Il governo panamense ha dichiarato lo stato di emergenza a Bocas del Toro in risposta allo sciopero dei lavoratori della multinazionale Chiquita che ormai da un mese investe la provincia. La misura è stata approvata dal Consiglio dei Ministri e prevede l’istituzione di una Commissione apposita per affrontare la situazione. I lavoratori hanno iniziato lo sciopero lo scorso 28 aprile per protestare contro una nuova legge sulle pensioni. Col tempo, le proteste hanno coinvolto diversi settori della popolazione, e hanno visto i lavoratori disertare i campi e organizzare blocchi stradali. In risposta, la multinazionale Chiquita ha annunciato il licenziamento di migliaia di braccianti.
Gaza, migliaia di palestinesi affamati assaltano centro di distribuzione aiuti
Grandi folle si sono radunate a ovest di Rafah, nella striscia di Gaza meridionale, dopo che la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), sostenuta da USA e Israele, ha aperto il suo primo punto di distribuzione degli aiuti. Migliaia di palestinesi hanno preso d’assalto le barricate, nel disperato tentativo di procurarsi cibo per sfamare le proprie famiglie dopo tre mesi di blocco degli aiuti, con scene di caos. Gli addetti alla sicurezza hanno perso il controllo del sito poco dopo l’apertura. L’esercito israeliano ha sparato munizioni per disperdere la grande folla. Nel frattempo, continuano i massacri, con almeno 26 palestinesi uccisi negli attacchi israeliani a Gaza dall’alba di oggi.
La Camera ha approvato la fiducia al DL Sicurezza
Con 201 voti favorevoli, 117 contrari e 5 astenuti, la Camera ha dato la propria fiducia al DL Sicurezza. Con il voto di oggi, la Camera blinda il testo in vista del voto finale, previsto per venerdì. Se dopo di esso dovesse venire adottato dalla Camera, il provvedimento passerà al Senato, dove dovrebbe essere soggetto alla stessa procedura. La maggior parte delle norme previste dal pacchetto di leggi, infatti, erano state originariamente inserite in un disegno di legge, la cui approvazione è tuttavia stata rallentata a causa di errori formali nella stesura del testo. Per ovviare al problema, il governo ha dunque deciso di emanare un decreto ed evitare i lunghi tempi legislativi. Contestato da ONG, istituzioni internazionali, giuristi e docenti, il DL Sicurezza ruota su due punti focali, da una parte, aumentando la repressione del dissenso, e, dall’altra, fornendo maggiori tutele alle forze dell’ordine.
La discussione sul DL Sicurezza è iniziata ieri, lunedì 26 maggio. Al termine del dibattito di ieri, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva chiesto la fiducia sul «testo delle commissioni riunite identico a quello presentato dal Governo, senza emendamenti e subemendamenti e articoli aggiuntivi». Oggi, a partire dalle 16:20, si è tenuta la prima discussione sul testo e a partire dalle 18 è iniziata la votazione per appello nominale (in cui ogni deputato viene chiamato a fornire la propria dichiarazione di voto). Dando la fiducia, la Camera ha dunque blindato il testo così come presentato dal governo. La discussione sul provvedimento, ha precisato la Vicepresidente della Camera, Anna Ascani, proseguirà durante la notte e nelle giornate di mercoledì, giovedì e venerdì, in vista dell’approvazione finale.
Il DL Sicurezza è stato adottato dal Governo lo scorso 11 aprile. La misura era stata precedentemente approvata dal governo Meloni e assorbe la maggior parte delle norme presenti nell’omonimo disegno di legge, lasciandole pressocché invariate. Il motivo dietro la sostanziale conversione del DDL in DL risiede negli errori di natura formale fatti dal governo nella stesura del testo del disegno di legge: il governo, di preciso, aveva sbagliato a scrivere le date delle coperture finanziarie di diverse leggi, facendole partire dal 2024, anno in cui, tuttavia, il pacchetto di leggi non è riuscito a venire approvato. Piuttosto che seguire il naturale iter di approvazione Meloni ha così deciso di ricorrere a quella che sarebbe, almeno in linea teorica, una misura di carattere emergenziale, prendendo una scorciatoia e saltando il dibattito parlamentare.
Rispetto al pacchetto come originariamente pensato, a mutare sono solo alcuni dei già pochi punti su cui si era concentrata la polemica durante il dibattito politico: madri incinte, accesso alle schede telefoniche per i migranti, obbligo per le istituzioni pubbliche di contribuire coi servizi segreti, e poco altro. L’impianto generale del testo, tuttavia, rimane sempre lo stesso, di natura securitaria e liberticida. Sul fronte dell’inasprimento del codice penale, il DL prevede 14 nuove fattispecie incriminatrici e l’inasprimento delle pene di altri 9 reati. Esso inaugura il reato di “occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui” (che prevede fino a 7 anni di reclusione per tutte le fattispecie già punite con il reato di “occupazione”), quello di blocco stradale (massimo 2 anni di reclusione), quello di rivolta nelle carceri e nei CPR (previsti anche in caso di resistenza passiva). Il decreto, inoltre, conferma le cosiddette “zone rosse” nelle città, potenzia lo strumento del DASPO urbano, e vara una stretta contro chi protesta contro le grandi opere.
Dopo la sua entrata in vigore, in molti si sono mossi per fermare e contestare il DL Sicurezza. Il provvedimento è stato criticato e attaccato da diverse aree della società civile, a partire dai movimenti fino ad arrivare alle associazioni di categoria, e contro di esso sono state portate avanti iniziative politiche e giuridiche. Poco dopo la sua pubblicazione, i relatori ONU hanno criticato il provvedimento, sostenendo che esso «mette a rischio la libertà di espressione», colpendo «in modo sproporzionato gruppi specifici»; i magistrati hanno sollevato questioni di legittimità costituzionale, sulla scia di un’analoga contestazione mossa da due avvocati. A fine aprile, inoltre, 250 giuristi e docenti hanno firmato un appello contro il decreto, reiterando le questioni di legittimità costituzionale.
USA, quattro radio fanno causa a Trump
La National Public Radio e altre tre emittenti radiofoniche pubbliche del Colorado hanno intentato causa contro l’amministrazione Trump. Le radio, di preciso, contestano l’ordine esecutivo del presidente che prevede un taglio dei finanziamenti federali per le emittenti pubbliche. Secondo le emittenti radiofoniche, il decreto violerebbe il primo emendamento della Costituzione degli USA, che garantisce tra le altre cose le libertà di parola e stampa. In un comunicato, NPR accusa Trump di volere «punire» l’emittente per i suoi contenuti.
La NED statunitense sta tornando un’agenzia oscura in difesa dell’imperialismo
Il National Endowment for Democracy (NED), fondazione privata senza scopo di lucro dedita alla «crescita e al rafforzamento delle istituzioni democratiche in tutto il mondo», ha rivisto la propria policy eliminando l’obbligo di rendere pubblici i finanziamenti elargiti a organizzazioni e gruppi esteri. Secondo il CEO, Damon Wilson, la fondazione avrebbe infatti un «dovere di distensione» per una nuova «politica del dovere di diligenza» nei confronti di coloro che vengono finanziati e che operano in Paesi considerati rischiosi. L’inversione di tendenza sconfessa l’azione politica trasparente che l’organizzazione – più volte accusata di essere nientemeno che il braccio “soft” della CIA e di aver finanziato gruppi e partiti che hanno rovesciato governi non graditi a Washington – sostiene di voler svolgere.
Secondo quanto riporta il sito della fondazione, sono oltre 1900 le sovvenzioni elargite «per sostenere i progetti di gruppi non governativi all’estero che lavorano per obiettivi democratici in più di 90 Paesi». Lo scorso 25 aprile, l’organizzazione ha aggiornato i propri elenchi di sovvenzioni pubbliche «attraverso un quadro di divulgazione recentemente migliorato». Gli elenchi pubblicati, che rifletterebbero il forte impegno di NED per la trasparenza, incorporano quelle che vengono definite «le migliori pratiche per proteggere la privacy e la sicurezza dei beneficiari in ambienti pericolosi». Per tale motivo, NED ha deciso di non pubblicare dettagli di identificazione personale per la protezione dei beneficiari. «Il nostro dovere è sostenerli non solo con le risorse, ma considerare la loro sicurezza in ogni fase del processo di concessione delle sovvenzioni», è scritto nel documento pubblicato il 25 aprile.
«Condividiamo pubblicamente le informazioni del beneficiario o del partner solo quando ciò è coerente con la loro sicurezza, il consenso e gli obiettivi del loro lavoro. Non pubblichiamo nomi, luoghi o dettagli di progetto che potrebbero mettere in pericolo individui che operano in ambienti ostili», riporta la dichiarazione. Il 28 aprile, nel tentativo di spiegare la decisione, Damon Wilson ha detto che il rischio che corrono certe organizzazioni finanziate nel mondo dal NED «impone di sostenere un dovere di diligenza senza compromessi e di bilanciare la trasparenza con la protezione delle vite umane». Insomma, nel tentativo di influenzare i Paesi stranieri, la trasparenza viene messa in secondo piano per poter raggiungere gli scopi dell’organizzazione, ovvero quelli degli Stati Uniti.
Il National Endowment for Democracy (NED) è un’organizzazione non governativa che ha la forma della fondazione privata, ed è stata fondata nel 1983 con l’obiettivo dichiarato di far progredire la democrazia in tutto il mondo e contrastare l’influenza comunista all’estero, promuovendo istituzioni politiche ed economiche, come gruppi politici, gruppi imprenditoriali, sindacati e mercati liberi. Il NED riceve una dote finanziaria annua erogata dal Congresso degli Stati Uniti, il quale è anche il suo supervisore. Nel corso del tempo, il NED è stato accusato di rappresentare il soft power statunitense, nonché di essere un’estensione della CIA, e di aver finanziato partiti e gruppi politici coinvolti in cambi di regime in tutto il mondo. Uno degli esempi di queste azioni, come scritto nei loro libri da David Dent e William LeoGrande, sono i finanziamenti ai gruppi anti-sandinisti in Nicaragua, che avevano il fine di fermare la rivoluzione socialista iniziata nel 1979 con la presa del potere da parte del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), che aveva cacciato il dittatore Anastasio Somoza con una insurrezione.
L’America Latina è stata senz’altro un’area di intervento molto sentito da parte del NED, ma ci sono altri esempi in giro per il mondo. Tra gli esempi più recenti di finanziamenti a gruppi ostili ai governi non graditi da Washington sono quelli della Thailandia nel 2020 e della Malesia nel 2021. Come spiegato dal Center for Renewing America, tra le varie attività svolte dal NED ci sono state quelle in sostegno della “primavera araba” del 2011, così come la “rivoluzione arancione” in Ucraina del 2004 e poi quella di Euromaidan del 2014 che ha portato al colpo di Stato. Al pari di USAID, il NED è stato aspramente criticato da Trump e da molti dei suoi fedeli alleati, su tutti Elon Musk.
Brasile: ok a perforazione di un pozzo di petrolio alla foce dell’Amazzonia
L’agenzia ambientale IBAMA ha approvato il piano di emergenza in caso di sversamenti presentato da Petrobras, la compagnia petrolifera statale brasiliana, avvicinando l’autorizzazione finale alla perforazione di un pozzo nel blocco FZA-M-59, situato 160 km al largo dello stato di Amapá. L’area si sovrappone alla barriera corallina amazzonica, ecosistema scoperto nel 2016. Nonostante 29 analisti IBAMA avessero raccomandato di bocciare il piano per i rischi alla biodiversità, il progetto ha ricevuto sostegno politico, incluso quello del presidente Lula. Petrobras ha affittato una piattaforma da 1 miliardo di reais (circa 155 milioni di euro) fino a ottobre e punta a iniziare le operazioni entro giugno.
Dieselgate, condanna per frode a 4 ex manager Volkswagen
A dieci anni dallo scandalo Dieselgate, il più grande nella storia dell’industria automobilistica tedesca, il tribunale di Braunschweig ha emesso quattro condanne contro ex manager Volkswagen per frode legata alla manipolazione dei test sulle emissioni. Due imputati sconteranno pene detentive, due hanno ottenuto condanne sospese. Restano fuori altri 31 imputati in procedimenti ancora aperti e l’ex CEO Martin Winterkorn, il cui processo è stato sospeso per motivi di salute. Lo scandalo, esploso nel 2015, è costato finora a Volkswagen circa 33 miliardi di euro. In Italia, 60mila consumatori riceveranno un risarcimento fino a 1.100 euro ciascuno.








