Sono almeno 54 le persone rimaste uccise nella notte nella Striscia di Gaza a causa di pesanti e prolungati bombardamenti dell’esercito israeliano. Lo ha riportato nelle ultime ore il quotidiano israeliano Haaretz. Nello specifico, le IDF hanno colpito le aree di Jabalya e Beit Lahiya, nel nord dell’enclave, dove è stata presa di mira una scuola da poco riconvertita in rifugio per i palestinesi sfollati. Lì i militari israeliani hanno anche effettuato vari arresti. Bombardamenti e raid anche ad Al Qarara, a nord di Khan Yunis, nel sud della Striscia, dove si sono verificati anche attacchi contro tende.
Funivia del Faito, 25 indagati per la tragedia del 17 aprile
Sono 25 le persone indagate dalla Procura di Torre Annunziata per la caduta della cabina della funivia del Faito, costata la vita a quattro persone. Tra gli indagati figurano il presidente dell’Eav, Umberto De Gregorio, e referenti della ditta Franz Part, che curava la manutenzione. Le accuse, a vario titolo, sono di omicidio colposo, lesioni colpose e condotte omissive. A 14 tecnici viene contestato di aver attestato l’assenza di criticità nell’impianto prima della riapertura. Il 23 maggio verrà conferito l’incarico ai periti per gli accertamenti tecnici irripetibili.
Cresce la tensione tra l’Algeria e l’ex padrone coloniale francese
Nuovo capitolo nella crisi diplomatica tra Francia e Algeria. Nell’arco di quarantotto ore, Parigi e Algeri hanno proceduto a espulsioni reciproche di trenta dei loro agenti diplomatici e consolari, 15 francesi e 12 algerini. I rapporti tra i due Paesi, storicamente segnati da tensioni legate al passato coloniale, si sono ulteriormente deteriorati a partire dallo scorso anno, quando il presidente Emmanuel Macron ha espresso pubblicamente il sostegno alla posizione del Marocco sulla questione del Sahara occidentale, irritando profondamente Algeri – alleata degli indipendentisti saharawi. Mai dal 1962, anno dell’indipendenza algerina dal padrone coloniale francese, il legame diplomatico franco-algerino si era trovato ad un punto così basso, segno di una profonda divisione tra i due Paesi.
Lo scorso martedì 13 maggio, il ministero degli Esteri francese ha convocato l’incaricato d’affari algerino per notificargli l’espulsione di 12 cittadini algerini titolari di passaporti diplomatici, entrati in Francia senza visto. La decisione segue quella algerina di domenica scorsa, con cui sono stati espulsi dal Paese 15 funzionari francesi in servizio ad Algeri ritenendo la loro presenza irregolare. «La Francia si riserva il diritto di adottare ulteriori misure a seconda dell’evoluzione della situazione», ha dichiarato il ministero degli esteri in un comunicato diffuso dopo il colloquio con il funzionario algerino. Il Ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, durante un intervento sull’emittente televisiva BFMTV, ha annunciato l’espulsione di diplomatici algerini, definendo la decisione dell’Algeria come «ingiustificata e ingiustificabile». Secondo Jean-Noël Barrot, l’espulsione dei funzionari francesi è stata presa sulla base di una «decisione unilaterale delle autorità algerine di stabilire nuove condizioni di accesso al territorio algerino per i funzionari pubblici francesi titolari di un passaporto ufficiale, diplomatico o di servizio, in violazione dell’accordo bilaterale del 2013».
Le frizioni diplomatiche segnano un nuovo picco. Una simile situazione era avvenuta nel marzo scorso, quando il Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri algerino, Lounès Magramane, aveva ricevuto l’incaricato d’affari dell’Ambasciata francese in Algeria per denunciare atti unilaterali di espulsione intrapresi dalla Francia. Poi la questione si era ripetuta alla metà di aprile, nonostante pochi giorni prima il Ministro degli Esteri francese si fosse recato ad Algeri su invito del Presidente della Repubblica democratica popolare d’Algeria, Abdelmadjid Tebboune, per discutere dei legami tra i due Paesi. Proprio alla metà del mese scorso, quando ci fu un altro scambio reciproco di espulsioni diplomatiche, la Francia si era allineata alla politica della “sedia vuota” adottata lo scorso anno dall’Algeria, richiamando il proprio ambasciatore dal Paese del Màghreb. L’Algeria aveva infatti già richiamato il proprio ambasciatore da Parigi il 30 luglio dello scorso anno, in seguito al capovolgimento francese pro-marocchino sulla questione del Sahara occidentale. Proprio da quel momento è iniziato il vigoroso precipitare dei legami diplomatici tra Francia e Algeria.
In occasione del riconoscimento francese delle istanze marocchine sul Sahara occidentale, l’Algeria espresse «grande rammarico e forte denuncia» ritenendo il governo francese come responsabile del probabile deterioramento delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Un altro strappo tra Francia e Algeria si consumò poi tra le fine di ottobre e l’inizio di novembre. Il 29 ottobre Macron si recò in visita in Marocco, dove incontrò il re Mohammed VI, per ristabilire le relazioni diplomatiche tra i rispettivi Paesi e stringere accordi commerciali. Come risposta, l’8 novembre, l’Algeria annunciò la sospensione del commercio con la Francia come misura di ritorsione per la decisione francese di voltare le spalle ad Algeri sulla questione del Sahara occidentale, dove da sempre l’Algeria è schierata a fianco del popolo Sahrawi, ospitando decine di migliaia di rifugiati nei campi profughi costruiti sul proprio territorio.
E così si arriva ad oggi, con una situazione diplomatica tra Francia e Algeria che segna un punto minimo mai visto dall’indipendenza algerina. E potrebbe non essere finita qui.
Indonesia, 18 separatisti papuani uccisi dall’esercito
Dopo 7 anni non è ancora partito il processo contro chi augura la morte a Ilaria Cucchi
Sette anni dopo aver ricevuto un violento messaggio di odio via social, Ilaria Cucchi – sorella di Stefano Cucchi, 31enne ucciso nel 2009 dopo aver subito percosse da parte di esponenti dei carabinieri mentre si trovava in custodia cautelare – è ancora in attesa che si apra il processo contro l’autore. L’hater, nascosto dietro il nome “Dentone”, le augurava di morire tra atroci sofferenze. La donna, oggi senatrice, denunciò subito l’uomo, ma da allora è iniziata un’odissea giudiziaria fatta di errori procedurali, rinvii e rimpalli di competenze. Il 13 maggio 2025, il Tribunale di Roma ha dichiarato la propria incompetenza territoriale: tutto verrà trasferito a Milano. Intanto, il tempo scorre e il rischio prescrizione si fa ogni giorno più concreto.
Era il 19 ottobre 2018 quando un utente pubblicò sul social Twitter (attuale X) un commento carico d’odio contro Ilaria Cucchi, oggi parlamentare nelle file di Alleanza Verdi e Sinistra. «Vorrei far patire alla sorella di Stefano Cucchi, di cui non me ne frega un c***o che nome abbia, far patire due volte quello che hanno fatto al fratello. Le auguro di morire patendo ogni dolore sia fisico che mentale. Tr**a!», scriveva l’uomo, che si trincerava dietro all’anonimato. Un attacco vile e gratuito, rivolto a chi da anni chiede verità e giustizia per una delle vicende più drammatiche della cronaca italiana.
Ilaria Cucchi si rivolse subito alla magistratura. Tuttavia, come ricostruito dalla stessa in un post sui social, la risposta delle istituzioni fu da subito debole, e alla donna fu detto che mancavano gli strumenti per poter risalire all’identità del profilo. Così, con l’aiuto del suo avvocato Fabio Anselmo e di alcuni giornalisti, la senatrice decise di indagare da sola. E ci riuscì, identificando l’autore. Ma anche dopo aver fornito il nome del responsabile, la giustizia italiana non ha proceduto con efficacia. La prima reazione fu la richiesta di archiviazione da parte della pm Antonia Giammaria, oggi trasferita al ministero della Giustizia. I giudici, però, la rigettarono, ordinando l’apertura del processo. Da allora, tuttavia, si è aperto un percorso tortuoso scandito da rinvii tecnici: la prima udienza, prevista per il 4 novembre 2024, fu rimandata al 24 febbraio 2025 per un errore nella notifica all’imputato. Anche la seconda data saltò, per un vizio procedurale nei termini della notifica. Si arriva così al 13 maggio di quest’anno, quando arriva l’ennesima beffa: il Tribunale di Roma si dichiara territorialmente incompetente, poiché l’imputato risiede in Lombardia. Dopo tre udienze inutili, dunque, tutto viene trasferito a Milano.
Il caso è emblematico di un sistema giudiziario che troppo spesso lascia sole le vittime. Secondo il rapporto pubblicato lo scorso anno dalla Commissione europea per l’efficienza della giustizia (CEPEJ), nel 2022 in Italia un processo civile di primo grado richiedeva in media 540 giorni, tra i più alti in Europa. Sul versante penale, invece, la durata media dei procedimenti in Europa è pari a 133 giorni in primo grado, 110 in secondo grado e 101 in terzo grado. In Italia, invece, il procedimento penale dura in media 355 giorni in primo grado, 750 in appello e 132 in Cassazione. Una differenza assai significativa.
Dopo anni di depistaggi e omertà, solo nell’aprile del 2022 i carabinieri responsabili del violento pestaggio ai danni di Cucchi, Alessio Di Bernardo e Raffaele d’Alessandro, sono stati condannati in via definitiva per omicidio preterintenzionale. Per loro è stata stabilita la pena di 12 anni di carcere. Nel processo bis sul caso Cucchi, dove sono alla sbarra esponenti dell’Arma per il reato di depistaggio, nel dicembre scorso il Procuratore generale ha chiesto in appello 3 assoluzioni e 2 condanne.
Belgio: una sentenza stabilisce che il tracciamento dei dati inserzionistici è illegale
La Corte di appello belga ha decretato che il Transparency and Consent Framework (TCF), l’inquadramento che viene adoperato da innumerevoli portali per profilare i dati degli utenti, non è compatibile con le leggi europee. In sostanza, la decisione giuridica sancisce ufficialmente che gran parte del mondo inserzionistico della Rete naviga nell’illegalità, violando sistematicamente la sicurezza e i diritti dei soggetti tutelati dal Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR).
La pronuncia rappresenta l’esito di una battaglia legale durata sette anni, iniziata con l’introduzione stessa del GDPR nel 2018. Un primo, rilevante traguardo era già stato raggiunto nel 2022, quando – a seguito delle segnalazioni di numerose organizzazioni non governative, tra cui l’Irish Council for Civil Liberties (Irlanda), la Panoptykon Foundation (Polonia), Stichting Bits of Freedom (Paesi Bassi), la Ligue des Droits Humains (Belgio), nonché dei ricercatori Dott. Jef Ausloos e Dott. Pierre Dewitte – il Garante per la protezione dei dati del Belgio aveva riconosciuto che il sistema TCF “rappresenta un rischio significativo nei confronti dei diritti fondamentali e della libertà dei soggetti, in particolare quando sono coinvolti dati personali su grande scala, attività di profilazione, predizione di comportamente e la conseguente sorveglianza dei soggetti stessi”.
La presa di posizione della Corte di appello annulla a causa di errori procedurali la decisione assunta dal Garante, tuttavia approfondisce la questione per porre fine a una serie di ambiguità tecniche che hanno permesso ai raccoglitori di dati di muoversi oltre i limiti consentiti dalla legge. Il tribunale ha infatti definito che le TC Strings, i codici di riferimento dei dati utente, sono da considerare come dati personali e come tali devono essere trattati, a partire dalla richiesta di consenso.
Il peso di questo chiarimento normativo può non apparire subito evidente. Tuttavia, colossi come Microsoft, Google, Amazon, X e, più in generale, circa l’80% delle entrate generate dalla pubblicità basata su offerte in tempo reale (RTB) poggiano sul TCF. Una fetta rilevante dell’ecosistema pubblicitario online si fonda infatti su un sistema d’asta che dipende strettamente dai dati raccolti tramite il TCF, il quale a sua volta si regge su quelle classiche finestre informative in cui i siti web chiedono agli utenti il consenso al trattamento dei dati. La Corte belga ha di fatto stabilito che quei nebulosi popup non bastano a legittimare le successive violazioni del GDPR.
Interactive Advertising Bureau (IAB), l’azienda pubblicitaria statunitense che aveva proposto il TCF come standard di riferimento, gioisce del fatto che i giudici le abbiano riconosciuto solamente una “responsabilità limitata” e rimarca che siano già pronte delle eventuali modifiche al TCF, le quali promettono di risolvere gli elementi critici sollevati nel 2022 dal Garante dei dati.
Le conseguenze concrete di questa presa di posizione restano, al momento, imprevedibili. Quasi l’80% dei ricavi di Google proviene dalla pubblicità, una dipendenza strutturale che accomuna molte realtà aziendali che vivono — o sopravvivono — grazie al web. L’eventuale smantellamento forzato del TCF rischia di innescare un terremoto tecnico-finanziario dalle ricadute profonde, compromettendo anche i delicati equilibri diplomatici con gli Stati Uniti, patria delle Big Tech più potenti e combattive. Più realistico immaginare una soluzione graduale: un percorso condiviso tra i regolatori europei e IAB per riformare il sistema TCF, correggendone le criticità senza ricorrere però a misure radicali e destabilizzanti.
Nel contesto italiano, la decisione belga arriva in un momento cruciale. All’inizio del mese, il Garante per la protezione dei dati personali ha avviato una consultazione pubblica sul modello “pay or ok”, il sistema adottato da molte testate giornalistiche per imporre agli utenti la scelta tra sottoscrivere un abbonamento o acconsentire al trattamento dei propri dati per poter accedere ai contenuti. Il riconoscimento dell’illegalità del TCF rappresenta un elemento rilevante a sostegno di chi si oppone a questa discutibile pratica commerciale e potrebbe spingere il Garante italiano ad adottare posizioni che impatteranno su tutta l’Unione Europea.
[16/05/2025: aggiunto un paragrafo per approfondire la decisione della Corte d’appello belga.]
Gaza, ondata di attacchi israeliani: almeno 82 morti
Almeno 82 palestinesi, in gran parte donne e bambini, sono stati uccisi in una nuova ondata di attacchi israeliani nella Striscia di Gaza, secondo quanto riportato da Al Jazeera. Solo nella notte, 57 persone hanno perso la vita a Khan Younis, nel sud del territorio. Tra le vittime anche il giornalista palestinese Hassan Samour e alcuni familiari, colpiti nella loro casa. L’Ospedale Europeo di Gaza è stato dichiarato fuori uso dopo un raid che ha causato 16 morti. Le Forze israeliane hanno affermato di mirare al leader di Hamas, Mohammed Sinwar.
Cuba: presunte antenne installate dalla Cina sull’isola mettono in allarme gli Stati Uniti
Gli Stati Uniti sono preoccupati per la presenza cinese a Cuba – in particolare, delle operazioni di sorveglianza segrete che potrebbero essere messe in atto nei loro confronti. A rivelarlo è un recente rapporto del Centro per gli Studi Strategici e Internazionali (CSIS), che rivela la presenza di un presunto vettore di antenne a disposizione circolare (CDAA) presso il sito cubano di intelligence di Bejucal, a pochi passi da L’Avana. Le antenne potrebbero individuare segnali radio provenienti da una distanza compresa tra le 3 mila e le 8 mila miglia di distanza, includendo quindi nel proprio raggio d’azione le basi militari statunitensi e persino la capitale, Washington. I risultati del rapporto hanno suscitato una preoccupazione tale che i repubblicani hanno chiesto un briefing al Segretario alla Sicurezza Interna.
L’allarme è scattato dopo l’esame delle immagini satellitari commerciali, che mostrano nuove costruzioni in corso nel noto sito di intelligence dei segnali cubani (SIGINT) di Bejucal, vicino a L’Avana, il più grande di Cuba. Queste, risalenti al 16 aprile 2025, mostrano i principali sviluppi avvenuti nel sito. Sul lato settentrionale del complesso sono state rimosse sei antenne e al loro posto sono in corso i lavori per costruire un grande CDAA, dalla classica forma circolare, che comprende 19 antenne disposte in un cerchio di circa 175 metri. I CDAA sono utilizzati principalmente per la ricerca e l’individuazione dell’origine di segnali radio da una distanza compresa tra 3.000 e 8.000 miglia. Un nuovo CDAA a Bejucal potrebbe offrire una capacità significativamente migliorata per monitorare l’attività aerea e marittima negli Stati Uniti e dintorni.
Sebbene non vi siano prove concrete che questa struttura, così come altre sull’isola, sia collegabile direttamente alla Cina (la quale già lo scorso anno aveva negato simili accuse), i funzionari statunitensi hanno ripetutamente segnalato che Pechino avrebbe accesso alle strutture di spionaggio cubane. Un gruppo di leader repubblicani della Camera ha richiesto una riunione urgente al Segretario alla Sicurezza Interna, Kristi Noem, scrivendole una lettera. «La RPC si sta posizionando per erodere sistematicamente i vantaggi strategici degli Stati Uniti senza mai sparare un colpo. La vicinanza geografica di sospette strutture collegate alla RPC a Cuba a strutture statunitensi sensibili, tra cui la stazione navale di Guantánamo Bay, il Kennedy Space Center, la base sottomarina navale di Kings Bay e la stazione spaziale di Cape Canaveral, può consentire alla RPC di monitorare le capacità di rilevamento e risposta americane, mappare i profili elettronici delle risorse statunitensi e preparare l’ambiente elettromagnetico per un potenziale sfruttamento futuro», hanno scritto i legislatori nella lettera pubblicata da Fox News.
Durante i dibattiti delle primarie presidenziali statunitensi del 2016, l’allora senatore Marco Rubio, attuale Segretario di Stato dell’amministrazione Trump, aveva accusato Cuba di collaborare con la Cina per azioni di spionaggio nei confronti degli Stati Uniti. Nel 2023, il Wall Street Journal aveva riferito che Cuba e Cina avevano siglato un accordo in base al quale Pechino avrebbe stabilito una struttura di sorveglianza sul territorio cubano in cambio di una ingente somma di denaro. La Cina è accusata di aver costruito simili strutture nel Mar Cinese Meridionale, più precisamente su Mischief Reef e Subi Reef, come suggerirebbero le immagini satellitari pubblicate da Asia Maritime Transparency Initiative.
Al momento, tuttavia, l’unica presenza cinese certa a Cuba rimane quella legata allo sviluppo economico ed energetico, che comprende progetti di implementazione di produzione di energia rinnovabile proveniente dal sole, per aiutare la popolazione cubana a superare la crisi energetica e l’embargo statunitense.









