e multilaterale qualsiasi iniziativa «volta a esigere il rispetto immediato del cessate il fuoco, la liberazione incondizionata degli ostaggi israeliani ancora nelle mani di Hamas, la protezione della popolazione civile di Gaza e la fine delle violenze nei territori palestinesi occupati, la fornitura di aiuti umanitari continui, rapidi, sicuri e senza restrizioni all’interno della Striscia, il rispetto della tregua in Libano scongiurando il rischio di futuri attacchi da parte di Hezbollah», nonché «il pieno rispetto del diritto internazionale umanitario». Si richiede poi di sostenere il cosiddetto “Piano Arabo” «per la ricostruzione e la futura amministrazione di Gaza anche alla luce del favore di larga parte della comunità internazionale, assicurando il pieno coinvolgimento delle forze democratiche e della società civile palestinese».

Inoltre, la mozione invita il governo a «sospendere urgentemente, ove in essere, le autorizzazioni di vendita di armi allo Stato di Israele concesse anteriormente alla dichiarazione dello stato di guerra dell’8 ottobre 2023» e a «provvedere all’immediata sospensione dell’importazione degli armamenti dallo Stato di Israele», ma anche «a sostenere in sede europea l’adozione di sanzioni nei confronti del Governo israeliano per la sistematica violazione del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario e nei confronti dei coloni responsabili delle violenze in Cisgiordania» e a «esigere la tutela dell’incolumità della popolazione civile della Cisgiordania, richiedendo che lo Stato di Israele cessi ogni operazione militare, l’occupazione militare illegale di tali territori e l’illegale creazione e sostegno di insediamenti israeliani». In ultimo, si richiede di «proporre azioni efficaci contro le violazioni del diritto internazionale e umanitario da parte del Governo di Israele, inclusa la sospensione dell’accordo di associazione EU-Israel», a «dare piena attuazione ai mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale» e a «sostenere, in tutti i consessi europei ed internazionali, la legittimità della Corte Penale Internazionale», mettendo in atto «ogni iniziativa politica e diplomatica per scongiurare attacchi alla sua operatività e ribadire la necessità della Corte come strumento cardine della giustizia internazionale».

In conferenza stampa, Elly Schlein ha parlato della mozione come di un’iniziativa atta a «riaccendere i fari su Gaza, che è ripiombata nel silenzio», presentando uno scenario di morte rispetto a cui «non si può tacere». «È necessario tenere accesi i riflettori di tutta la comunità politica italiana e internazionale – ha dichiarato il presidente del M5S Giuseppe Conte –. Quello che accade a Gaza è un crimine contro umanità. Non è un effetto collaterale di un’azione di guerra ma è un sistematico sterminio». «A Gaza non c’è più nulla: mentre scrivevamo questa mozione, arrivava la notizia dell’attacco all’ultimo ospedale funzionante – ha detto Nicola Fratoianni -. Basta silenzi e parole di circostanza». Gli ha fatto eco Angelo Bonelli, che ha chiesto «una risposta forte, anche con un’iniziativa europea».

L’OMS ha annunciato l’intesa sul nuovo piano pandemico globale

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Dopo un anno di trattative, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha annunciato il raggiungimento di un’intesa per il trattato sulle pandemie, il quale regolerebbe il piano di azione globale nel caso di una futura crisi sanitaria pandemica di scala mondiale. L’accordo richiederebbe ai Paesi di aumentare la sorveglianza delle minacce di livello pandemico, di condividere i dati su diagnosi, vaccini e farmaci e di rafforzare i sistemi sanitari nazionali. Il documento, giuridicamente vincolante, rafforza la centralità dell’OMS nella gestione delle ipotetiche crisi sanitarie e prevede il trasferimento volontario delle tecnologie e delle scoperte necessarie per la creazione di prodotti sanitari. Il testo verrà discusso in occasione della 68° Assemblea Mondiale della Sanità, che si svolgerà il 19 maggio prossimo. Gli Stati Uniti di Trump, usciti dall’OMS, non saranno parte dell’accordo e non saranno quindi vincolati.

Nel dicembre 2021, al culmine della pandemia di COVID-19, gli Stati membri dell’OMS hanno istituito l’Organismo Negoziale Intergovernativo (INB) per redigere, ai sensi della Costituzione dell’OMS, una convenzione, un accordo o un altro strumento internazionale che rafforzasse la prevenzione, la preparazione e la risposta alle pandemie. Dopo 13 cicli formali di incontri, l’INB ha finalizzato ieri, a Ginevra (Svizzera), una proposta per il piano pandemico. Se non sorgessero problematiche da dover sbrogliare, il 19 maggio si potrebbe già passare alla votazione. L’OMS ha assicurato che la proposta afferma la sovranità dei Paesi nell’affrontare le questioni di salute pubblica all’interno dei loro confini e che in nessun caso l’Organizzazione potrà imporre agli Stati di intraprendere azioni specifiche – come vietare o accettare viaggiatori, imporre mandati di vaccinazione, misure terapeutiche e diagnostiche o attuare lockdown. Altresì, è evidente, volendo anche prevenire le pandemie, o prenderle sul nascere, con tale accordo si stabilisce un’intelaiatura di un sistema di scala mondiale sempre all’opera.

Secondo quanto riporta Reuters, l’articolo 9 della proposta di trattato pandemico richiede ai governi di stabilire politiche nazionali per le condizioni di accesso negli accordi di ricerca e sviluppo e di garantire che i farmaci, le terapie e i vaccini legati alla pandemia siano accessibili a livello globale. L’articolo 11 invece, seguendo i principi di condivisione ed equità richiamati nell’accordo, riguarda il trasferimento tecnologico, ovvero la condivisione di conoscenze, competenze e capacità di produzione – cosa non avvenuta durante il Covid-19, con i Paesi in via di sviluppo che sono stati tagliati fuori. A questo dovrebbe contribuire il Sistema di Accesso ai Patogeni e Condivisione dei Benefici (PABS), una nuova piattaforma che consente la rapida condivisione tra Stati e aziende farmaceutiche dei dati sui patogeni, consentendo alle seconde di essere costantemente aggiornate sui necessari prodotti da fabbricare nell’ambito di una eventuale pandemia. Sempre secondo il principio di condivisione ed equità, il testo chiede ai produttori di mettere rapidamente a disposizione dell’OMS il 20% di prodotti sanitari utili nel caso di pandemia, inclusa una soglia minima del 10% sotto forma di donazioni. Tutto il resto dovrebbe essere “riservato a prezzi accessibili” all’agenzia sanitaria delle Nazioni Unite.

Ad essere vincolati a tali programmi sono solamente gli Stati: per i produttori farmaceutici, infatti, tale vincolo non sussiste – compresi per quelli con sede in Paesi al di fuori dell’OMS. Questi vi aderiscono infatti su base volontaria, fattore che inficia così il principio di equità e condivisione, salvaguardando invece gli interessi delle aziende. In caso di pandemia, queste potranno infatti decidere quale sia la linea per loro più conveniente da mantenere. Secondo l’accordo, “equità e condivisione” si manifesterebbero anche con la facilitazione del trasferimento del know-how verso i Paesi in via di sviluppo, di tecnologia e licenze, così da incoraggiare una produzione locale e una distribuzione mondiale più equa dei prodotti sanitari. A sostegno di questo viene prevista una Rete globale per una catena di approvvigionamento dei prodotti sanitari – correlati ad una possibile pandemia – tale da garantire un accesso equo, tempestivo e conveniente a tutti i Paesi del mondo.

I negoziatori statunitensi non hanno fatto parte delle discussioni finali di quest’anno, dal momento che il presidente Donald Trump ha annunciato la sua decisione di ritirarsi dall’Organizzazione. Anche il settore farmaceutico è nella lista di quei settori che Trump vuole tornino a produrre negli Stati Uniti. Fuori dall’OMS, gli Stati Uniti non saranno vincolati dal patto. Le farmaceutiche statunitensi potranno invece decidere di partecipare al programma dell’OMS a seconda della propria convenienza – come previsto per tutte le case farmaceutiche.