In Libia resta alta la tensione dopo che migliaia di manifestanti si sono riuniti sotto la sede del governo di unità nazionale a Tripoli, chiedendo le dimissioni del premier Abdelhamid Dbeibah. Secondo i media locali, alcuni dimostranti hanno tentato di entrare nell’edificio, lanciando pietre e sfondando le recinzioni. Durante l’attacco, un agente di polizia è stato ucciso da colpi d’arma da fuoco sparati da ignoti. Il governo ha espresso cordoglio e precisato che l’irruzione è stata contenuta senza danni materiali, definendo l’assalto un’aggressione alle istituzioni e alle risorse dello Stato libico.
In UE crescono PIL e occupazione, anche la Germania dà segnali di ripresa
Nel primo trimestre del 2025 l’Unione Europea conferma un andamento economico positivo: secondo i dati pubblicati nella giornata di ieri da Eurostat, il PIL destagionalizzato è aumentato dello 0,3% sia nell’Eurozona che nell’intera UE rispetto al trimestre precedente. Una crescita che si accompagna anche a un miglioramento dell’occupazione e della produzione industriale. Tra i segnali più rilevanti spicca peraltro la ripresa, seppur contenuta, della Germania (+0,2%). L’Italia cresce in linea con la media (+0,3%), mentre Irlanda e Cipro registrano i balzi più ampi. In calo, invece, Portogallo e Slovenia.
I numeri rilasciati da Eurostat certificano l’avvio di una fase più dinamica per l’economia dei Paesi europei. Dopo un quarto trimestre 2024 già moderatamente positivo (con +0,2% di crescita per l’Eurozona e +0,4% per l’UE), i primi tre mesi del 2025 hanno consolidato il trend con un incremento dello 0,3% del PIL in entrambe le aree. La tendenza confermata anche su base annua: rispetto al primo trimestre del 2024, il PIL risulta infatti aumentato dell’1,2% nell’Eurozona e dell’1,4% nell’intera Unione europea. A livello nazionale, le statistiche mostrano un’Europa a velocità differenziate. L’Italia registra una crescita dello 0,3% nel primo trimestre 2025, in leggero miglioramento rispetto al +0,2% dell’ultimo trimestre 2024. Tuttavia, su base annua, la performance resta debole: il PIL italiano è aumentato solo dello 0,6%, meno della metà della media UE. Molto meglio dell’Italia hanno fatto Francia (+0,8%), Spagna (+2,8%) e Polonia (+3,8%). Le crescite più marcate sono state registrate da Cipro (+1,3%) e soprattutto dall’Irlanda, con un impressionante +3,2%. Dall’altro lato della classifica, le peggiori performance trimestrali si osservano in Slovenia (-0,8%) e Portogallo (-0,5%), mentre la Germania – reduce da un trimestre negativo – registra una crescita dello 0,2%, segnando un primo segnale di ripresa per la maggiore economia del continente. Il dato tedesco, pur modesto, assume un valore simbolico, essendo la Germania il principale motore economico dell’UE, reduce da mesi di stagnazione e difficoltà industriali.
Anche l’occupazione segue, in generale, l’andamento positivo del PIL. Nell’Eurozona risulta in crescita dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dello 0,8% rispetto al medesimo periodo del 2024. Nell’UE, i dati sono rispettivamente +0,2% e +0,6%. Un segnale letto come incoraggiante, che va a indicare non soltanto una maggiore attività produttiva, ma anche una progressiva riduzione del gap tra crescita economica e creazione di posti di lavoro. Sorridono anche i dati legati alla produzione industriale. A marzo 2025, nell’area euro la produzione è cresciuta del 2,6% su base mensile e del 3,6% su base annua. Nell’intero continente l’incremento è stato dell’1,9% rispetto a febbraio, del 2,7% rispetto a marzo 2024. Se compariamo i dati europei a quelli fatti registrare dagli Stati Uniti d’America, rileviamo che il nostro continente appare ancora in ritardo in termini assoluti, dal momento che il PIL statunitense è aumentato del 2% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, nel primo trimestre 2025, l’economia USA ha registrato una flessione dello 0,1% rispetto a quello precedente, segnando un rallentamento nei primi mesi del secondo mandato di Trump.
Le difficoltà economiche affrontate negli ultimi anni dalla Germania si inseriscono nel contesto più ampio della guerra tra Russia e Ucraina e alla relativa strategia americana di disaccoppiare l’economia europea (in particolare tedesca) da quella Russa attraverso l’uso delle sanzioni economiche. La Germania è stata infatti la nazione che più ha risentito di tale disaccoppiamento, dal momento che importava più della metà del suo fabbisogno energetico da Mosca, all’interno di un modello industriale che faceva del gas russo a basso costo l’elemento vincente del suo sistema economico. Berlino sembra ora intenzionata a puntare le sue carte migliori sul piano di riarmo: la Germania ha infatti chiesto alla Commissione Europea una sospensione del Patto di Stabilità per aumentare la spesa per la difesa nei prossimi anni.
Ucraina e Russia tornano a parlarsi dopo 3 anni, ma la strada per la pace è lunga
Niente cessate il fuoco tra Russia e Ucraina. I primi colloqui dopo tre anni di guerra hanno confermato la distanza tra le parti e le sensazioni della vigilia, caratterizzate da uno scambio reciproco di accuse e insulti. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, atterrato ieri ad Ankara, ha fortemente criticato l’assenza dell’omologo Vladimir Putin e la scelta di inviare in Turchia una delegazione di basso livello. Quest’ultima ha comunque incontrato la controparte ucraina oggi pomeriggio, a un tavolo durato appena due ore, durante le quali è stato raggiunto un accordo per il rilascio di mille prigionieri di guerra per parte. Il presidente americano Donald Trump, che fino all’ultimo non aveva escluso un viaggio in Turchia, ha commentato: «non succederà nulla finché io e Putin non ci incontreremo».
Dalle prime indiscrezioni emerse, quello di oggi non dovrebbe essere l’unico round di negoziati previsti nell’immediato futuro. L’Ucraina spinge per un incontro diretto tra i capi di Stato – richiesta che la delegazione russa ha preso in considerazione, come fatto notare dal consigliere di Putin Vladimir Medinsky, presente a Istanbul. L’accordo del rilascio reciproco di una parte dei prigionieri non esaurisce di certo il confronto tra le parti: sul tavolo scotta il raggiungimento del cessate il fuoco dopo tre anni dall’invasione russa dell’Ucraina. La priorità di Kiev è una tregua incondizionata di 30 giorni, mentre Mosca avrebbe avanzato la richiesta di ottenere la cessione dei territori occupati prima di un accordo del genere.
Pochi minuti fa, Zelensky ha incontrato in Albania il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il premier polacco Donald Tusk e il primo ministro britannico Keir Starmer, a margine della sesta riunione della comunità politica europea. I leader si sono poi collegati con Trump, in un aggiornamento di quanto avvenuto a Istanbul.
ONU: 300 milioni di persone soffrono di fame acuta
Al 2024 circa 300 milioni di persone si trovavano in uno stato di fame acuta: 14 milioni di persone in più rispetto al 2023, per un dato in crescita per il sesto anno di fila. Sono stati monitorati 65 Paesi, 53 dei quali risultati colpiti da una grave insicurezza alimentare, riguardante il 22,6% della popolazione. A diffondere i dati del Food Security Information Network (FSIN) è stata la Rete globale contro le crisi alimentari di Nazioni Unite, Unione europea e agenzie non governative.
La Colombia entra nella Via della Seta e allontana il Sudamerica dalla sfera di influenza USA
La Colombia di Gustavo Petro ha firmato questa settimana l’adesione alla “nuova Via della Seta” cinese, nell’ambito della quarta riunione ministeriale Cina-Celac (Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribenos), che comprende 33 Stati dell’America Latina e dei Caraibi, svoltasi a Pechino. La decisione rappresenta una svolta importante nella politica estera della Colombia, che negli ultimi decenni era stato un alleato chiave e affidabile degli Stati Uniti in America Latina, contribuendo così ad allontanare il continente sudamericano dalla sfera d’influenza statunitense. «La storia delle nostre relazioni estere sta cambiando. D’ora in poi la Colombia interagirà col mondo intero su un piano di uguaglianza e libertà», ha scritto su X il presidente colombiano Petro, la cui amministrazione è entrata in contrasto con il governo Trump. Mentre il capo della Casa Bianca era impegnato nel suo viaggio in Medio Oriente, dunque, la Cina era intenta a rafforzare i suoi legami commerciali con l’intera America Latina, annunciando un nuovo piano di investimenti del valore di 9,2 miliardi. L’accordo con la Colombia guarda proprio in questa direzione: come ha dichiarato Edwin Palma, Ministro delle Miniere e dell’Energia colombiano, «Non si tratta di una questione tra i due Paesi, ma di un piano importante che coinvolge la Cina e l’intera America Latina. Attraverso una cooperazione specifica, possiamo superare l’influenza esercitata dagli Stati Uniti sulla Colombia».
Palma ha dichiarato al giornale cinese Global Times che l’accordo garantirà alla Colombia maggiori opportunità nei trasporti e nel settore della connettività: «Faciliterà la crescita delle esportazioni del nostro Paese verso l’Asia, in particolare nelle aree in cui la Colombia ha potenziale. Soprattutto, questo guiderà lo sviluppo dell’economia del futuro», ovvero «l’economia basata sulla conoscenza», ha affermato. L’adesione alla nuova Via della seta (in inglese BRI, Belt and Road Initiative) inoltre, dovrebbe contribuire anche allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, dei data center e delle infrastrutture interne. In particolare, la Cina potrebbe svolgere un ruolo importante nello sviluppo del sistema ferroviario della Nazione sudamericana, collegando diverse regioni del Paese, soprattutto le aree remote, come ha dichiarato il ministro dei Trasporti colombiano, Mamria Fernanda. All’evento che ha inaugurato la cooperazione commerciale tra Cina e Colombia, svoltosi mercoledì a Pechino, hanno partecipato circa 40 aziende cinesi, tra cui importanti società come Huawei, BYD e State Grid.
La cooperazione tra Cina e Colombia rappresenta un passaggio fondamentale nei rapporti tra Cina e America Latina e, in generale, è un passo avanti per lo sviluppo del cosiddetto Sud globale: «La Cina e i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi sono membri importanti del Sud del mondo. Indipendenza e autonomia sono la nostra gloriosa tradizione. Sviluppo e rivitalizzazione sono un nostro diritto intrinseco. E l’equità e la giustizia sono la nostra ricerca comune», ha affermato il presidente cinese durante il discorso di apertura del forum Cina-Celac. Con un implicito, ma chiaro riferimento, agli Stati Uniti, Global Times sottolinea come “La Cina e i paesi dell’America Latina e dei Caraibi hanno dimostrato, attraverso una cooperazione pragmatica, che l’America Latina non è il “cortile di casa” di nessuno, né un “campo di battaglia a somma zero” per la rivalità tra grandi potenze”. Oltre due terzi dei paesi dell’America Latina fanno già parte della BRI, l’enorme progetto infrastrutturale e commerciale annunciato dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013 che prevede l’investimento di centinaia di miliardi di dollari per le infrastrutture in Africa, Asia e America Latina. L’obiettivo è quello di implementare il commercio globale secondo la logica cinese “win-win” su un piano di parità e nell’ottica del multilateralismo. La maggior parte delle nazioni occidentali, però, considera il progetto solamente in un’ottica di competitività sul piano dell’influenza che può esercitare sulla nazioni in via di sviluppo.
La Colombia di Gustavo Petro si è allontanata recentemente dall’orbita statunitense in seguito a contrasti con l’amministrazione Trump, avvenuti nelle prime settimane del nuovo governo USA: Bogotà aveva rifiutato di fare atterrare due aerei statunitensi con a bordo migranti colombiani espulsi dall’amministrazione statunitense. Come ritorsione, gli USA hanno imposto dazi del 25% e il governo di Petro era stato costretto a inviare aerei per recuperare i cittadini colombiani in territorio statunitense. Da quel momento il governo di Bogotà ha deciso di rivedere i suoi rapporti commerciali con Washington e non ha perso occasione per allacciare più strette relazioni con altri attori geopolitici internazionali come Pechino, aderendo alla BRI. Già nel 2024 gli scambi tra Cina e Colombia hanno raggiunto i 149,63 miliardi di yuan nel 2024, con un aumento del 13,1% rispetto all’anno precedente, mentre nei primi quattro mesi del 2025 hanno raggiunto il record di 48,34 miliardi di yuan (6,7 miliardi di dollari). La decisione di Petro rappresenta un chiaro segnale di discontinuità rispetto alla politica estera seguita fino a poco tempo fa dalla Colombia e un messaggio preciso all’amministrazione Trump sulle posizioni geostrategiche e commerciali che intende perseguire il governo colombiano. Una situazione che avvantaggia Pechino nel suo piano di espansione commerciale e di influenza politica sui Paesi della regione.
USB: “Sciopero dei treni rimandato al 23 maggio”
Lo sciopero nazionale dei ferrovieri previsto per sabato 17 maggio è stato ufficialmente posticipato a venerdì 23. Lo ha annunciato Usb Lavoro Privato, spiegando che la decisione è arrivata per evitare disagi durante l’insediamento di Papa Leone XIV, previsto per domenica 18. «Un gesto di responsabilità», ha commentato la Commissione di garanzia, che aveva sollecitato la revoca per garantire la sicurezza e la libertà di circolazione. D’altra parte i sindacati ribadiscono che la protesta resta attiva e determinata, con al centro il rinnovo del contratto nazionale e la partecipazione dei lavoratori.
Libia, migliora la situazione a Tripoli dopo il ritiro delle milizie
A Tripoli la situazione si sta lentamente normalizzando dopo i recenti scontri armati tra le forze del Governo di unità nazionale e le potenti milizie locali. Le parti in conflitto si sono ritirate nei rispettivi quartier generali e il traffico è tornato regolare. Le autorità confermano la de-escalation, ma avvertono dei rischi legati a sabotaggi e infiltrazioni ostili. I cittadini sono invitati alla vigilanza, specialmente nelle aree sensibili. Intanto, alcune proteste contro il governo sono state disperse con colpi d’arma da fuoco in aria. Rimangono pattuglie e controlli nei quartieri critici e nei pressi dell’aeroporto Mitiga.
L’Italia raggiunge il 2% della spesa per la Difesa, ma la NATO vuole di più
L’Italia ha raggiunto l’obiettivo NATO del 2% del PIL destinato alla difesa, come annunciato dal ministro Antonio Tajani durante un vertice in Turchia. Ma la soglia, stabilita nel 2014, potrebbe non essere più sufficiente: il nuovo segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, spinge infatti per portare la spesa al 5%, suddivisa tra 3,5% per difesa e 1,5% per sicurezza. Tajani si dice aperto al dialogo, ma propone un approccio “3 più 2” più equilibrato. Nel 2024, 22 dei 32 membri Nato hanno raggiunto il 2%, rispetto ai soli tre del 2014. Polonia e Baltici superano il target, mentre Belgio e Spagna restano indietro. L’Italia ribadisce l’impegno per la sicurezza, anche in chiave infrastrutturale e cibernetica.
Nel corso del vertice tra ministri degli Esteri svoltosi ieri ad Antalya, il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, è tornato a ribadire che l’obiettivo del 2% «non è affatto sufficiente», in quanto in futuro saranno necessari «maggiori investimenti nei nostri requisiti militari di base e di ulteriori investimenti più ampi dedicati alla difesa, tra i quali le infrastrutture e la resilienza». Insistendo sulla necessità di «mantenerci al sicuro» e garantire la difesa da future aggressioni, Rutte ha dichiarato che «la maggior parte degli alleati è ora pronta a raggiungere l’obiettivo iniziale di spendere il 2% del PIL per la difesa quest’anno e molti hanno già annunciato piani per andare molto oltre».
Secondo quanto dichiarato dal ministro Crosetto, la soglia del 2% costituisce per l’Italia solamente «il punto di partenza», con l’obiettivo finale di assecondare le richieste dell’Alleanza e del presidente statunitense Donald Trump. Poco dopo il suo insediamento, infatti, Trump aveva chiesto che gli alleati arrivassero a spendere il 5% del PIL per il potenziamento del settore della difesa. Un obiettivo che l’Italia si affretta a raggiungere: per la prima volta nella storia, sotto la guida del governo Meloni, quest’anno il nostro Paese supererà la soglia dei 30 miliardi di spesa per il settore bellico, grazie soprattutto al taglio dei fondi per tutti gli altri ministeri.
Il summit svoltosi ieri costituisce comunque solamente un incontro preparatorio in vista del meeting ufficiale dell’Alleanza, previsto dal 24 al 26 giugno. Qui i Paesi renderanno conto nel dettaglio delle proprie manovre e dei piani di spesa per il riarmo.









