domenica 22 Marzo 2026
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Bolivia, il presidente Arce ritira la candidatura alle presidenziali

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Il presidente della Bolivia Luis Arce ha ritirato la propria candidatura per le elezioni presidenziali previste per il prossimo 17 agosto, chiedendo al rivale Evo Morales di fare lo stesso. Nel suo appello, Arce sostiene che la sinistra del Paese deve fare fronte comune e superare le divisioni per contrastare l’ascesa della destra: «Il nemico principale è l’imperialismo, è la destra fascista che applaude la nostra divisione». Da ormai oltre un anno, è in corso un duro confronto tra Arce e l’ex presidente Morales, che ha portato anche a scontri tra i sostenitori dei due candidati.

La maggioranza Meloni approva l’acquisto di nuove tecnologie militari da Israele

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Nel silenzio generale, l’Italia continua attivamente a finanziare l’industria bellica israeliana. La maggioranza di governo ha infatti approvato, in Commissione Bilancio della Camera, lo schema di un decreto ministeriale (Smd 19/2024) dal valore di oltre 1,6 miliardi di euro, che prevede la «progressiva implementazione di suite operative “Multi-Missione MultiSensore” (MMMS) su piattaforma condivisa Gulfstream G550 “Green” base JAMMS». Lo schema rientra in un ampio progetto a più fasi che intende dotare l’Italia di una piattaforma aerea di ultima generazione per condurre attività di diversa natura, in primo luogo di spionaggio. Gli aerei coinvolti, i Gulfstream G-550, sono jet civili da convertire in aerei spia, dotandoli proprio di tecnologia israeliana. Lo schema prevede infatti «l’implementazione delle modifiche operative richieste» per convertire gli aerei in quella che viene definita «versione completa», per cui sono necessarie le tecnologie dell’azienda israeliana Elta Systems Ltd.

L’approvazione dello schema di decreto ministeriale da parte della Commissione Bilancio è avvenuta martedì 6 maggio. L’allarme sul contenuto del programma è stato lanciato da Peacelink, che ha notato come la discussione sull’approvazione dello schema si sia svolta in soli cinque minuti, senza menzionare una sola volta Israele. Per comprendere cosa c’entri lo Stato ebraico, si deve perciò procedere per gradi.

Nella documentazione per l’esame dell’atto di governo approvata il 6 maggio, si legge che lo schema riguarda la «prosecuzione dei già avviati ed approvati programmi di A/R n. SMD 03/2020 e SMD 37/2021». Il primo dei programmi citati, risalente al 2020, illustra il piano pluriennale, che dovrebbe terminare nel 2056, e lancia la prima fase del progetto – diviso in più «tranche» con scadenza 2032. Con la prima tranche del programma, tra le altre cose, vengono acquisiti 8 aerei, di cui 2 già in assetto completo e 6 nella cosiddetta versione green (cioè in assetto civile, da convertire in assetto militare). Gli aerei, precisa il documento, sono velivoli «Jet executive sviluppati dall’azienda aeronautica statunitense Gulfstream Aerospace», che verranno dotati di tecnologia CAEW (Conformal Airborne Early Warning) «modificata in parte dalla stessa Gulfstream ed in parte dalla israeliana Elta Systems Ltd (filiale della Israel Aerospace Industries)»: la tecnologia, insomma, è israeliana. L’onere finanziario di questo primo schema è pari a 1,223 miliardi di euro, già stanziati.

Il secondo schema è stato approvato e finanziato nel 2021 e punta a implementare gli aerei acquisiti nella prima tranche per raggiungere quella che viene definita Full Mission Capability (FMC), ossia la conversione in versione militare. Il documento precisa che il raggiungimento della FMC si ottiene attraverso la «integrazione del sistema di missione CAEW su velivoli G-550 versione green», confermando, di nuovo, l’impiego di tecnologia israeliana. Questa tranche «è rivolta alla trasformazione operativa di n. 4 dei 6 velivoli G-550 di cui alla 1° tranche», e vale 925 milioni di euro. Le tecnologie necessarie alla conversione degli aerei sono state «acquisite direttamente attraverso procedure con Paesi alleati e/o di interesse strategico». Di preciso, l’Italia ha stipulato un accordo bilaterale con Israele e promosso la firma di un memorandum d’intesa tra l’italiana Leonardo e l’israeliana Elta System Ltd.

Il terzo schema approvato il 6 maggio si colloca sulla scia della prima fase del programma pluriennale e prevede un onere totale di oltre 1,632 miliardi di euro, 700 in più rispetto a quanto stimato nella seconda tranche. Di questi, oltre 600 milioni, già stanziati, sono indirizzati al completamento delle conversioni degli aerei previste nella seconda tranche del progetto, mentre oltre 900 milioni per altre attività e acquisizioni. Di questi ultimi, parte verranno utilizzati per finanziare «le modifiche alla configurazione FMC dei rimanenti velivoli “Green Base JAMMS”», che a questo punto dovrebbero essere 2. Se la conversione, come confermato da entrambi i precedenti schemi, dall’accordo intergovernativo, e dal memorandum tra aziende italiane e israeliane, richiede tecnologia israeliana, questo significa che l’Italia dovrà acquistarla direttamente da Elta System Ltd. Oltre a ciò, lo schema prevede l’acquisizione di un simulatore e l’acquisto di un ulteriore velivolo destinato alla ricerca.

Con l’approvazione da parte della Commissione Bilancio, la palla è passata alla Commissione Difesa, che dovrà esprimersi entro il 26 maggio. Peacelink ha così lanciato un appello per fermare l’approvazione del documento, a cui per ora hanno risposto parlamentari di M5S e AVS: «Mancano ancora pochi giorni prima che il Parlamento approvi», Alessandro Marescotti, attivista e fondatore di Peacelink. «Scriviamo tutti ai membri delle Commissioni Difesa di Camera e Senato per chiedere di fermare quest’acquisto, come primo passo concreto per rompere la complicità con l’occupazione e sostenere davvero i diritti del popolo palestinese».

Gli USA stanno concedendo lo status di rifugiati agli eredi dei coloni in Sudafrica

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Un aereo con 59 persone di carnagione bianca provenienti dal Sudafrica è atterrato negli Stati Uniti, affinchè i suoi passeggeri possano chiedere lo status di rifugiati. L’amministrazione Trump, che nel gennaio di quest’anno ha sospeso tutti gli accessi nel Paese per coloro che richiedono protezione internazionale, ha infatti deciso di concedere lo status giuridico di rifugiati agli afrikaners, ovvero i discendenti dei coloni olandesi, che hanno dominato brutalmente il Paese fino al 1994. Secondo Trump, infatti, in Sudafrica sarebbe in atto una politica di apartheid e di genocidio nei confronti della popolazione bianca – la quale, in realtà, vive in una condizione privilegiata rispetto alla stragrande maggioranza dei cittadini del Paese. La Chiesa episcopale, a cui era stato chiesto di reinsediare gli afrikaners, ha deciso di porre fine alla sua collaborazione con il governo federale per la gestione dei rifugiati come gesto di disaccordo morale per la decisione di Trump.

«Siete davvero i benvenuti qui e rispettiamo ciò che avete dovuto affrontare in questi ultimi anni», ha detto Christopher Landau, vice Segretario di Stato, al gruppo di afrikaners atterrati lunedì 12 maggio negli Stati Uniti. Stephen Miller, vice capo di stato maggiore della Casa Bianca, ha detto alla stampa che questo volo dal Sudafrica fa parte di uno «sforzo di trasferimento su larga scala» e che ciò che gli afrikaners affrontano in Sudafrica «si adatta alla definizione da manuale del motivo per cui è stato creato il programma per i rifugiati». Una definzione che, secondo l’amministrazione Trump, escluderebbe quanto sta accadendo invece a migranti afghani e iracheni, tanto per citare due esempi.

Nessuna delle più importanti organizzazioni umanitarie esistenti al mondo ha mai pubblicato un report in cui viene denunciato l’apartheid (o addirittura il genocidio) dei bianchi sudafricani. I problemi in Sudafrica sono infatti altri e riguardano, ad esempio, l’estrema povertà delle centinaia di migliaia di persone costrette a vivere nelle baraccopoli. La mossa dell’amministrazione statunitense pone così fine a un rapporto di quasi quattro decenni tra il governo federale e la Chiesa episcopale. Il reverendo Sean W. Rowe ha infatti annunciato che porrà fine alla partnership con il governo per reinsediare i rifugiati, proprio per sottolineare la propria opposizione morale alla designazione degli afrikaner come rifugiati.

Nel marzo scorso, l’ambasciatore sudafricano, Ebrahim Rasool, è stato addirittura espulso dal Paese in seguito alle sue dichiarazioni che smentivano le accuse di Trump. L’arrivo negli Stati Uniti del primo gruppo di sudafricani bianchi è conseguenza dell’adozione dell’Ordine Esecutivo 14204, con cui, nel marzo scorso, il presidente statunitense ha annunciato il blocco degli aiuti economici al Sudafrica, invitando i cittadini bianchi del Paese a lasciare la nazione e trasferirsi negli Stati Uniti. La decisione di Trump sarebbe arrivata in seguito alla promulgazione di una legge del governo sudafricano che prevede l’esproprio della terra a danno degli agricoltori bianchi. Eppure, come spiegato nell’ordine esecutivo, tra le motivazioni della posizione contraria al Sudafrica c’è anche la sua azione nei confronti di Israeleil Paese ha infatti avviato contro Tel Aviv il processo in seno alla Corte Internazionale di Giustizia per il genocidio perpetrato contro la popolazione palestinese. Invece gli USA, nel caso di Israele, evidentemente, non ravvedono nessun regime di apartheid.

I funzionari sudafricani insistono nel negare le accuse di Trump: «Le statistiche dei servizi di polizia del Sudafrica sui crimini legati all’agricoltura non supportano le accuse di crimini violenti rivolti agli agricoltori in generale o a qualsiasi razza in particolare», ha detto il ministero delle Relazioni Internazionali e della Cooperazione del Sudafrica in una recente dichiarazione. Il presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, nel febbraio scorso, ha detto che la legislazione avrebbe «garantito l’accesso pubblico alla terra in modo equo e giusto». La legge, in discussione da anni, ha lo scopo di porre fine ad uno dei retaggi dell’epoca della apartheid. Infatti, sebbene la popolazione bianca rappresenti il 9% della popolazione totale, si stima che abbia la proprietà privata di circa il 75% dei terreni agricoli del Sudafrica.

Gli afrikaners sono una minoranza bianca discendente principalmente da coloni olandesi che arrivarono per la prima volta al Capo di Buona Speranza nel 1652 e che fino al 1994 hanno dominato la politica del Sudafrica e il settore agricolo commerciale del Paese. I discendenti dei coloni hanno poi creato e guidato il brutale regime di apartheid in Sudafrica, dal 1948 al 1994, un sistema di segregazione razziale in cui la popolazione bianca deteneva il potere politico ed economico, escludendo la maggioranza nera dalla partecipazione politica e dalla piena cittadinanza. Questo sistema si basava sulla separazione razziale, con leggi che limitavano la libertà di movimento, l’accesso all’istruzione e al lavoro e in generale la vita sociale e politica per la popolazione nera. Questo regime fu poi spezzato con l’arrivo al potere, nel 1994, di Nelson Mandela, primo presidente nero del Paese, attivista per i diritti civili e avvocato che aveva scontato 27 anni di carcere per la sua lotta al segregazionismo razziale, insignito nel 1993 con il Premio Nobel per la Pace.

Turchia, arrestati 97 studenti per una protesta contro un predicatore

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La polizia turca ha arrestato 97 studenti all’Università Boğazıci di Istanbul per avere indetto una protesta contro la presenza di un predicatore islamico nel campus. Di preciso, gli studenti protestavano contro una conferenza di Nureddin Yıldız, contestato per passate dichiarazioni sui matrimoni in età infantile: «Una ragazza può sposarsi a sei anni», una delle frasi contestate. Da quanto dichiara il governatore della città, Davut Gul, gli studenti sarebbero stati arrestati mentre cercavano di rompere una barricata della polizia. In seguito all’azione si sarebbero verificati degli scontri con le forze dell’ordine e 13 agenti sarebbero rimasti feriti.

Pepe Mujica è stato un rivoluzionario, non un santino liberal

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Si è spento all’età di 89 anni José Alberto Mujica Cordano, noto ai più come Pepe Mujica. L’ex presidente dell’Uruguay aveva interrotto a gennaio le terapie contro il cancro, estesosi dall’esofago ad altre parti del corpo. «Sto morendo, il guerriero ha diritto al suo riposo», aveva dichiarato Pepe Mujica in un’intervista rilasciata al quotidiano Búsqueda. Da anni – con un particolare impegno in queste ore – la narrazione dominante si è lanciata nel tentativo accanito di depoliticizzare la figura di Mujica. Complice l’aria bonaria conferita dalla tarda età, la macchina retorica del sistema liberale e capitalista ha messo in risalto le scelte compiute durante il ritiro a vita privata, come la sobrietà e l’austerità, silenziando le lotte, i successi, il dolore e gli ideali che le hanno precedute. Il sostegno alle esperienze socialiste dell’America Latina – in particolare alla Rivoluzione cubana dell’amico Fidel -, gli anni mai rinnegati della guerriglia rivoluzionaria contro la dittatura, le violenze subite in carcere durante 13 anni di detenzione, costituiscono una parte inalienabile della figura politica di Pepe Mujica, arricchita successivamente da un mandato presidenziale mosso dall’inclusione e dalla giustizia sociale.

A immaginarsi gli ultimi istanti della vita di José Mujica viene in mente il capolavoro di Ingmar Bergman, Il settimo sigillo, con un dialogo fittizio tra Pepe e la Morte che ricalca quello con il cavaliere medievale Max von Sydow. Chissà a cosa si pensa a tempo scaduto, dopo una vita così intensa. «La morte sta lì affinché l’uomo lotti per la vita», aveva dichiarato Mujica in una delle ultime interviste rilasciate. Un monito seguito con perentoria caparbietà, elevato a mantra.

Pepe, guerrigliero e rivoluzionario

Quando gli hanno chiesto quale fosse il senso della vita, Pepe Mujica ha risposto: «avere una cosa principale che riempie i capitoli e le preoccupazioni della nostra esistenza. La vita umana, per il nostro sviluppo intellettuale, in parte ci permette di scegliere una causa per vivere e darle quindi un senso. Questo è il premio di avere coscienza. Ma non necessariamente lo esercitiamo. A volte sì, a volte no». La sua causa era il sogno di lottare per un mondo migliore. Un sogno passato per la lotta armata, durante la quale ha incontrato Lucía Topolansky, guerrigliera e futura senatrice.

José Mujica e Lucía Topolansky.

José Mujica nacque il 20 maggio 1935, poco dopo il golpe realizzato dalle frangi conservatrici dell’Uruguay. Orfano di padre a soli otto anni, il giovane Pepe passò gli anni dell’infanzia e della prima adolescenza ad aiutare la madre, vivendo quella che in seguito definirà una “povertà dignitosa”. In quegli anni risultò fondamentale, per la formazione di Mujica, la presenza in famiglia dello zio Angelito (Ángel Cordano) – nazionalista e peronista – che lo indirizzò verso la lettura, la scrittura e in generale l’attività intellettuale. Il battesimo politico di Pepe Mujica si consumò a sud della propria fattoria, nella Villa del Cerro, un quartiere operaio al cui interno circolavano idee libertarie e marxiste.

Nel 1956 il giovane José sì unì al Partito Nazionale, implementando l’influenza dello zio Angelito. Qui maturò l’amicizia e la stima con il deputato Enrique Erro. I due, nel 1962, lasciarono il partito nazionalista per «marciare verso il socialismo», come scrive María Esther Gilio nel suo libro Pepe Mujica. De tupamaro a Presidente. Il riferimento divenne Vivian Trías, esponente del Partito Socialista dell’Uruguay, con cui crearono la Unión Popular. La nuova formazione di sinistra si presentò alle elezioni presidenziali, ottenendo soltanto il 2,3% dei consensi e confermando il trend positivo che viveva la destra uruguaya.

Qualcosa, tuttavia, stava per cambiare. La fase economica positiva post seconda guerra mondiale andava esaurendosi e la classe politica, invischiata col clientelismo, risultò incapace di rispondere alle esigenze del nuovo ciclo, facendo sprofondare il Paese nell’inflazione e nella disoccupazione. Si aprì dunque una crisi sociale e politica, che vedeva contrapposto il benessere della classe media al peggioramento della qualità della vita del proletariato. Le proteste sfociarono presto in rivolte e in azioni di guerriglia, che facevano capo ai Tupamaros, un’organizzazione marxista-leninista che ispirandosi alla Rivoluzione Cubana intendeva cambiare radicalmente la società. Il sostrato del movimento era composto da lavoratori che all’inizio degli anni ’60 avevano chiesto diritti e giustizia sociale attraverso strumenti pacifici, quali la pressione sindacale e la via parlamentare, ottenendo in cambio solo la violenza squadrista dei grandi proprietari. Per perseguire l’obiettivo del socialismo, gli attivisti decisero dunque di passare alla lotta armata, specializzandosi nella guerriglia urbana. Si trattava di prendere uno strumento tipico dei movimenti rivoluzionari latinoamericani – la guerriglia – e adattarla al contesto dell’Uruguay, dove circa metà della popolazione era concentrata nella capitale Montevideo.

Pepe Mujica al momento della scarcerazione, 1985.

Anche José Mujica aderì al movimento e non rinnegò mai la sua esperienza da guerrigliero, che gli costò ben sei ferite da arma da fuoco. La reazione governativa ai rivoluzionari comunisti e alle loro richieste fu dura. Tra il 1968 e il 1971 vennero sospese le libertà costituzionali; il golpe del 1973 e la conseguente dittatura militare segnarono di fatto lo smantellamento dei Tupamaros. Dirigenti e militanti vennero sottoposti a condizioni detentive disumane. Lo stesso Mujica restò in carcere per tredici anni, due dei quali passati in un pozzo, dove scoprì che «le formiche gridano». Nel 1985, con il restauro della democrazia, i Tupamaros furono liberati, divenendo per molti concittadini oggetto di devozione per il loro impegno.

La presidenza dell’Uruguay

Tra il 20 e il 22 dicembre del 1985 si tenne un grande congresso che riunì i Tupamaros, la cui maggioranza riconobbe la possibilità di perseguire i valori e gli obiettivi del movimento attraverso la via legale, visto il cambiamento istituzionale del Paese. Nel 1989 confluirono nel Frente Amplio, coalizione che raggruppava i movimenti e i partiti di sinistra. Nacque così al suo interno il Movimiento de Participación Popular (MPP), un’unione tra i Tupamaros e altre forze della sinistra radicale, come il Partido por la Victoria del Pueblo, di orientamento marxista. Tra gli anni ’80 e ’90 l’avanzata del Frente Amplio – trainata dal MPP – divenne inarrestabile, raggiungendo la vittoria elettorale nel 2004.

Si formò allora il primo inedito governo di sinistra della storia dell’Uruguay. José Mujica venne nominato ministro dell’Allevamento, dell’Agricoltura e della Pesca; Nora Castro, altra guerrigliera Tupamaros, divenne invece presidente della Camera dei Deputati. La popolarità di Pepe Mujica crebbe, fino a sfociare nell’elezione a presidente della Repubblica dell’Uruguay. Durante il suo mandato, tra il 2010 e il 2015, l’ex guerrigliero ha adottato una serie di riforme orientate verso l’inclusione e il benessere sociale. Del governo Mujica si ricorda ad esempio il “Piano Insieme”, con il quale venne dichiarata l’emergenza socio-abitativa dei settori più vulnerabili della società, riguardante circa 15mila famiglie. Da un lato venne ampliata l’offerta di abitazioni, con la costruzione di quasi tremila alloggi, dall’altro si promosse la partecipazione sociale e lavorativa, per un miglioramento generale della qualità della vita. La partecipazione dei cittadini ad attività sociali e all’interno di organizzazioni aumentò. Nei quartieri sorsero maggiori opportunità di lavoro e nuovi spazi per studiare – con un impatto particolarmente significativo per le donne.

Politiche del genere contribuirono alla diminuzione della povertà all’interno del Paese, complice anche la strada della diversificazione economica. Il governo Mujica investì particolarmente nell’agricoltura, migliorando la posizione dell’Uruguay come esportatore di beni alimentari – status che il Paese latinoamericano conserva tutt’oggi.

Nel 2013 l’Uruguay di José Mujica divenne poi il primo Stato al mondo a legalizzare la produzione, il commercio e il consumo della cannabis, sottraendola al mercato della criminalità organizzata. «Sono decenni che pensiamo solo a reprimere e ogni anno la situazione è peggiorata ora abbiamo deciso di provare a intraprendere un nuovo cammino, e se per caso questa nuova strada si rivelerà esatta avremo fatto qualcosa che aiuterà tutta l’umanità», dichiarò due anni dopo il presidente dell’Uruguay, battezzando una strada che negli anni ha ridotto il mercato nero e generato significative entrate economiche per il Paese, senza aumentare il consumo tra i giovani o le diagnosi di dipendenza. Insomma, un vero e proprio colpo al fronte proibizionista sferrato da un sistema controllato dallo Stato, che immette sul mercato prodotti a prezzi calmierati e che lascia ai cittadini iscritti a un apposito portale la possibilità di coltivare senza scopo di lucro.

Restando sul piano dei diritti, il mandato di Mujica ha visto l’approvazione di una delle prime leggi sul matrimonio egualitario in America Latina, che garantiva alle coppie omosessuali gli stessi diritti di quelle eterosessuali, inclusa la possibilità di adottare figli. Nel 2012, l’ex guerrigliero ha poi firmato la legge n. 18.987, che ha depenalizzato l’aborto entro le prime 12 settimane di gestazione.

Il volto dell’anticonsumismo

Pepe Mujica e il suo maggiolino.

Una piccola fattoria a Rincón del Cerro, in periferia di Montevideo, un maggiolino blu del 1987, la pensione da circa 800 euro e uno stipendio da senatore rifiutato. Negli ultimi anni di vita, Mujica ha fatto della sobrietà un mantra. «Non mi stancherò mai di spiegare che per essere liberi bisogna avere tempo. Mentre sei obbligato a lavorare per sopperire alle tue necessità materiali, non sei libero, sei schiavo della vecchia legge della necessità. Ora, se non poni un limite alle tue necessità, questo tempo diventa infinito. Detto più chiaramente: se non ti abitui a vivere con poco, con il giusto, dovrai vivere cercando di avere molte cose e vivrai solo in funzione di questo. Ma la vita se ne sarà andata via», ha dichiarato l’ex presidente uruguaiano, sottolineando il successo capitalistico nel veicolare una cultura basata sul consumo, che rende l’uomo un acquirente compulsivo (si pensi ad esempio al Black Friday e alle sue implicazioni psicologiche). La sua scelta di vita si inscrive quindi in una più ampia critica al sistema combattuto anni prima, per una presa di posizione politica che la narrazione liberalcapitalista si guarda bene dal sottolineare, volendo ridurre la figura di Mujica sul piano della sobrietà e della tutela dei diritti civili.

L’eredità di Pepe Mujica

Quella di Pepe Mujica è un’eredità multidimensionale, legata però dal filo conduttore della giustizia sociale e della libertà. Due principi intersecati, non riducibili al riflusso nel privato. Il ripudio del consumismo si accompagna alla fuoriuscita dalla logica capitalista, che atomizza e lascia soli. Per scampare a questo limbo sono necessari sacrificio e cooperazione, che in politica si traducono nella sintonia tra ventre popolare e istituzioni. José Mujica ha prima combattuto la repressione della dittatura con le armi e poi ha attuato una serie di misure che aiutassero le persone a vivere una vita degna di essere definita tale. Uno scambio equo per chi vedeva la lotta per un mondo migliore come il fuoco della propria esistenza: spalla a spalla verso una realtà scevra di oppressione, un’utopia – per citare il connazionale Eduardo Galeano – resa più vicina da uomini come Pepe Mujica, il presidente rivoluzionario.

La Nuova Caledonia vieta le estrazioni in acque profonde per proteggere l’oceano

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La Nuova Caledonia ha approvato un’importante moratoria sull’attività mineraria in acque profonde, imponendo un divieto di 50 anni su qualsiasi esplorazione o sfruttamento nella sua vasta zona economica esclusiva, che si estende per oltre 1,3 milioni di chilometri quadrati nel cuore del Pacifico. La misura, votata dal Congresso locale, entra in gioco per tutelare la biodiversità marina in un momento in cui l’estrazione sottomarina appare sempre più al centro degli interessi strategici ed economici globali.
«È una scelta di responsabilità verso il nostro ambiente, la nostra sovranità e le gener...

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È morto l’ex presidente uruguaiano Pepe Mujica

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Si è spento all’età di 89 anni José Alberto Mujica. Ex guerrigliero del movimento marxista dei Tupamaros ai tempi della dittatura e poi presidente del Paese latinoamericano dal 2010 al 2015, Mujica è divenuto celebre in patria e in tutto il mondo per lo stile di vita sobrio e umile mantenuto anche ai vertici della carriera politica nonché per le coraggiose riforme portate avanti nel Paese. In particolare Mujica ha fatto dell’Uruguay il primo Paese a legalizzare per legge la cannabis, inoltre ha portato avanti numerose riforme per la giustizia sociale. Era stato colpito da tempo da un tumore all’esofago.

Referndum, AGCOM richiama tv e radio su copertura informativa

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Alla luce dei dati di monitoraggio, il Consiglio dell’Agcom ha adottato un provvedimento di richiamo alla Rai e ai fornitori di servizi di media audiovisivi e radiofonici nazionali perché garantiscano un’adeguata copertura informativa sui temi oggetto dei referendum organizzati per i prossimi 8 e 9 giugno. Il richiamo – si legge in un comunicato – ha la finalità di offrire ai cittadini italiani una «informazione corretta, imparziale e completa» sui quesiti referendari e le motivazioni a sostegno delle opzioni di voto.

Dal 2015 a oggi in Italia sono stati accertati settemila reati contro l’ambiente

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Nell’arco di un solo decennio, da giugno 2015 a dicembre 2024, in Italia sono stati accertati 6.979 reati ambientali, uno ogni tre controlli effettuati. È il bilancio tracciato da Legambiente e Libera a dieci anni dalla legge 68/2015, che ha introdotto nel Codice penale i delitti contro l’ambiente e riformato la disciplina sanzionatoria del Testo unico ambientale. I numeri parlano chiaro: 21.169 controlli, oltre 12.500 persone denunciate, 556 arresti e sequestri per un valore di 1,155 miliardi di euro. La Campania si conferma la regione più colpita, seguita da Sardegna, Puglia e Sicilia. Il 40,5% degli illeciti è concentrato nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa.

A dieci anni dall’approvazione, la legge rappresenta una svolta storica per l’ordinamento italiano. Per la prima volta, infatti, nel 2015 l’inquinamento ambientale è stato riconosciuto come reato penale. Ad oggi, come dimostrano le statistiche diramate nel nuovo rapporto, è il delitto più accertato: 1.426 reati su 5.506 controlli, con 2.768 persone denunciate, 136 misure cautelari e 626 sequestri per un valore superiore ai 380 milioni di euro. A seguire vi è il reato di attività organizzata di traffico illecito di rifiuti, introdotto nel Codice penale nel 2018, che vede 964 casi accertati, 2.711 denunciati, 305 arresti e sequestri per oltre 168 milioni di euro. Il terzo reato più frequente è il disastro ambientale, contestato in 228 casi, con 737 denunce e 180 sequestri, per un valore che supera gli 85 milioni. Il Meridione resta l’epicentro dei reati ambientali: Campania, Puglia, Sicilia e Calabria totalizzano da sole il 40,5% degli illeciti accertati. La Campania è prima in classifica con un totale di 1.440 reati, 4.178 controlli e sequestri per oltre 209 milioni. Segue la Sardegna con 726 reati e 1.627 persone denunciate, mentre la Puglia si distingue per il numero di arresti (100). La Sicilia, con 482 reati, è la regione con il valore più alto di sequestri: oltre 432 milioni di euro.

La legge 68 non si limita però soltanto all’introduzione dei delitti ambientali. Il secondo asse della riforma concerne infatti la nuova disciplina sanzionatoria del Testo unico ambientale (Dlgs 152/2006, parte Sesta-bis). In questo ambito, da giugno 2015 a dicembre 2024, sono stati effettuati 11.156 controlli, accertati 3.361 reati e denunciate 4.245 persone. Sono state emesse 553 ordinanze di sequestro, per un valore di quasi 160 milioni di euro. La tagliola della prescrizione, per ben 794 volte, ha prodotto l’estinzione di una parte dei reati meno gravi. Dal 2018 al 2023, il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente ha incassato oltre 33 milioni di euro da sanzioni, destinati al rafforzamento delle attività di controllo delle Agenzie ambientali regionali e provinciali.

La conferenza nazionale ControEcomafie, promossa da Legambiente e Libera il 16 e 17 maggio a Roma presso l’Università Roma Tre, sarà l’occasione per fare il punto su dieci anni di applicazione della norma e per rilanciare nuove proposte. Tra i relatori che si alterneranno al microfono ci saranno il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, i presidenti delle due associazioni Stefano Ciafani e Luigi Ciotti, la direttrice generale dell’Ispra Maria Siclari e l’on. Federico Cafiero de Raho. «I dati raccolti confermano l’importanza di una legge approvata dopo 21 anni di ritardi – scrivono nel comunicato Legambiente e Libera –. Una riforma di civiltà in nome del popolo inquinato, grazie alla quale da allora tante denunce sono diventate processi e sono arrivate le prime sentenze definitive. Ora si approvino le leggi che mancano all’appello, a partire dal recepimento della direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente». A chiudere la due giorni di lavori sarà la presentazione di un “Manifesto” contenente le proposte al governo e al Parlamento per rafforzare gli strumenti di contrasto alle ecomafie.

Suicidi, depressione, abuso di sostanze: la realtà dei moderatori dei contenuti di Meta

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Le grandi aziende digitali rappresentano spesso l’informatica come un qualcosa di etereo e magico, come un insieme di automatismi che sono capaci di risolvere celermente ogni complessità. Nella realtà, alcuni di questi “automatismi” vengono gestiti da lavoratori in subappalto che vivono nelle parti più povere del mondo e che sono fin troppo spesso soggetti a condizioni lavorative dannose. Ecco dunque che Meta finisce al centro di un’indagine giornalistica e legale riguardante i danni psicologici causati ai dipendenti di un’azienda ghanese

A finire direttamente sotto accusa è Majorel, azienda di Accra controllata dalla multinazionale francese Teleperformance. Il compito dei circa 150 lavoratori dell’impresa è quello di scandagliare i contenuti caricati all’interno dei social per vigilare sul processo di moderazione, ovvero rimuovere i post che violano gli standard dettati dai committenti e addestrare i modelli di intelligenza artificiale a espletare il medesimo compito.

Su internet vengono costantemente caricati file di ogni tipo, molti dei quali riguardanti immagini e concetti capaci di logorare la salute mentale delle persone. I moderatori del web vengono dunque inondati senza sosta da contenuti profondamente violenti e disturbanti – persone scuoiate, stupri, torture, decapitazioni e molto altro –, contesto per cui il mestiere richiederebbe lunghi periodi di pausa e un’assistenza psicologica esperta. Stando a quanto riscontrato da un’indagine congiunta del The Guardian e dal Bureau of Investigative Journalism (TBIJ) , Majorel non rispettava questi requisiti. Tutt’altro.

Secondo quanto riscontrato dalle testate, i dipendenti dell’azienda ricevevano una retribuzione inferiore al costo di vita stimato di Accra, condizione che li portava ad appoggiarsi agli straordinari e a perseguire i premi di prestazione anche solo per poter arrivare a fine mese. La provante natura del compito, esacerbata dall’intensità dello stesso, ha causato nei lavoratori depressione, insonnia e abusi di sostanze, malesseri che venivano intensificati dalle minacce perpetrate dal datore di lavoro. I supervisori di Majorel sono infatti accusati di aver licenziato chiunque chiedesse condizioni lavorative migliori, di aver messo alla porta soggetti che, presi dallo stress, hanno tentato il suicidio e di aver sfruttato situazioni migratorie precarie per assicurarsi forza lavoro docile e ubbidiente.

Teleperformance ribatte alle accuse sostenendo di avere un “robusto programma di benessere psicologico sostenuto da psicologi certificati”, di fornire retribuzioni che superano “del doppio il salario minimo nazionale” e che arrivano a dieci volte tanto se si tengono in considerazione i bonus aggiuntivi. Nel 2022, Teleperformance era già finita al centro di uno scandalo quando Forbes aveva scoperto che l’azienda era solita adoperare archivi pedopornografici per addestrare i propri moderatori. A seguito dello scoop e della reazione degli investitori allo stesso, Teleperformance aveva annunciato nel 2023 l’intenzione di abbandonare il settore della “sicurezza e affidabilità”, promessa che ha poi disatteso.

Ora, il caso di Majorel è nelle mani dell’organizzazione no-profit britannica Foxglove, la quale sta raccogliendo tutte le informazioni del caso al fine di avviare una causa legale. Una prospettiva tutt’altro che unica: nel 2023, la moderazione di Meta in Africa era già finita al centro dell’attenzione pubblica quando era emerso attraverso il The Times che il controllo dei contenuti era stato affidato a Sama, operatore kenyota che offriva a sua volta condizioni lavorative dannose per la psiche dei suoi dipendenti. Anzi, stando alla ricostruzione avanzata da Foxglove, Majorel è riuscita a ottenere l’incarico dalla Big Tech statunitense proprio perché questa ha deciso di rescindere il contratto siglato con Sama, impresa che, una volta entrata in causa per le sue pratiche manageriali, ha licenziato in tronco tutti i suoi dipendenti.