venerdì 20 Marzo 2026
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Scuola: da settembre vietati gli smartphone in classe (anche alle superiori)

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Con una circolare diffusa ieri, il ministro dell’Istruzione Valditara ha annunciato il divieto, a partire dal prossimo settembre, di utilizzo dello smartphone a scuola per gli studenti del primo e secondo ciclo di istruzione (quindi compresi quelli delle scuole superiori), anche se per fini didattici. Una misura ormai «improcrastinabile», riporta la circolare del ministro, «alla luce degli effetti negativi dimostrati dalla ricerca scientifica», secondo i quali un uso eccessivo degli smartphone può impattare su salute e benessere degli studenti, oltre che sulle prestazioni scolastiche. L’Italia non è il primo Paese europeo ad aver adottato tale politica: misure analoghe sono infatti state prese anche in Francia, Finlandia, Svezia, Paesi Bassi e Belgio.

La circolare di Valditara fa seguito alla nota ministeriale 5274 rilasciata lo scorso luglio, che vietava l’utilizzo dei cellulari nelle scuole fino alle medie. Con la nuova nota, rilasciata ieri, lunedì 16 giugno, «si dispone anche per gli studenti del secondo ciclo di istruzione il divieto di utilizzo del telefono cellulare durante lo svolgimento dell’attività didattica e più in generale in orario scolastico». Gli istituti scolastici, di preciso, sono tenuti a imporre il divieto di utilizzo dello smartphone in tutte le ore scolastiche e per tutte le attività, e a individuare specifiche sanzioni disciplinari per gli studenti che lo violano. Ogni istituto deciderà autonomamente come imporre tale divieto e assicurarsi che venga rispettato. Le nuove regole non si applicano agli studenti con disabilità o con disturbi specifici di apprendimento o nel caso in cui lo smartphone «sia strettamente funzionale all’efficace svolgimento dell’attività didattica». Il divieto, inoltre, non riguarda gli altri dispositivi tecnologici impiegati per fini didattici, quali computer, tablet e lavagna elettronica.

Il ministero giustifica la propria scelta citando studi che proverebbero l’effetto negativo dell’uso degli smartphone sulla salute degli studenti e sul loro rendimento scolastico, sottolineando la «sempre maggiore attenzione da parte degli organismi internazionali e delle istituzioni sanitarie sulla necessità di adottare politiche in grado di contrastare i preoccupanti fenomeni che tali ricerche mettono in luce». L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), si legge nella nota, «ha evidenziato fenomeni di dipendenza quali l’incapacità di controllare l’uso degli smartphone, sintomi da astinenza e il trascurare altre attività con conseguenze negative sulla vita quotidiana»; anche secondo l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) l’uso «problematico» dello smartphone, sarebbe causa di una dipendenza comportamentale che «colpisce oltre il 25% degli adolescenti, con effetti negativi su sonno, concentrazione e relazioni». Sul fronte dei rendimenti scolastici, lo stesso ISS rileva come la dipendenza dai social media nei ragazzi tra i 14 e i 17 anni «è associata a un peggiore rendimento scolastico rispetto a chi non ne è dipendente». Anche l’OCSE evidenzia gli effetti negativi dell’uso di smartphone e social media sul rendimento scolastico e suggerisce di «adottare programmi per un uso responsabile di Internet».

Il dibattito sulla stretta all’uso dello smartphone e dei social nelle scuole è aperto da molti anni, e solleva questioni complesse. Secondo uno studio coordinato dalla ricercatrice Sara Abrahamsson per l’Istituto norvegese della Sanità Pubblica, la rimozione degli smartphone durante le lezioni si tradurrebbe in effetti positivi di varia natura. Lo studio, di preciso, evidenzia un «calo significativo» dello sviluppo di sintomi e malattie di natura psicologica, specialmente nelle ragazze. Secondo alcuni, la riduzione dell’uso dello smartphone migliorerebbe la salute mentale di tutti, e non solo dei giovani: uno studio condotto da ricercatori tedeschi pubblicato sulla rivista Computers in Human Behavior sostiene che coloro che riescono a ridurre drasticamente l’uso dello smartphone possono sperimentare numerosi effetti significativi sull’attività cerebrale, tanto che i risultati inizierebbero a vedersi in soli tre giorni.

Gli studi, tuttavia, non sono tutti concordi. Un’analisi pubblicata su The Lancet Regional Health – Europe sostiene che «la maggior parte degli studi a favore della messa al bando degli smartphone nelle scuole, evidenziano una correlazione piuttosto che una causalità e non tengono conto dei potenziali fattori confondenti». L’analisi, di preciso, confronta il benessere mentale, il sonno e i risultati scolastici di 1.227 adolescenti di età compresa tra 12 e 15 anni in 30 scuole nel Regno Unito, di cui 20 dotate di politiche restrittive nell’uso ricreativo del telefono e 10 di politiche permissive. Sebbene concordi col fatto che «il divieto di usare il telefono a scuola potrebbe rappresentare un intervento appropriato per favorire il funzionamento della scuola e l’impegno educativo», lo studio non rileva differenze significative tra gli studenti degli istituti che vietano l’uso dello smartphone e quelli delle scuole che non lo vietano.

In generale, il dibattito sulla cosiddetta “dipendenza da smartphone” è ancora aperto: sebbene da una parte il termine sia spesso utilizzato nei test psicologici, dall’altra alcuni esperti ritengono che non rifletta la complessità delle dinamiche emotive, mentali e sociali associate all’uso intensivo dei dispositivi digitali. Per tale motivo c’è chi suggerisce l’adozione di un approccio più totalizzante, che riesca ad affrontare il problema dell’uso degli smartphone da diverse angolature, senza limitarsi ai divieti.

Cina, esplosione in una fabbrica: 9 morti

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Alle 8:23 di oggi, martedì 17 giugno, in Cina, si è verificata una esplosione in una fabbrica di fuochi d’artificio, a seguito di cui sono morte 9 persone e altre 26 sono state ferite. Di preciso l’esplosione è avvenuta nella contea di Linli, nella provincia di Hunan, nella Cina centrale. Ancora ignote le cause dell’incidente. Attualmente è in corso un’operazione di ricerca e soccorso per cercare eventuali dispersi, ed è stata istituita una squadra investigativa per indagare sulle dinamiche dell’esplosione.

La verità dietro le mele tutte perfettamente uguali che si trovano al supermercato

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Ormoni della crescita usati per coltivare le mele esteticamente perfette dei supermercati: queste sono le conclusioni di una ricerca dell’Università di Zurigo condotta tra 200 agricoltori, che mette in evidenza come i supermercati pagano di più le mele senza difetti che si ottengono con i cosiddetti “regolatori della crescita”, in grado di evitare ammaccature ed eliminare i frutti più “brutti”. Ma si tratta di ormoni della crescita veri e propri, e sono considerati dalla ricerca scientifica interferenti endocrini, cioè sostanze che interferiscono con il funzionamento ormonale dell’organismo umano.

Avete tutti presente di certo come sono le mele che si vendono nei supermercati: lucide, bellissime, di colore acceso, grosse, senza ammaccature e difetti estetici. Sono così perché i supermercati acquistano dai fornitori solo mele aventi queste caratteristiche, e sono disposti a pagarle anche qualche centesimo in più se il produttore gliele fornisce con queste specifiche. Ma le mele sugli alberi in realtà non nascono tutte uguali e perfette, come qualsiasi altro frutto o ortaggio. Se l’albero le produce tutte della stessa pezzatura e forma estetica, allora c’è sotto qualcosa di più, che come consumatori critici forse è bene sapere. 

I coltivatori per raggiungere questo risultato sono “costretti” ad usare delle sostanze chimiche particolari definite fitormoni, in grado di standardizzare la qualità estetica dei frutti. Questi agenti chimici sono noti anche come ormoni della crescita o, in gergo più tecnico e apparentemente innocuo e scientifico, “regolatori della crescita”. Ma lo dice la parola stessa se facciamo attenzione: regolano, modificano e forzano la crescita della pianta e dei frutti, in particolare possono fare diverse cose, a seconda della tipologia di prodotto che si sceglie di spruzzare in campo: aumentare la colorazione dei frutti, irrobustire i rami e i frutti, produrre frutti di calibro più grande, produrre frutti più lucidi e rotondi, aumentare lo spessore della buccia in modo che sia meno soggetta ad ammaccature, ritardare o accelerare la crescita del frutto, oppure far seccare e cadere i rametti più fragili della pianta che darebbero dei frutti più piccoli e meno belli esteticamente.

Il problema che però dovrebbe suscitare il nostro interesse, come consumatori attenti alla produzione e al consumo di cibo e quindi rispettosi della salute nostra e dell’ambiente, è che questi fitormoni, oltre ad imbellettare le mele, sono però riconosciuti dalla scienza come interferenti endocrini, sostanze capaci cioè di alterare il nostro funzionamento ormonale, in particolare degli ormoni sessuali legati alla riproduzione e alla fecondazione. Inoltre queste sostanze svolgono la funzione di pesticida nella pianta, in grado di allontanare o uccidere gli insetti e gli uccelli interessati al frutto.

Tossicità dei regolatori della crescita delle piante negli esseri umani

I regolatori di crescita delle piante sono attualmente tra i pesticidi più ampiamente utilizzati, in quanto si considera che abbiano una tossicità relativamente bassa rispetto ad altri pesticidi. Tuttavia, un uso diffuso può portare a una sovraesposizione negli esseri umani da molteplici fonti. L’esposizione è associata a diversi effetti tossici che colpiscono molti organi del nostro corpo, come la tossicità per testicoli, ovaie, fegato, reni e cervello. Esistono prove di tossicità riproduttiva e per lo sviluppo associate all’esposizione prenatale e postnatale sia negli animali che nell’uomo. I regolatori della crescita delle piante possono influenzare la sintesi e la secrezione degli ormoni sessuali, distruggere la struttura e la funzione dell’apparato riproduttivo e danneggiare la crescita e lo sviluppo della prole. Va saputo che tali ormoni della crescita si utilizzano da molti anni in tutta l’agricoltura intensiva industriale, senza eccezioni e per molti frutti e ortaggi. Parliamo di sostanze che vengono impiegate per esempio anche nella coltivazione di pomodori, peperoni, zucchine e melanzane. In Italia non sono così numerosi come in altri Paesi gli ormoni e i principi attivi ammessi nelle coltivazioni degli ortaggi e della frutta, ma sta di fatto che quei pochi ammessi si usano regolarmente nell’agricoltura industriale e il loro residuo passa dal cibo all’interno del nostro organismo. Anche se non sembra esserci una tossicità acuta, gli studiosi esprimono dubbi e timori sul reale effetto di queste sostanze, ad oggi poco studiato e conosciuto nell’uomo.

Lo studio dell’Università di Zurigo che alimenta le preoccupazioni

Questo studio è stato pubblicato a Maggio 2024 sulla rivista scientifica Agricultural economics. Gli autori dello studio parlano espressamente di «pesticidi cosmetici» e affermano che «l’uso di pesticidi solleva preoccupazioni a causa degli effetti negativi sulla salute e sull’ambiente, pertanto sono stati stabiliti ambiziosi obiettivi politici per la loro riduzione. Il ruolo dell’uso di pesticidi “cosmetici” non è ancora ben documentato e compreso. In questo studio, quantifichiamo l’uso di pesticidi cosmetici e l’influenza delle caratteristiche della filiera sul loro utilizzo. Ci concentriamo sulla produzione di mele da tavola, dove la qualità visiva dei prodotti è un aspetto chiave. Utilizzando un campione di 196 coltivatori di mele in Svizzera, scopriamo che il 23,5%-59,2% dei coltivatori utilizza pesticidi cosmetici per l’aspetto visivo delle mele. Le aziende agricole che commercializzano principalmente tramite intermediari hanno una probabilità maggiore del 23,9-29,6% di spruzzare pesticidi cosmetici per scopi visivi rispetto alle aziende agricole che commercializzano principalmente direttamente. I nostri risultati evidenziano il ruolo delle filiere di approvvigionamento nel processo decisionale degli agricoltori, raccomandando di prestare meno attenzione alla qualità visiva del prodotto, soprattutto negli ambienti di vendita al dettaglio, riducendo così al minimo i rischi inutili e irreversibili di esposizione ai pesticidi da parte degli agricoltori senza compromettere la sicurezza alimentare». Tra le osservazioni conclusive degli autori di questo studio vi è anche quella di «facilitare schemi di commercializzazione diretta, con filiere corte, che diano meno importanza alle caratteristiche visive delle mele da tavola, potrebbe rivelarsi utile per ridurre i rischi di pesticidi senza compromettere le rese». 

Infine, a scanso di equivoci, nessuna delle sostanze di cui abbiamo parlato in questo articolo è ammessa nelle coltivazioni in agricoltura biologica, sebbene nel BIO siano ammessi dei “pesticidi naturali”, con caratteristiche di tossicità su insetti e sull’uomo ben diverse rispetto ai pesticidi chimici, di sintesi, tipici dell’agricoltura industriale convenzionale e intensiva. Non a caso, quando acquistiamo delle mele BIO, oppure dal contadino locale che non fa produzioni il cui sbocco è la Grande Distribuzione, le mele sono solitamente di calibro e taglia differenti tra loro, sono più piccole, hanno segni e difetti nella buccia, non sono lucide e non sono tutte tonde come quelle industriali. E sono spesso più saporite e gustose di quelle del supermercato. Se sono così diverse un motivo ci sarà.

Harvard, giudice estende blocco alle restrizioni sugli studenti internazionali

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Un giudice federale ha disposto una breve proroga dell’ordinanza che sospende il piano del presidente Trump di vietare l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini stranieri ammessi a Harvard, estendendola fino al 23 giugno. Il termine sarebbe scaduto giovedì. La giudice distrettuale Allison Burroughs, dopo l’udienza di Boston, si è presa più tempo per valutare se concedere un’ingiunzione preliminare più duratura, già richiesta da Harvard. L’ordine originario – emesso il 5 giugno – impedisce l’attuazione del proclama firmato il 4 giugno. Nell’ultimo anno accademico, l’ateneo ha ospitato circa 6.800 studenti internazionali, pari al 27% del corpo studentesco.

Israele ora lo dice chiaramente: l’obiettivo è rovesciare il regime iraniano

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A meno di una settimana dall’attacco unilaterale lanciato da Israele contro l’Iran, lo Stato ebraico inizia a svelare le carte: uno degli obiettivi è il rovesciamento della leadership della Repubblica Islamica. In un’intervista rilasciata ad ABC News, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che Israele non esclude l’eventualità di colpire la casa della Guida Suprema iraniana Khamenei, circostanza che – a suo avviso – «non causerebbe un’escalation del conflitto», ma «vi porrebbe fine». Nel frattempo, gli attacchi reciproci non si fermano: nella notte, Israele ha colpito tre località nel nordest di Teheran e l’Iran ha preso di mira il centro e il nord di Israele; stamattina la Repubblica Islamica ha continuato gli attacchi, colpendo Tel Aviv, Haifa e altre località nella Cisgiordania occupata. Dall’altra parte del mondo, il presidente Trump ha lasciato il vertice del G7 in Canada con un giorno di anticipo, per dedicarsi alla situazione nella regione; poco dopo ha pubblicato un post sul proprio social Truth in cui esorta i cittadini a lasciare Teheran.

L’intervista di Netanyahu è stata rilasciata ieri, lunedì 16 giugno, mentre era in corso il quarto giorno consecutivo di bombardamenti reciproci tra Israele e Iran. Alla domanda se Israele avrebbe preso di mira Khamenei, Netanyahu ha risposto che lo Stato ebraico starebbe «facendo ciò che deve fare». «Non entrerò nei dettagli», ha detto Netanyahu, «ma abbiamo preso di mira i loro migliori scienziati nucleari. È praticamente la squadra nucleare di Hitler». Le parole di Netanyahu sono in linea con quanto affermato nei giorni che hanno seguito l’aggressione israeliana sull’Iran lanciata nella notte tra il 12 e il 13 giugno. Sin dal lancio dell’operazione “Leone Nascente” (“Rising Lion”), Netanyahu si è infatti rivolto ai cittadini iraniani sostenendo che gli obiettivi di Israele e del popolo iraniano viaggerebbero in parallelo: «Questa», ha detto Netanyahu subito dopo l’attacco, «è la vostra opportunità per far sentire la vostra voce». Le parole utilizzate dai vertici israeliani per giustificare le proprie aggressioni sono sempre le stesse: l’Iran, come prima il Libano e ancor prima la Palestina, costituirebbe una minaccia esistenziale nei confronti di Israele, nel caso di Teheran avallata dalla presunta volontà di dotarsi di un armamento nucleare; la guerra dello Stato ebraico, «non è contro i cittadini iraniani», ma «contro il regime» di Teheran.

Mentre Netanyahu compariva di fronte ai microfoni statunitensi per rendere più chiare le proprie intenzioni, i bombardamenti aerei non si sono fermati. Ieri, Israele ha bombardato l’emittente di Stato Islamic Republic of Iran Broadcasting. Nell’attacco sono stati registrati alcuni feriti, ma le trasmissioni sono riprese poco dopo. Nella notte, inoltre l’esercito israeliano ha attaccato Teheran, dove avrebbe ucciso il Capo di Stato Maggiore delle Forze armate iraniane, Ali Shadmani. Mentre Israele colpiva la capitale iraniana, la Repubblica Islamica ha risposto attaccando diverse aree del Paese, tra cui Haifa; proprio ad Haifa, Israele ha vietato la copertura mediatica dell’area ai giornalisti stranieri. Questa mattina, invece, a partire dalle 7, l’Iran ha colpito diverse aree del Paese, tra cui la capitale; alcuni dei missili lanciati avrebbero superato le difese di Tel Aviv, e avrebbero distrutto un edificio di otto piani, un magazzino, e un deposito di autobus.

Sullo sfondo delle dichiarazioni di Netanyahu e dei continui bombardamenti, Trump ha lasciato la riunione del G7 in corso a Kananaskis, in Canada, per «ciò che sta succedendo in Medio Oriente». La partenza prematura del presidente statunitense è stata accolta positivamente dall’omologo francese Macron, che ha parlato dell’importanza di un cessate il fuoco nella regione. Questa mattina, tuttavia, Trump ha smentito Macron, sostenendo di non stare tornando alla Casa Bianca per lavorare a una eventuale tregua tra Israele e Iran: «[Macron] non ha idea del perché io sia ora in viaggio per Washington, ma di certo non ha nulla a che fare con un cessate il fuoco. È molto più importante. Che lo voglia o no, Emmanuel sbaglia sempre. Restate sintonizzati!». Non è ancora chiaro quali siano le intenzioni degli Stati Uniti, ma ieri Trump ha ribadito che «l’Iran non può dotarsi di un’arma nucleare» invitando «tutti» a «evacuare immediatamente Teheran».

Quello del possibile armamento nucleare iraniano è sempre stato l’argomento centrale su cui poggiano gli attacchi israeliani, tanto diplomatici quanto militari, nei confronti dell’Iran. Teheran, tuttavia, ha sempre negato sia di essere in possesso di armi nucleari, sia di volerle costruire. A gennaio, in occasione della conferenza di sicurezza Cipher Brief, il direttore della CIA William Burns ha affermato che malgrado l’Iran stia aumentando la propria produzione di uranio arricchito, non starebbe producendo alcuna arma nucleare, ipotesi che ha poi ribadito all’emittente statunitense NPR. A marzo, la direttrice dell’intelligence statunitense Tulsi Gabbard ha sottoscritto quanto detto da Burns in occasione di una seduta davanti al Senato. L’Iran, inoltre, è uno dei Paesi firmatari del trattato di non proliferazione nucleare, carta che, di contro, Israele non ha mai ratificato. È a tal proposito noto che lo Stato ebraico sia dotato di armi nucleari sebbene il governo israeliano non abbia mai confermato ufficialmente di possedere un arsenale nucleare.

Ucraina-Austria, firmato accordo di cooperazione

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Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy e il presidente federale austriaco Alexander Van der Bellen si sono incontrati per la prima volta in Austria dallo scoppio della guerra nel 2022. In occasione dell’incontro, i due leader hanno firmato accordi su sminamento, energia, sicurezza informatica, e ricostruzione post-bellica dell’Ucraina. Rilanciata anche la cooperazione sul piano politico e su quello umanitario. Restano invece esclusi dal tavolo accordi militari: in sede di conferenza stampa, il presidente austriaco Van der Bellen ha rimarcato la «neutralità militare» dell’Austria, sottolineando tuttavia che il Paese «non è neutrale politicamente».

Il Brasile ha registrato il più basso tasso di omicidi degli ultimi 10 anni

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rio de janeiro

Nel 2023, il Brasile ha registrato una significativa riduzione degli omicidi, con un totale di 45.747 vittime, il tasso più basso degli ultimi undici anni. Secondo le statistiche ufficiali, il Paese ha visto un abbassamento del 2,3% rispetto al 2022 e una diminuzione del 20,3% rispetto al periodo tra il 2013 e il 2023. Un calo che se paragonato al 2017, l'anno più violento della sua storia recente con 65.602 omicidi, sfiora il 30,2%. 
L'Atlante della Violenza 2025, il rapporto redatto dall'Istituto di Ricerca Economica Applicata (Ipea) in collaborazione con il Forum Brasiliano per la Sicurezza...

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L’omicidio di Melissa Hortman e la violenza politica negli Stati Uniti

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Sabato scorso, nella periferia a nord di Minneapolis, due case sono diventate teatri di sangue. La deputata democratica del Minnesota, Melissa Hortman, è stata uccisa insieme al marito da colpi d’arma da fuoco. Poche ore dopo, una seconda sparatoria ha ferito gravemente il senatore John Hofmann e sua moglie. Il presunto autore delle sparatorie, Vance Boelter, 57 anni, ex funzionario pubblico, direttore della sicurezza presso la Praetorian Guard Security – un’azienda fondata su metodi militari e disciplina paramilitare, è stato arrestato dopo un’intensa caccia all’uomo. L’uomo era in possesso di una lista di 70 nomi, possibili obiettivi: politici democratici, imprenditori, medici di cliniche pro-aborto.

La notizia, già drammatica di per sé, si inserisce in un contesto ben più ampio e inquietante che non è certo recente: quello di una nazione in cui la violenza armata e l’eliminazione di figure scomode sono stati a lungo strumenti di “normalizzazione” politica, altre volte si manifestano come lo sfogo di una aggressività connaturata alle radici e alla storia americane e mette in luce la profonda divisione sociale e politica che attraversa l’America e il clima d’odio che caratterizza il dibattito politico esasperato con l’istigazione verso gli oppositori politici (che ha avuto il suo apice nell’ultima campagna elettorale). 

Negli Stati Uniti, la violenza non è recente, non è un incidente e non è nemmeno all’insegna di un’unica parte politica. È parte integrante del loro DNA. L’America, “esportatrice di democrazia”, si racconta come terra di libertà, ma la sua storia è costellata da esecuzioni politiche, attentati, guerre civili e cospirazioni. E non solo da parte di squilibrati solitari: in molti casi, dietro le quinte si muove l’ombra di poteri più grandi e di veri e propri complotti. Basti pensare all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy nel 1963. La Commissione Warren ha liquidato il caso come opera solitaria di Lee Harvey Oswald, ma decenni di indagini indipendenti e desecretazioni progressive hanno mostrato un panorama torbido, popolato da CIA, mafia e falchi della guerra fredda. Non fu il solo. Suo fratello, Robert F. Kennedy, venne assassinato nel 1968. Anche qui, un colpevole ufficiale – Sirhan Sirhan – e una miriade di misteri e incongruenze. Il tutto in un clima da guerra civile strisciante, con le strade infuocate per la lotta dei diritti civili. Martin Luther King Jr. fu eliminato lo stesso anno. Malcolm X, tre anni prima. Tutti accomunati da un destino tragico e, forse, da una minaccia che infastidiva chi governa davvero nell’ombra.

Negli Stati Uniti, la figura presidenziale è spesso il catalizzatore delle fratture sociali. Quando Abraham Lincoln fu ucciso nel 1865 da un simpatizzante confederato, l’atto fu l’estensione diretta della guerra civile. James A. Garfield (fu ferito gravemente da Charles J. Guiteau, un avvocato deluso che aveva cercato invano un incarico governativo nel 1881) e William McKinley (assassinato dall’anarchico Leon Czolgosz durante l’Esposizione Panamericana nel 1901) furono vittime di attentatori solitari, sì, ma in un clima in cui la violenza era l’unico linguaggio rimasto a chi si sentiva escluso.

Nel 1981, Ronald Reagan fu colpito da John Hinckley Jr., ma il proiettile, che ferì anche il portavoce James Brady, portò a una timida riforma sul controllo delle armi. Persino presidenti come Jackson (1835), Roosevelt (1933), Truman (1950), Ford (due volte nel 1975), Clinton (1994) e Bush (2005) sono stati il bersaglio di attentati. Nonostante questo, gli Stati Uniti continuano ad avere un arsenale privato pari a quello di un esercito in tempo di guerra.

Più recentemente, Donald Trump è sopravvissuto a ben due tentativi di omicidio. Il primo, il più noto è avvenuto il 14 luglio 2024. L’attentatore, Thomas Matthew Crooks, è stato ucciso sul posto, lasciando dietro di sé una serie di domande senza risposta e il sospetto di una regia occulta. Il tentato omicidio del tycoon, infatti, è stato oggetto di svariate speculazioni e ha immediatamente sollevato i sospetti di un complotto orchestrato dal Deep State americano. Come ha fatto Thomas Matthew Crooks a sparare almeno sette colpi da un tetto situato a poco più di cento metri dal palco da dove parlava il politico americano, nonostante le segnalazioni del pubblico? Perché non è stato fermato, nonostante alcuni video lo riprendano chiaramente mentre prende la mira, prima di sparare? 

In molti parlano oggi di “gladio americana”, evocando una struttura simile a quella delle operazioni coperte in Europa durante la guerra fredda: operazioni false flag, destabilizzazione e manipolazione sociale. Il clima che si respira oggi negli USA, con la radicalizzazione crescente, la polarizzazione dell’opinione pubblica e l’odio tra fazioni politiche, sembra il terreno fertile perfetto per operazioni pilotate da apparati non eletti, ma non è nuova e fa parte del cuore dell’America stessa, una macchina imperiale alimentata dalla teoria dello shock e dalla destabilizzazione. A spiegare come la Casa Bianca usasse questo metodo su scala globale fu l’ex banchiere ed economista John Perkins che Confessioni di un sicario dell’economia descrisse una lunga scia di sangue, violenza e guerre all’interno del meccanismo di perpetuazione del processo di espansione dell’Impero globale a stelle e strisce, attraverso la figura del “sicario dell’economia”, un’élite di economisti che hanno il compito di trasformare la modernizzazione dei Paesi in via di sviluppo in un progressivo e continuo processo di indebitamento e asservimento agli interessi delle multinazionali, delle lobby e dei governi più potenti al mondo, USA su tutti. Quando, però, i sicari dell’economia falliscono il loro obiettivo, subentrano gli “sciacalli” della CIA, che hanno il compito di sopprimere fisicamente l’obiettivo considerato “scomodo” dai gruppi di potere. 

L’arresto di Boelter si colloca esattamente in questa tradizione, sebbene ogni caso sia diverso. Il suo passato da funzionario nominato dal governatore Tim Walz, la sua carriera militare e il suo ruolo in un’azienda di sicurezza paramilitare suggeriscono una figura perfettamente inserita nel sistema che a un certo punto, con lucida premeditazione, ha imbracciato un fucile. Anche nel suo caso, le domande superano le risposte: chi ha ispirato Boelter? È stato un lupo solitario o l’esecutore di una volontà collettiva, magari non esplicita, ma socialmente instillata attraverso la polarizzazione mediatica?
I fatti di Minneapolis rappresentano il capitolo di una lunga saga che attesta come la violenza politica non sia un’eccezione, ma la regola: è un sintomo di una malattia endemica, il simbolo di una costante che nessuna legge sul porto d’armi potrà mai curare. Perché la vera “arma letale” è la cultura della violenza che permea ogni livello dell’America profonda ed è connaturata con le sue origini.

Israele ha bombardato l’emittente televisiva ufficiale iraniana

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L’aviazione israeliana ha colpito la Islamic Republic of Iran Broadcasting, la televisione di Stato iraniana. Il bombardamento è avvenuto attorno alle 17 mentre era in corso una edizione in diretta del telegiornale. Il ministro della Difesa Israel Katz ha confermato l’avvenuto attacco alla sede della IRIB attorno alle 18. Da quanto comunicano i media iraniani, il bombardamento ha causato alcuni feriti, ma nonostante ciò le trasmissioni sono riprese poco dopo.

Istat: a maggio cala inflazione ma cresce per carrello spesa: +2,7%

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A maggio 2025, mentre l’inflazione generale rallenta all’1,6% su base annua (dal 1,9% di aprile), il cosiddetto “carrello della spesa” – che include beni alimentari, per la casa e la persona – accelera, passando dal +2,6% al +2,7%. Lo rileva l’Istat, segnalando un aumento che incide direttamente sui consumi quotidiani di famiglie e lavoratori. A fronte di una diminuzione dei prezzi energetici e dei trasporti, crescono infatti i costi degli alimentari lavorati e non, oltre ai servizi ricreativi e alla cura della persona. L’inflazione acquisita per il 2025 è pari a +1,3% sull’indice generale e +1,6% sulla componente di fondo.