sabato 21 Marzo 2026
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Proteste a Panama: dichiarato lo stato di emergenza

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Il governo panamense ha dichiarato lo stato di emergenza a Bocas del Toro in risposta allo sciopero dei lavoratori della multinazionale Chiquita che ormai da un mese investe la provincia. La misura è stata approvata dal Consiglio dei Ministri e prevede l’istituzione di una Commissione apposita per affrontare la situazione. I lavoratori hanno iniziato lo sciopero lo scorso 28 aprile per protestare contro una nuova legge sulle pensioni. Col tempo, le proteste hanno coinvolto diversi settori della popolazione, e hanno visto i lavoratori disertare i campi e organizzare blocchi stradali. In risposta, la multinazionale Chiquita ha annunciato il licenziamento di migliaia di braccianti.

La Corte UE ha confermato il divieto di pesca a strascico nelle aree marine protette

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La Corte di giustizia dell’Unione europea ha confermato l’obbligo, per gli Stati membri, di tutelare le aree marine protette da pratiche di pesca distruttive, come lo strascico. La sentenza respinge il ricorso presentato da un’associazione di pescatori tedesca contro le misure di conservazione adottate in alcune aree del Mare del Nord. Secondo la Corte, vietare tecniche dannose in zone ecologicamente sensibili è pienamente conforme al diritto comunitario e rientra nelle responsabilità degli Stati. Il verdetto stabilisce che gli Stati membri sono tenuti a prendere iniziative efficaci per tutela...

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Gaza, migliaia di palestinesi affamati assaltano centro di distribuzione aiuti

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Grandi folle si sono radunate a ovest di Rafah, nella striscia di Gaza meridionale, dopo che la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), sostenuta da USA e Israele, ha aperto il suo primo punto di distribuzione degli aiuti. Migliaia di palestinesi hanno preso d’assalto le barricate, nel disperato tentativo di procurarsi cibo per sfamare le proprie famiglie dopo tre mesi di blocco degli aiuti, con scene di caos. Gli addetti alla sicurezza hanno perso il controllo del sito poco dopo l’apertura. L’esercito israeliano ha sparato munizioni per disperdere la grande folla. Nel frattempo, continuano i massacri, con almeno 26 palestinesi uccisi negli attacchi israeliani a Gaza dall’alba di oggi.

La Camera ha approvato la fiducia al DL Sicurezza

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Con 201 voti favorevoli, 117 contrari e 5 astenuti, la Camera ha dato la propria fiducia al DL Sicurezza. Con il voto di oggi, la Camera blinda il testo in vista del voto finale, previsto per venerdì. Se dopo di esso dovesse venire adottato dalla Camera, il provvedimento passerà al Senato, dove dovrebbe essere soggetto alla stessa procedura. La maggior parte delle norme previste dal pacchetto di leggi, infatti, erano state originariamente inserite in un disegno di legge, la cui approvazione è tuttavia stata rallentata a causa di errori formali nella stesura del testo. Per ovviare al problema, il governo ha dunque deciso di emanare un decreto ed evitare i lunghi tempi legislativi. Contestato da ONG, istituzioni internazionali, giuristi e docenti, il DL Sicurezza ruota su due punti focali, da una parte, aumentando la repressione del dissenso, e, dall’altra, fornendo maggiori tutele alle forze dell’ordine.

La discussione sul DL Sicurezza è iniziata ieri, lunedì 26 maggio. Al termine del dibattito di ieri, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva chiesto la fiducia sul «testo delle commissioni riunite identico a quello presentato dal Governo, senza emendamenti e subemendamenti e articoli aggiuntivi». Oggi, a partire dalle 16:20, si è tenuta la prima discussione sul testo e a partire dalle 18 è iniziata la votazione per appello nominale (in cui ogni deputato viene chiamato a fornire la propria dichiarazione di voto). Dando la fiducia, la Camera ha dunque blindato il testo così come presentato dal governo. La discussione sul provvedimento, ha precisato la Vicepresidente della Camera, Anna Ascani, proseguirà durante la notte e nelle giornate di mercoledì, giovedì e venerdì, in vista dell’approvazione finale.

Il DL Sicurezza è stato adottato dal Governo lo scorso 11 aprile. La misura era stata precedentemente approvata dal governo Meloni e assorbe la maggior parte delle norme presenti nell’omonimo disegno di legge, lasciandole pressocché invariate. Il motivo dietro la sostanziale conversione del DDL in DL risiede negli errori di natura formale fatti dal governo nella stesura del testo del disegno di legge: il governo, di preciso, aveva sbagliato a scrivere le date delle coperture finanziarie di diverse leggi, facendole partire dal 2024, anno in cui, tuttavia, il pacchetto di leggi non è riuscito a venire approvato. Piuttosto che seguire il naturale iter di approvazione Meloni ha così deciso di ricorrere a quella che sarebbe, almeno in linea teorica, una misura di carattere emergenziale, prendendo una scorciatoia e saltando il dibattito parlamentare.

Rispetto al pacchetto come originariamente pensato, a mutare sono solo alcuni dei già pochi punti su cui si era concentrata la polemica durante il dibattito politico: madri incinte, accesso alle schede telefoniche per i migranti, obbligo per le istituzioni pubbliche di contribuire coi servizi segreti, e poco altro. L’impianto generale del testo, tuttavia, rimane sempre lo stesso, di natura securitaria e liberticida. Sul fronte dell’inasprimento del codice penale, il DL prevede 14 nuove fattispecie incriminatrici e l’inasprimento delle pene di altri 9 reati. Esso inaugura il reato di “occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui” (che prevede fino a 7 anni di reclusione per tutte le fattispecie già punite con il reato di “occupazione”), quello di blocco stradale (massimo 2 anni di reclusione), quello di rivolta nelle carceri e nei CPR (previsti anche in caso di resistenza passiva). Il decreto, inoltre, conferma le cosiddette “zone rosse” nelle città, potenzia lo strumento del DASPO urbano, e vara una stretta contro chi protesta contro le grandi opere.

Dopo la sua entrata in vigore, in molti si sono mossi per fermare e contestare il DL Sicurezza. Il provvedimento è stato criticato e attaccato da diverse aree della società civile, a partire dai movimenti fino ad arrivare alle associazioni di categoria, e contro di esso sono state portate avanti iniziative politiche e giuridiche. Poco dopo la sua pubblicazione, i relatori ONU hanno criticato il provvedimento, sostenendo che esso «mette a rischio la libertà di espressione», colpendo «in modo sproporzionato gruppi specifici»; i magistrati hanno sollevato questioni di legittimità costituzionale, sulla scia di un’analoga contestazione mossa da due avvocati. A fine aprile, inoltre, 250 giuristi e docenti hanno firmato un appello contro il decreto, reiterando le questioni di legittimità costituzionale.

Chiquita licenzia migliaia di lavoratori per le proteste nelle piantagioni

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La multinazionale attiva nel settore frutticolo bananiero Chiquita ha annunciato il licenziamento di «tutti» i braccianti giornalieri di Panama. La misura potrebbe coinvolgere oltre 5.000 lavoratori ed è stata adottata in risposta a uno sciopero lanciato contro una legge che introduce modifiche alle pensioni. Dal lancio dello sciopero nel mese di aprile, Chiquita denuncia perdite per 75 milioni di dollari. In suo favore si sono espressi il Tribunale del lavoro, che ha dichiarato illegale lo sciopero, e lo stesso presidente del Paese, José Raúl Mulino, che, dopo l’annuncio dei licenziamenti di massa, ha difeso le azioni della multinazionale. «Lo sciopero», tuttavia, «continua», ha dichiarato Francisco Smith, segretario generale del Sindacato dei Lavoratori dell’Industria Bananiera (Sitraibana). Nell’ultimo mese le mobilitazioni hanno coinvolto anche operai, docenti e altri sindacati, che, a partire dalla provincia di Bocas del Toro si sono riversati per le strade di tutto il Paese, organizzando blocchi e marce di protesta.

L’annuncio dei licenziamenti di massa da parte di Chiquita è arrivato lo scorso venerdì 23 maggio, a un mese dal lancio della mobilitazione dei lavoratori. Sebbene Chiquita non abbia specificato il numero di lavoratori oggetto del taglio, i media ipotizzano che la mossa potrebbe coinvolgere un numero di persone compreso tra le 5.000 e le 6.500 unità. In una conferenza stampa convocata poco dopo l’annuncio di Chiquita, il presidente panamense Mulino ha preso le parti della multinazionale: «L’azienda dovrà agire di conseguenza, licenziando coloro che sono necessari per salvare le sue attività a Bocas. Credetemi, mi fa male, ma questa intransigenza non è buona», ha affermato. «Lo sciopero è illegale», ha aggiunto Mulino. «Il passo successivo, secondo il Codice del Lavoro, è il licenziamento per giusta causa, perché questo è uno sciopero di fatto, non uno sciopero legittimo». Le parole del presidente panamense non stupiscono se si considera che l’industria delle banane di Panama rappresenta una parte significativa dell’economia del Paese: Panama è infatti il 13° esportatore di banane al mondo, e la produzione bananiera vale al Paese circa 273 milioni di dollari l’anno.

Il taglio dei lavoratori annunciato da Chiquita arriva in risposta alle mobilitazioni lanciate dai lavoratori, che avrebbero causato una perdita di 75 milioni di dollari all’azienda. Dopo essere stato annunciato lo scorso 23 aprile, lo sciopero è iniziato lunedì 28 aprile e da allora non accenna a fermarsi. I lavoratori, prevalentemente provenienti dalla provincia di Bocas del Toro, dove Chiquita possiede 5.000 ettari di terreno destinati alla produzione di banane, si sono riuniti sotto il Sitraibana e hanno trovato il sostegno di operai, docenti, lavoratori edili e altri sindacati di categoria. Le ragioni della protesta risiedono nell’approvazione del disegno di legge 462: approvato a marzo, esso introduce modifiche al Fondo di previdenza sociale che potrebbero portare a una riduzione delle pensioni e che, secondo Sitraibana, danneggerebbero particolarmente i lavoratori del settore bananiero. Le proteste hanno costretto il governo a discutere di possibili emendamenti per includere tutele per i lavoratori del settore, ma non hanno ancora portato a un’intesa. Per tale motivo, nonostante l’opposizione di governo, corti e azienda, lo sciopero continuerà.

Nell’arco di quest’ultimo mese, le proteste dei braccianti panamensi hanno preso diverse forme, dalla diserzione del lavoro nei campi alle marce per strada. I manifestanti hanno inoltre portato avanti diversi blocchi stradali, colpendo svincoli e punti di snodo infrastrutturali, che hanno causato danni significativi ai trasporti e all’approvvigionamento di beni. Solo a Bocas, riportano i quotidiani locali, sono attualmente attivi almeno 25bloqueos”. A causa dei blocchi stradali, la provincia di Bocas del Toro sta ormai affrontando una crescente carenza di carburante e di beni alimentari, tanto che il governo è stato costretto a organizzare una spedizione di riso in elicottero.

Chiquita Brands International è nata nel 1984 dalle ceneri della United Fruit Company, la stessa azienda mandante del cosiddetto “Masacre de las Bananeras” del 1928. Lo scorso giugno, dopo un processo durato 17 anni, con una sentenza storica, una giuria dello Stato della Florida ha costretto Chiquita Brands International a risarcire le famiglie di nove delle vittime del gruppo paramilitare colombiano AUC (Forze di Autodifesa Unite della Colombia), che la multinazionale ha ammesso di aver finanziato per circa 13 anni. Tra il 1994 e il 2007, Chiquita ha infatti elargito alle AUC un centinaio di pagamenti, per un valore complessivo di 1,7 milioni di dollari, nella piena consapevolezza del loro ruolo nel massacrare e violare i diritti umani della popolazione civile.

USA, quattro radio fanno causa a Trump

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La National Public Radio e altre tre emittenti radiofoniche pubbliche del Colorado hanno intentato causa contro l’amministrazione Trump. Le radio, di preciso, contestano l’ordine esecutivo del presidente che prevede un taglio dei finanziamenti federali per le emittenti pubbliche. Secondo le emittenti radiofoniche, il decreto violerebbe il primo emendamento della Costituzione degli USA, che garantisce tra le altre cose le libertà di parola e stampa. In un comunicato, NPR accusa Trump di volere «punire» l’emittente per i suoi contenuti.

La NED statunitense sta tornando un’agenzia oscura in difesa dell’imperialismo

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Il National Endowment for Democracy (NED), fondazione privata senza scopo di lucro dedita alla «crescita e al rafforzamento delle istituzioni democratiche in tutto il mondo», ha rivisto la propria policy eliminando l’obbligo di rendere pubblici i finanziamenti elargiti a organizzazioni e gruppi esteri. Secondo il CEO, Damon Wilson, la fondazione avrebbe infatti un «dovere di distensione» per una nuova «politica del dovere di diligenza» nei confronti di coloro che vengono finanziati e che operano in Paesi considerati rischiosi. L’inversione di tendenza sconfessa l’azione politica trasparente che l’organizzazione – più volte accusata di essere nientemeno che il braccio “soft” della CIA e di aver finanziato gruppi e partiti che hanno rovesciato governi non graditi a Washington – sostiene di voler svolgere.

Secondo quanto riporta il sito della fondazione, sono oltre 1900 le sovvenzioni elargite «per sostenere i progetti di gruppi non governativi all’estero che lavorano per obiettivi democratici in più di 90 Paesi». Lo scorso 25 aprile, l’organizzazione ha aggiornato i propri elenchi di sovvenzioni pubbliche «attraverso un quadro di divulgazione recentemente migliorato». Gli elenchi pubblicati, che rifletterebbero il forte impegno di NED per la trasparenza, incorporano quelle che vengono definite «le migliori pratiche per proteggere la privacy e la sicurezza dei beneficiari in ambienti pericolosi». Per tale motivo, NED ha deciso di non pubblicare dettagli di identificazione personale per la protezione dei beneficiari. «Il nostro dovere è sostenerli non solo con le risorse, ma considerare la loro sicurezza in ogni fase del processo di concessione delle sovvenzioni», è scritto nel documento pubblicato il 25 aprile.

«Condividiamo pubblicamente le informazioni del beneficiario o del partner solo quando ciò è coerente con la loro sicurezza, il consenso e gli obiettivi del loro lavoro. Non pubblichiamo nomi, luoghi o dettagli di progetto che potrebbero mettere in pericolo individui che operano in ambienti ostili», riporta la dichiarazione. Il 28 aprile, nel tentativo di spiegare la decisione, Damon Wilson ha detto che il rischio che corrono certe organizzazioni finanziate nel mondo dal NED «impone di sostenere un dovere di diligenza senza compromessi e di bilanciare la trasparenza con la protezione delle vite umane». Insomma, nel tentativo di influenzare i Paesi stranieri, la trasparenza viene messa in secondo piano per poter raggiungere gli scopi dell’organizzazione, ovvero quelli degli Stati Uniti.

Il National Endowment for Democracy (NED) è un’organizzazione non governativa che ha la forma della fondazione privata, ed è stata fondata nel 1983 con l’obiettivo dichiarato di far progredire la democrazia in tutto il mondo e contrastare l’influenza comunista all’estero, promuovendo istituzioni politiche ed economiche, come gruppi politici, gruppi imprenditoriali, sindacati e mercati liberi. Il NED riceve una dote finanziaria annua erogata dal Congresso degli Stati Uniti, il quale è anche il suo supervisore. Nel corso del tempo, il NED è stato accusato di rappresentare il soft power statunitense, nonché di essere un’estensione della CIA, e di aver finanziato partiti e gruppi politici coinvolti in cambi di regime in tutto il mondo. Uno degli esempi di queste azioni, come scritto nei loro libri da David Dent e William LeoGrande, sono i finanziamenti ai gruppi anti-sandinisti in Nicaragua, che avevano il fine di fermare la rivoluzione socialista iniziata nel 1979 con la presa del potere da parte del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), che aveva cacciato il dittatore Anastasio Somoza con una insurrezione.

L’America Latina è stata senz’altro un’area di intervento molto sentito da parte del NED, ma ci sono altri esempi in giro per il mondo. Tra gli esempi più recenti di finanziamenti a gruppi ostili ai governi non graditi da Washington sono quelli della Thailandia nel 2020 e della Malesia nel 2021. Come spiegato dal Center for Renewing America, tra le varie attività svolte dal NED ci sono state quelle in sostegno della “primavera araba” del 2011, così come la “rivoluzione arancione” in Ucraina del 2004 e poi quella di Euromaidan del 2014 che ha portato al colpo di Stato. Al pari di USAID, il NED è stato aspramente criticato da Trump e da molti dei suoi fedeli alleati, su tutti Elon Musk.

Brasile: ok a perforazione di un pozzo di petrolio alla foce dell’Amazzonia

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L’agenzia ambientale IBAMA ha approvato il piano di emergenza in caso di sversamenti presentato da Petrobras, la compagnia petrolifera statale brasiliana, avvicinando l’autorizzazione finale alla perforazione di un pozzo nel blocco FZA-M-59, situato 160 km al largo dello stato di Amapá. L’area si sovrappone alla barriera corallina amazzonica, ecosistema scoperto nel 2016. Nonostante 29 analisti IBAMA avessero raccomandato di bocciare il piano per i rischi alla biodiversità, il progetto ha ricevuto sostegno politico, incluso quello del presidente Lula. Petrobras ha affittato una piattaforma da 1 miliardo di reais (circa 155 milioni di euro) fino a ottobre e punta a iniziare le operazioni entro giugno.

La protesta di duemila funzionari UE: “È ora di fare qualcosa per Gaza”

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«Le istituzioni dell’UE non sono riuscite a far valere la propria influenza politica, diplomatica ed economica per migliorare la situazione a Gaza». È questo il duro atto d’accusa al centro della lettera firmata da circa 2.400 funzionari europei e rivolta ai vertici dell’UE. A redigerla sono stati i membri del gruppo “EU Staff for Peace”, che, a un anno esatto dal loro primo appello, tornano a denunciare pubblicamente la paralisi morale e istituzionale dell’Unione davanti a una delle peggiori crisi umanitarie del nostro tempo. Una presa di posizione che soltanto adesso – a quasi due anni dall’inizio del genocidio a Gaza, con una popolazione decimata e affamata da mesi a causa delle azioni dell’esercito israeliano nell’enclave – raccoglie un’ampia adesione.

Nel maggio 2024, lo stesso gruppo di funzionari — provenienti dalla Commissione europea, dal Parlamento europeo e da diverse agenzie dell’Unione — aveva scritto ai presidenti delle tre principali istituzioni comunitarie, chiedendo una svolta politica nella gestione della crisi in Medio Oriente. Oggi, a distanza di un anno, la situazione non solo non è migliorata, ma è drammaticamente peggiorata: oltre 54mila le vittime a Gaza, secondo fonti ONU, e circa 1,5 milioni di persone sull’orlo della fame a causa dei blocchi israeliani degli aiuti umanitari. La nuova missiva, inviata nei giorni scorsi ai vertici UE, critica duramente le istituzioni europee, accusandole di aver «contribuito al clima di irresponsabilità che ha portato all’invasione su vasta scala della Striscia di Gaza in atto in questo momento». Per i firmatari, la risposta dell’Unione si è rivelata non solo insufficiente, ma anche tardiva.

«L’annuncio recente della revisione dell’accordo di associazione UE-Israele – a 20 mesi dall’inizio del conflitto, mentre migliaia di bambini rischiano la fame per il rinnovato blocco degli aiuti umanitari – solleva serie preoccupazioni sull’adeguatezza e sulla tempistica della risposta dell’Ue», ha dichiarato Zeno Benetti, uno dei co-autori della lettera. Il riferimento è alla decisione comunicata pochi giorni fa dall’Alta rappresentante per la politica estera Kaja Kallas di avviare una revisione dell’accordo commerciale tra Bruxelles e Tel Aviv, siglato nel 2000. Una mossa sollecitata da 17 dei 27 Stati membri, che potrebbe portare alla sospensione della partecipazione israeliana ai programmi europei di ricerca scientifica. Nell’appello, il gruppo EU Staff for Peace parla di una mossa «devastantemente tardiva per le migliaia di persone uccise a Gaza».

Tra le richieste già avanzate nel 2024 — e ribadite anche all’interno della nuova lettera — figurano la sospensione dell’accordo di associazione, il blocco delle esportazioni di armi verso Israele da parte dei Paesi UE e il pieno sostegno alle inchieste in corso della Corte penale internazionale e della Corte internazionale di giustizia. Proprio su quest’ultimo punto si concentra l’indignazione dei firmatari, i quali denunciano un «apparente doppio standard» delle istituzioni, accusandole di non prendere posizione contro i leader che hanno scelto di mantenere relazioni diplomatiche con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, attualmente ricercato dalla CPI per «crimini contro l’umanità e crimini di guerra». L’Ungheria, ad esempio, ha ospitato Netanyahu in visita di Stato per quattro giorni lo scorso aprile. La Polonia aveva preso in considerazione l’idea di invitarlo alla commemorazione della liberazione di Auschwitz, e il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha promesso di trovargli una via d’accesso «sicura» in Germania.

Il portavoce della Commissione, Balazs Ujvari, ha replicato affermando che i funzionari UE godono sì della libertà di espressione, ma questa deve essere esercitata tenendo conto di «una serie di obblighi derivanti dallo statuto del personale», evitando comunicazioni pubbliche. Nel frattempo, i membri del gruppo continuano a manifestare ogni giovedì durante la pausa pranzo davanti alle sedi del Consiglio europeo e della Commissione, a Bruxelles. Una presenza costante, simbolo di un dissenso (finalmente) crescente anche in seno alle istituzioni europee.

Dieselgate, condanna per frode a 4 ex manager Volkswagen

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A dieci anni dallo scandalo Dieselgate, il più grande nella storia dell’industria automobilistica tedesca, il tribunale di Braunschweig ha emesso quattro condanne contro ex manager Volkswagen per frode legata alla manipolazione dei test sulle emissioni. Due imputati sconteranno pene detentive, due hanno ottenuto condanne sospese. Restano fuori altri 31 imputati in procedimenti ancora aperti e l’ex CEO Martin Winterkorn, il cui processo è stato sospeso per motivi di salute. Lo scandalo, esploso nel 2015, è costato finora a Volkswagen circa 33 miliardi di euro. In Italia, 60mila consumatori riceveranno un risarcimento fino a 1.100 euro ciascuno.