giovedì 19 Marzo 2026
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Abruzzo, la Regione respinge all’unanimità il progetto del gasdotto SNAM

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Con un voto bipartisan, la Regione Abruzzo ha espresso ufficialmente la sua contrarietà al gasdotto SNAM che collegherebbe Sulmona a Foligno, in provincia di Perugia, Umbria, nell’ambito del più ampio progetto denominato “Linea Adriatica”. La Commissione Ambiente della Regione, governata dal centrodestra, ha approvato all’unanimità una risoluzione che impegna il Consiglio regionale a opporsi al progetto in tutte le sedi istituzionali. Il consigliere del PD Pierpaolo Pietrucci, promotore dell’iniziativa, ha ribadito che l’opera è «inutile e pericolosa», una posizione in passato già sostenuta dalla Regione con diverse delibere: la Linea Adriatica è infatti un maxi-progetto di cinque metanodotti che attraverserebbero circa la metà della penisola italiana, collegando la Puglia all’Emilia-Romagna; la porzione che attraverserebbe l’Abruzzo impegnerebbe un’area di oltre 100 chilometri caratterizzata da alti livelli di rischio sismico e da siti di rilevanza naturalistica e storico-archeologica.

Il documento approvato dalla Commissione Ambiente del Consiglio regionale abruzzese impegna l’intero esecutivo regionale a opporsi alla costruzione del gasdotto SNAM in ogni sua fase e in ogni sede istituzionale, e promuove iniziative volte a fermare il progetto. La mozione, nello specifico, intende assegnare alla Regione la competenza per individuare le aree idonee a questo genere di progetti, garantendo la tutela dei territori a rischio sismico e idrogeologico; propone di sottoporre il progetto a una nuova Valutazione di Impatto Ambientale, che aggiorni i contenuti dell’ultima, risalente al 2011; chiede che venga condotta un’analisi indipendente del rapporto costi-benefici che tenga conto anche dei possibili rischi ambientali, sanitari e sociali; punta a vincolare l’area di Case Pente a Sulmona, dove i lavori per il metanodotto avevano fatto emergere un sito archeologico di rilevante valore storico.

Il metanodotto abruzzese a cui si oppone la Regione sorgerebbe a Sulmona e costituisce uno dei cinque tratti funzionalmente autonomi della Linea Adriatica, un ampio progetto infrastrutturale che intende collegare il Sud Italia al Nord Italia risalendo la dorsale appenninica dalla Puglia fino all’Emilia. La Linea Adriatica sarebbe lunga complessivamente quasi 700 chilometri: le prime due tratte, da Massafra a Biccari (195 chilometri tra Puglia e Basilicata) e tra Biccari e Campochiaro (73 chilometri tra Puglia, Campania e Molise), sono già state completate e si aggiungerebbero alle altre tre in costruzione. A Sulmona è prevista la costruzione di una centrale di compressione, nonché uno dei punti di snodo delle tre tratte rimanenti: quello che porterebbe a Foligno, per una lunghezza di oltre 170 chilometri. Le altre due tratte previste sono quelle tra Foligno e Sestino (114 chilometri, tra Umbria, Marche e Toscana) e tra Sestino e Minerbio (141 chilometri, tra Toscana ed Emilia-Romagna).

La ferma opposizione del Consiglio Regionale abruzzese al gasdotto SNAM arriva dopo oltre 15 anni di lotte e proteste da parte dei comitati locali che si oppongono al progetto. L’area interessata è infatti ad alto rischio sismico e idrogeologico, si colloca all’ingresso del Parco Nazionale della Maiella, rappresenta un importante corridoio faunistico per l’orso bruno marsicano ed è sede di un sito archeologico risalente all’epoca romana o italica, individuato dalla stessa SNAM durante i lavori.

Il boicottaggio funziona: dopo mesi di pressioni Maersk disinveste in Cisgiordania

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Dopo mesi di campagna, il movimento di boicottaggio contro il colosso danese della logistica Maersk sta iniziando a portare a casa i primi risultati. L’azienda di trasporto marittimo ha infatti rilasciato un comunicato in cui annuncia che disinvestirà nelle aziende coinvolte in violazioni dei diritti umani in Cisgiordania, interrompendo le spedizioni verso di esse. Una mossa «storica» da parte di Maersk, che potrebbe aprire ad analoghe decisioni da parte delle altre compagnie di trasporto. «Questa vittoria è stata ottenuta dopo una ricerca instancabile», ha commentato il movimento Mask off Maersk, che si batte per boicottare il colosso della logistica; «ma mentre la accogliamo, la lotta non è finita. Finché Maersk continuerà a spedire componenti per armi che consentono il genocidio israeliano contro il nostro popolo a Gaza, non smetteremo di denunciare Maersk e di chiederle di interrompere i legami con il genocidio», ha continuato, rilanciando la battaglia.

Il comunicato di Maersk è stato rilasciato a giugno 2025, in coda a un’ulteriore dichiarazione risalente al mese di marzo in cui la compagnia sostiene di non avere mai trasportato armi verso Israele. Maersk di preciso, informa che «a seguito di una recente revisione dei trasporti relativi alla Cisgiordania, abbiamo ulteriormente rafforzato le nostre procedure di screening in relazione agli insediamenti israeliani, anche allineando il nostro processo di screening al database dell’OHCHR delle imprese coinvolte in attività negli insediamenti». Il database dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) a cui fa riferimento Maersk è stato pubblicato a febbraio del 2020, in attuazione della risoluzione 31/36 del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU del 2016; quest’ultima, tra le varie cose, chiede di non collaborare con le imprese israeliane che contribuiscono al progetto coloniale israeliano. Il database consiste in una lista di 112 entità che partecipano attivamente all’espansione coloniale dello Stato ebraico in Cisgiordania.

Maersk, insomma, ha annunciato che smetterà di fornire supporto e attrezzature alle 112 entità elencate nel database OHCHR. Una vittoria «storica», commenta il movimento Mask off Maersk, che tuttavia non basta. Maersk, infatti, come ha sottolineato la stessa compagnia in un altro comunicato, continua a inviare a Israele componenti di aerei F-35, partecipando al programma internazionale di produzione e fornitura dei caccia. Questi sistemi d’armamento sono stati utilizzati in diverse occasioni dallo Stato ebraico nel genocidio a Gaza; in Italia, oltre 200 associazioni si erano mosse contro il loro commercio verso Israele. «Non smetteremo di esporre Maersk pretendendo che tagli i propri legami con il genocidio», hanno invece scritto gli attivisti di Mask off Maersk in riferimento al programma di fornitura di F-35, rilanciando così la mobilitazione.

Corea del Sud: respinto il mandato d’arresto per l’ex presidente Yoon

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Un tribunale sudcoreano ha respinto l’emissione di un mandato di arresto per l’ex presidente Yoon Suk Yeol, richiesto sulla base di una accusa di ostruzione. La notizia è stata condivisa dagli avvocati dell’ex presidente, secondo cui il mandato era stato richiesto sulla base di motivazioni «superficiali e secondarie». Il mandato era stato richiesto ieri dalla squadra investigativa del procuratore speciale, perché Yoon si era rifiutato di rispondere a una convocazione per un interrogatorio. Il presidente Yoon è accusato di insurrezione, tradimento e abuso di potere, dopo che lo scorso dicembre ha provato a instaurare la legge marziale nel Paese.

Londra vuole mettere al bando il gruppo Palestine Action con l’accusa di terrorismo

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Palestine Action diventa un gruppo terrorista. Il movimento, famoso ormai nell’immaginario collettivo per i suoi blocchi alle industrie di armi legate a Israele negli UK, sta per essere messo al bando. Tacciato di terrorismo. Al pari di Al-Qaeda o dell’Isis. Lo ha annunciato la ministra dell’Interno Yvette Cooper, anche se la decisione deve ancora essere approvata dal Parlamento. «In diversi attacchi, Palestine Action ha commesso atti di grave danno alla proprietà con l’obiettivo di portare avanti la sua causa politica e influenzare il governo», ha detto.

Lanciare vernice rosa, bloccare gli ingressi di una fabbrica di armi incatenandosi davanti, o salire sul tetto e compiere piccoli danneggiamenti, è diventato terrorismo. Queste pratiche di disobbedienza civile verranno giudicate da leggi contro-insurrezionali, che prevedono pene di prigione fino a 14 anni e detenzione anche verso chi supporta il gruppo. «Qui il vero crimine non è la vernice rossa spruzzata sugli aerei da guerra, ma i crimini di guerra resi possibili da questi stessi aerei per via della complicità del governo britannico nel genocidio di Israele», ha replicato Palestine Action, che rivendica l’azione diretta per spingere alla chiusura l’industria israeliana di armi Elbit System, responsabile della produzione della maggior parte delle strumentazioni militari che l’esercito di Tel Aviv sta utilizzando contro la popolazione di Gaza.

Il movimento è attivo dal 2020 e ha compiuto numerose azioni contro fabbriche legate a Elbit, società di assicurazioni e banche che la supportavano, così come contro altri soggetti che partecipavano all’attività dell’azienda bellica. Riuscendo a ottenere la fine di alcuni rapporti e la chiusura di numerosi contratti e sedi. La goccia che ha fatto traboccare il vaso per i ministri sembra essere stata l’imbarazzante violazione della sicurezza a RAF Brize Norton, nell’Oxfordshire, avvenuta venerdì scorso, quando due attivisti di Palestine Action hanno fatto irruzione e spruzzato vernice rossa su due aerei militari. Un incidente che Cooper ha definito «vergognoso», mentre il ministro delle forze armate Luke Pollard ha dichiarato che l’irruzione è stata «anche un attacco diretto alla nostra sicurezza nazionale».
È la prima volta che il governo tenta di proscrivere un’organizzazione di protesta ad azione diretta ai sensi della legge sul terrorismo, e in molti chiamano all’attacco della libertà di espressione e di dissenso. L’ex primo ministro scozzese Humza Yousaf ha dichiarato al podcast Scotcast della BBC che l’azione di Cooper di vietare Palestine Action è un «vergognoso abuso della legislazione antiterrorismo». Ha detto che si tratta di una «reazione eccessiva assolutamente ridicola» nel tentativo di «intimidire e infine mettere a tacere i manifestanti e i dimostranti pro-palestinesi».

In passato, manifestanti che hanno causato danni alle strutture militari sono stati anche assolti; prima di diventare primo ministro, Keir Starmer ha difeso con successo i manifestanti che nel 2003 hanno fatto irruzione in una base della RAF per fermare i bombardieri statunitensi diretti in Iraq. Ha sostenuto che l’azione era lecita perché il loro intento era quello di impedire i crimini di guerra. E ora vuole condannare Palestine Action come terrorismo. Con il governo già impopolare per la sua posizione su Gaza, il divieto previsto infatti sembra essere basato sulla causa del movimento piuttosto che sui suoi metodi.

Palestine Action ha affermato che i gruppi pro-Israele hanno esercitato pressioni per ottenere questo divieto e che ci sono prove a sostegno di questa tesi. Documenti interni del governo, rilasciati in base alle leggi sulla libertà d’informazione, hanno rivelato incontri, apparentemente per discutere di Palestine Action, tra il governo e funzionari dell’ambasciata israeliana. I ministri hanno anche incontrato rappresentanti dell’azienda israeliana di armi Elbit Systems. «Le generazioni future guarderanno coloro che si sono posizionati contro la complicità del governo britannico in questo genocidio come chi è dalla parte giusta della storia. Abbiamo una lunga e orgogliosa storia di azioni dirette, dalle suffragette a Nelson Mandela, che erano chiamati “terroristi” a quel tempo», scrive Palestine Action nel comunicato stampa che commenta la questione.

Dopo l’annuncio del Ministro degli Interni, ieri, centinaia di manifestanti si sono riuniti a Trafalgar Square; gli organizzatori hanno cambiato sede all’ultimo minuto dopo che Scotland Yard ha imposto a Palestine Action il divieto di manifestare in gran parte di Westminster. Alcuni sostenitori del gruppo sventolavano bandiere palestinesi e portavano cartelli, mentre altri manifestanti scandivano: “Non saremo messi a tacere”. Infatti se Plaestine Action verrà messa al bando, anche manifestazioni di questo tipo verranno rese illegali e i solidali al movimento rischieranno l’arresto. Charing Cross è stato bloccato per un certo periodo mentre i manifestanti si riunivano. Il capo della Metropolitan Police, Sir Mark Rowley, ha dichiarato che la polizia non aveva il potere legale di fermare la protesta, ma che avrebbe imposto condizioni “severe”. 13 persone sono state fermate durante la manifestazione, e 7 sono state denunciate.

Armenia, sventato colpo di Stato: coinvolto un alto ecclesiastico

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Il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, ha dichiarato che le forze di sicurezza del Paese avrebbero sventato un tentativo di colpo di Stato. Al centro del tentativo di rovesciamento, sostiene il primo ministro, ci sarebbe un ecclesiastico di alto rango. Il tentativo di colpo di Stato si collocherebbe in mezzo a una crescente tensione tra il premier Pashinyan e la dirigenza della Chiesa Apostolica. Pashinyan è in conflitto con alti esponenti del clero dal 2020, quando il Catholicos (il capo della chiesa ecclesiastica armena) Karekin II iniziò a chiederne le dimissioni in seguito alla sconfitta militare del Paese contro l’Azerbaigian nel conflitto nella regione contesa del Nagorno-Karabakh.

Dopo anni di attesa, i robotaxi di Tesla raggiungono le strade del Texas

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Elon Musk, patron di Tesla, ha espresso interesse nei confronti dei taxi a guida autonoma almeno a partire dal 2016. Nel 2019 aveva dichiarato che l’azienda avrebbe dispiegato un milione di robotaxi sulle strade statunitensi entro la fine del 2020. Con cinque anni di ritardo rispetto a quella scadenza, il sogno di Tesla inizia timidamente ad avverarsi: a partire dal weekend del 21-22 giugno, l’azienda ha avviato in via sperimentale il suo programma di Robotaxi nella città di Austin, Texas. Il progetto inizia dunque a prendere forma, anche se in maniera molto diversa rispetto da quel “Cybercab” che era stato presentato nell’ottobre del 2024.

In occasione dell’evento “We, Robot”, Musk aveva infatti mostrato un’idea di taxi a guida autonoma caratterizzata da linee futuristiche, nonché del tutto priva di volante e pedali. Secondo le dichiarazioni rilasciate all’epoca, la produzione di questi Cybercab dovrebbe iniziare nel 2026. Nel frattempo, Tesla ha messo a disposizione un prodotto ben diverso: stando a quanto dichiarato dallo stesso Musk, la flotta attuale è composta da una decina di SUV Tesla Model Y 2025, i quali sono equipaggiati con una nuova versione del sistema di guida autonoma Full Self-Driving. L’obiettivo dichiarato è audace, ovvero raggiungere “diverse centinaia di migliaia” di auto a guida autonoma su strada “entro la fine del prossimo anno”.

Per avviare il progetto, Tesla ha reso disponibile l’app dedicata a un pubblico selezionato composto perlopiù da fan, offrendo corse al prezzo simbolico di 4,20 dollari, cifra ricorrente nei riferimenti di Musk, il quale ammicca in maniera tutt’altro che velata alla cultura del consumo di cannabis. Il servizio è operativo dalle 6:00 a mezzanotte e prevede la presenza di un addetto Tesla che monitora la sicurezza sedendo sul sedile anteriore del passeggero. Secondo diverse testimonianze, questi tecnici sono stati istruiti a non interagire con i passeggeri se non nel momento dell’identificazione iniziale.

Il Texas si conferma un banco di prova privilegiato per Musk. Il miliardario ha avviato numerose attività nello Stato, instaurando legami economici forti con il territorio, e può contare su una legislazione locale più permissiva rispetto a quella di altri Stati. Questa flessibilità normativa è cruciale per Tesla, la quale deve ancora colmare il divario con i taxi a guida autonoma di Waymo, il collaudatissimo servizio sviluppato da Google. A differenza di quest’ultimo, le Tesla non utilizzano sensori LIDAR, bensì si affidano esclusivamente a numerose videocamere, le quali hanno il gravoso compito di mappare l’ambiente circostante. Una soluzione relativamente economica, ma che ha mostrato limiti tecnici significativi ed è finita al centro di indagini che ambiscono a chiarire le cause di diversi incidenti. Alcuni dei quali mortali. 

Il lancio dei Robotaxi ha soddisfatto gli investitori, soggetti che in passato avevano criticato Musk per l’attenzione rivolta alla politica a scapito della gestione aziendale. Dopo essersi liberato dell’impegno con DOGE – il cosiddetto Dipartimento di efficientamento governativo –, Musk può ora tornare a concentrarsi sulle sue attività manageriali, portando sul mercato innovazioni in grado di generare quell’ottimismo finanziario su cui si basa la prosperità del marchio. Di fatto, il titolo Tesla ha registrato un rialzo immediato del 10%. Tesla dovrebbe inoltre avviare entro la “prima metà del 2025”, ovvero giugno, la produzione di un modello automobilistico “economico”. Tuttavia, non essendo stato ancora mostrato alcun prototipo, è lecito ipotizzare che anche questa scadenza subirà un rinvio.

Iran: il Parlamento vota la sospensione la collaborazione con l’AIEA

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Dopo la prima giornata di cessate il fuoco tra Iran e Israele, nel mezzo di una tregua che fino a ora sembra tenere, il Parlamento iraniano ha votato una risoluzione per interrompere la collaborazione con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. La Repubblica Islamica intende inoltre vietare all’AIEA l’accesso ai propri siti nucleari fino a quando non saranno messi in sicurezza. Ieri, il direttore dell’agenzia nucleare iraniana aveva affermato che il Paese vuole far ripartire il proprio programma nucleare.

All’aeroporto civile di Montichiari i lavoratori scioperano contro il transito di armi

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«I lavoratori non si sono arruolati»: con questo slogan l’Unione Sindacale di Base (USB) ha lanciato un forte segnale di dissenso contro la militarizzazione degli scali civili, proclamando uno sciopero per la giornata di oggi all’aeroporto Gabriele D’Annunzio di Montichiari (Brescia), dove è atteso il transito di un carico di missili. USB ha organizzato anche una conferenza stampa davanti all’ingresso principale dello scalo. Una protesta che punta a sottrarre i lavoratori alla logistica di guerra, ribadendo che trasportare armi non rientra nelle mansioni previste dai contratti di categoria. In passato, i lavoratori si erano già mossi contro l’utilizzo militare delle piste. Uno di loro era stato oggetto di un provvedimento disciplinare da parte di GDA Handling, il gestore dell’aeroporto.

L’aeroporto di Montichiari, noto per le sue funzioni civili e commerciali – movimentando quotidianamente merci per DHL, Amazon, Poste Italiane e altri corrieri – da mesi è al centro delle denunce sindacali per il transito di materiale bellico. Una situazione che, secondo USB, tradisce la natura civile dell’infrastruttura e chiama in causa la responsabilità di chi, dietro le quinte, consente simili operazioni. La protesta di oggi si inserisce in un quadro più ampio di mobilitazione sociale, giuridica e sindacale contro la crescente militarizzazione dei territori europei. Mentre si tiene il vertice NATO all’Aja (24-26 giugno), dove viene discusso un piano di riarmo da oltre 800 miliardi di euro, USB avverte che porti, aeroporti, ferrovie e industrie italiane rischiano di essere sempre più assorbiti in questa spirale bellica. La sigla sindacale denuncia un momento «mai così drammatico e così vicino alla guerra» in seguito agli «attacchi all’Iran da parte di Israele e USA», mentre sono ancora in corso «il genocidio a Gaza e la guerra in Ucraina».

USB rivendica il diritto dei lavoratori a sottrarsi a ogni forma di complicità. Per questo, ha annunciato l’avvio di una campagna di sciopero specifico per tutti i dipendenti coinvolti in operazioni di carico e trasporto di armamenti. Nonostante le restrizioni imposte dalla legge 146/90 sul diritto di sciopero nei servizi essenziali, USB sostiene infatti che il trasporto di armi non possa essere considerato “essenziale” e annuncia battaglia anche su questo fronte. A sostenere l’iniziativa anche forze politiche locali: «Sinistra Italiana Brescia si schiera contro la partecipazione dell’Italia all’invio di armi da guerra, con i lavoratori che difendono la pace – ha dichiarato il segretario provinciale Beppe Almansi –. No al transito di armi in un aeroporto civile». In parallelo, con il supporto del Ceing – Centro d’Iniziativa Giuridica Abd El Salam – sarà presto disponibile una dichiarazione di obiezione di coscienza per chi opera nel settore della logistica, della ricerca e della formazione, anche all’interno delle università.

Non è la prima volta che gli operatori dello scalo di Montichiari denunciano la presenza di merci pericolose nell’infrastruttura: già lo scorso giugno i lavoratori addetti al carico e scarico avevano segnalato attività di trasporto di materiale bellico, tra cui armi ed esplosivi, «con tutti i conseguenti rischi per i lavoratori e le popolazioni limitrofe». A ottobre, invece, Luigi Borrelli, il rappresentante sindacale di USB presso l’aeroporto, ha denunciato pubblicamente i movimenti di carico e scarico di materiale bellico. In seguito a queste dichiarazioni, la società GDA Handling ha mosso nei suoi confronti una contestazione disciplinare. A marzo, dopo mesi di denunce, gli operatori dell’aeroporto hanno lanciato un presidio per contestare il presunto impiego militare della struttura, dichiarando di essere costretti a maneggiare materiale esplosivo. L’attrezzatura militare, ha sostenuto il personale aeroportuale, verrebbe trasportata per chilometri da lavoratori sprovvisti di patenti idonee alla gestione di materiali pericolosi, transitando vicino a edifici civili.

Panama, continuano le proteste: esteso lo stato di emergenza

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Il governo di Panama ha prorogato per altri cinque giorni lo stato di emergenza nella provincia di Bocas del Toro, la cui scadenza era prevista per oggi. A dare la notizia è il ministro della Presidenza Juan Carlos Orillac. Lo scorso venerdì 20 giugno, lo stesso ministro aveva spiegato che lo stato di emergenza comportava una temporanea sospensione di alcune libertà costituzionali, vietando gli assembramenti pubblici, limitando la libertà di movimento e consentendo alla polizia di effettuare arresti senza mandato. La sospensione delle libertà è stata varata per far fronte a un’ondata di violente proteste dei lavoratori che ha investito il Paese per contestare una riforma delle pensioni.

Nel MAGA di Trump si intravedono le prime crepe interne

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Il movimento MAGA (Make America Great Again), pilastro della politica di Donald Trump, sta iniziando a far emergere le prime crepe interne. Dopo la burrascosa uscita di scena di Elon Musk, la crisi in Medio Oriente e l’attacco all’Iran hanno fatto montare malumore che sembra crescere sempre di più tra le file dei sostenitori del presidente. Così, critiche sempre più forti arrivano da ex consiglieri (come Steve Bannon) e personalità politiche (come i rappresentanti della Camera Marjorie Taylor Greene o Thomas Massie), oltre che da personaggi pubblici quali il giornalista Tucker Carlson. Trump, in tutta risposta, ha deciso di scartare le vie diplomatiche, rispondendo a tono a tutte le critiche che arrivano dall’interno del suo stesso movimento. Gli scricchiolii all’interno del MAGA sono così sempre più forti.

Le tensioni interne sono esplose con virulenza in questi giorni, catalizzate dalla crisi in Medio Oriente e dall’attacco all’Iran, e stanno colpendo duramente rischiando di spaccare la base e la leadership conservatrice. La retorica intransigente e la gestione “solitaria” di Trump, un tempo punti di forza, si stanno rivelano ora catalizzatori di un malcontento crescente che, dopo la ben nota diatriba con Elon Musk, sta intaccando le fondamenta del suo stesso movimento. Alcuni tra coloro che hanno difeso il presidente nello scontro col miliardario a capo di Tesla oggi lo criticano: Steve Bannon, per esempio, ha dichiarato sul suo podcast che l’attacco all’Iran potrebbe non essere stata una decisione corretta rispetto al volere della piattaforma MAGA, mettendo in dubbio la decisione rispetto alla lealtà e alla coerenza con quanto annunciato in campagna elettorale rispetto alle relazioni internazionali e le continue guerre statunitensi.

Il caso più eclatante di questa frattura interna al movimento è lo scontro con Tucker Carlson. Già critico nei confronti di Trump per il cieco sostegno a Israele (aveva definito Trump «complice» quando Israele ha aggredito l’Iran), Carlson ha adesso espresso tutta la sua disapprovazione per il bombardamento statunitense sulle centrali atomiche iraniane. Trump ha risposto con un post sul suo social Truth, definendolo «pazzo». Pochi giorni prima, Carlson aveva inoltre invitato al suo programma Ted Cruz, senatore repubblicano, ultraconservatore reazionario della destra cristiana religiosa e falco della guerra all’Iran. Nel corso della trasmissione, Carlson ha rivolto a Cruz una lunga serie di domande sull’Iran, alle quali il senatore non ha saputo rispondere. Al che, Carlson gli ha domandato: «Tu vuoi bombardare un Paese di cui non sai niente?».

Persino Alex Jones, figura controversa ma influente per una parte della base MAGA, che aveva in precedenza già avanzato critiche definendo il piano di deportazione di Trump «davvero brutto», ha preso le difese di Carlson e della sua posizione rispetto all’Iran. Questo indica che il dissenso si sta allargando anche a figure che, per la loro natura anti-establishment, sarebbero teoricamente allineate con le posizioni più estreme di Trump. E il dissenso non è solo fuori, sugli schermi e nei canali che la base di Trump segue. Anche all’interno del Congresso c’è chi pone delle critiche pesanti. Marjorie Taylor Greene, altra fedele del MAGA, rappresentante della Camera, ha difeso pubblicamente Carlson e ha scritto un lungo post su X in cui criticava l’attacco statunitense, il cui inizio dice: «Non conosco nessuno in America che sia stato vittima dell’Iran». La scorsa settimana, il rappresentante repubblicano Thomas Massie aveva annunciato, insieme a diversi democratici, di aver introdotto una risoluzione bipartisan sui poteri di guerra affiché fosse necessaria l’autorizzazione del Congresso per ogni atto ostile nei confronti dell’Iran. Il 22 giugno Trump ha risposto a Massie attraverso un lungo post su Truth in cui lo ridicolizza e lo discredita.

Questa divisione non è una semplice sfumatura di opinione, ma una discordanza strategica e ideologica che mette in discussione la coesione di un fronte che ha sempre fatto della compattezza il suo punto di forza. Le ragioni di questa frattura sono molteplici e complesse. Da un lato, c’è una base isolazionista e America First che, pur sostenendo Trump, si sente tradita da un coinvolgimento percepito come eccessivo nella crisi mediorientale. Per questa parte di base le priorità dovrebbero rimanere interne, e ogni deviazione da questo principio viene vista come un tradimento degli ideali MAGA. Dall’altro lato, la personalità di Trump, la sua propensione a decisionsi improvvisate e la sua insofferenza verso il dissenso, stanno logorando la pazienza anche di alleati storici. Il fronte MAGA, un tempo granitico, sta mostrando crepe significative.