martedì 17 Marzo 2026
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Colombia, stop al partenariato con la Nato: “Non stiamo con chi uccide i bambini di Gaza”

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Continuano le misure prese dai paesi del Sud Globale che, di fronte a un Occidente complice e fiancheggiatore del massacro israeliano, rompono gli indugi e dicono basta. Ora è la volta del presidente della Colombia, Gustavo Petro, che con dichiarazioni durissime ha annunciato l’intenzione di ritirare il Paese latino americano dal rapporto di partenariato militare con la NATO, in vigore dal 2018. «Come possiamo stare con eserciti che tirano bombe ai bambini? Il carbone colombiano non può diventare bomba in Israele per uccidere bambini: potranno aumentare i dazi o fare quello che vogliono. Ci aiuteranno altri popoli», ha dichiarato Petro. La decisione è stata presa a margine della Conferenza di Bogotà, vertice nel quale, nei giorni scorsi, trenta Paesi si sono coordinati per concordare misure per cercare di fermare il genocidio del popolo palestinese.

Petro ha lanciato anche un messaggio diretto ai Paesi europei, avvisandoli che «se vogliono stare con l’America Latina o con l’Africa devono smettere di aiutare i nazisti». Mentre in Colombia andava avanti il vertice di Bogotà, infatti, l’Unione Europea decideva di non sanzionare il partner israeliano nonostante il genocidio perpetuato in Palestina, preservando così gli accordi commerciali stipulati nel 1995. 

La decisione colombiana arriva dopo due anni in cui l’Alleanza Atlantica ha continuato ad affiancare Israele. Nessuna contromisura o sanzione, ma continue vendite di armi e scambi di intelligence. La fine del partenariato con l’Alleanza Atlantica inverte definitivamente la rotta della politica estera colombiana, che nel 2018 aveva portato Bogotà a essere il primo e unico Paese dell’America Latina a diventare partner globale della NATO. Ciò si è tradotto nella collaborazione in diversi settori strategici, come ad esempio la formazione militare e la lotta al terrorismo e al narcotraffico.

A finire nel mirino di Petro, oltre a NATO ed Europa, è stato anche il suo governo, che ha disatteso il decreto presidenziale con cui, nell’agosto del 2024, vietava la vendita di carbone a Israele, di cui la Colombia è il principale fornitore. Così, come rivelato dalla relatrice speciale ONU Francesca Albanese nel suo ultimo rapporto, le multinazionali Drummond e Glencore che estraggono carbone nel nord del Paese hanno continuato a esportarlo verso Tel Aviv per alimentare l’elettricità israeliana. Il decreto presidenziale intendeva fare pressione sullo Stato ebraico affinché cessasse il genocidio nella Striscia di Gaza. L’obiettivo è stato rilanciato durante il vertice di Bogotà, organizzato dal Gruppo dell’AIA, una coalizione di Stati nata all’inizio dell’anno per rendere efficaci le decisioni delle istituzioni internazionali, su tutte la Corte Internazionale di Giustizia, o appunto Corte dell’AIA. Quest’ultima, nel valutare le accuse di genocidio rivolte a Israele, ha ricordato ai Paesi terzi l’obbligo di prevenire ulteriori crimini, astenendosi ad esempio dal trasferire armi e munizioni e chiudendo i porti alle navi dotate di simili carichi destinati a Tel Aviv. A Bogotà dodici Paesi — tra cui la Colombia — hanno approvato queste misure, cui si aggiunge la revisione di tutti i contratti pubblici per impedire alle istituzioni di finanziare la presenza illegale di Israele nei territori palestinesi occupati.

Napoli, scossa di magnitudo 4.0

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Alle 9.15 un terremoto di magnitudo 4.0 ha scosso la città di Napoli. L’epicentro è stato localizzato in mare, tra Bagnoli e Pozzuoli, a una profondità di 3km, come rilevato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). La scossa è stata avvertita distintamente in tutta la città e in diversi comuni della provincia. Al momento non si registrano danni. È in corso uno sciame sismico, con scosse di assestamento di lieve entità.

Starmer e Merz firmano il Trattato di Kensington: è nato l’asse militare anglo-tedesco

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Il mondo cambia, le alleanze si ridisegnano, ma lo spirito della guerra fredda resta il convitato di pietra nei salotti della diplomazia euro-atlantica. Ieri, 17 luglio, con il Trattato di Kensington firmato a Londra tra il premier britannico Keir Starmer e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, si è consumata una svolta storica che non ha nulla di neutrale: sotto il velo patinato della “cooperazione”, prende forma un patto strategico di respiro militare che sancisce ufficialmente la nascita di un asse anglo-tedesco – allineato con la Francia – in funzione apertamente anti-russa. La cerimonia di firma si è tenuta al Victoria and Albert Museum di Londra. 

Descritto come il «primo trattato bilaterale tra Regno Unito e Germania dalla Seconda guerra mondiale», l’accordo rappresenta molto più di un simbolico riavvicinamento tra due potenze storicamente rivali. I due leader hanno finalizzato un patto di ampia portata che punta molto sulla cooperazione in materia di sicurezza e che include la promessa di sviluppare un nuovo sistema missilistico a lungo raggio e un impegno di mutua assistenza, sottolineando che una minaccia per un Paese verrebbe probabilmente percepita come una minaccia anche per l’altro, come anticipato da Politico. Si tratta di un articolato piano politico e militare – 23 pagine dense – con cui Londra e Berlino blindano un’intesa volta al rafforzamento della difesa comune, alla proiezione bellica congiunta e alla sincronizzazione delle politiche di sicurezza, in piena sintonia con la narrazione NATO. 

Il premier britannico ha aperto la conferenza stampa facendo gli onori di casa e spiegando che il trattato prevede nuovi investimenti nel Regno Unito per un valore di 200 milioni di sterline. Il cancelliere tedesco ha dichiarato che si tratta di una giornata storica: «Siamo davvero sulla strada verso un nuovo capitolo» e che l’accordo odierno mira a garantire la libertà, la sicurezza e la prosperità dei popoli di entrambi i Paesi.

Il cuore del trattato è chiaro: costruire un blocco compatto per «contrastare Stati ostili, interferenze straniere e minacce ibride». Tradotto: contenere Mosca, alzare nuove cortine d’acciaio, rilanciare la corsa agli armamenti con la scusa della sicurezza collettiva. A conferma della linea atlantista e interventista dell’accordo, è stata ribadita l’assistenza militare reciproca in caso di attacco armato – un doppione dell’articolo 5 della NATO, ma con sfumature politiche precise: saldare un triangolo decisionale europeo Berlino-Londra-Parigi, che sopperisca all’ambiguità americana sotto la presidenza Trump e riequilibri l’inerzia dell’Unione Europea. Nonostante Starmer e Merz provengano da famiglie politiche differenti – laburista il primo, cristiano-democratico il secondo – la loro convergenza su armamenti, controllo migratorio e hard power dimostra quanto il bipolarismo ideologico sia oggi svuotato. I due, infatti, hanno più cose in comune di quanto sembri a prima vista: condividono l’ambizione di assumere la guida della difesa europea. Entrambi hanno fatto della spesa militare una priorità nazionale. Entrambi si presentano come uomini della “ragionevolezza atlantica”, ma agiscono da promotori di un neo-interventismo europeo che guarda all’Est con ostilità crescente. La collaborazione prevista si estende anche alla lotta contro la criminalità organizzata transfrontaliera, con accenti marcati sul contrasto ai flussi migratori irregolari. Misure, queste, che rischiano di diventare il cavallo di Troia per una più vasta militarizzazione del Mediterraneo e dei confini esterni europei.

Non si tratta solo di cooperazione militare. Il Trattato di Kensington tocca anche altri temi: tecnologia quantistica, intelligenza artificiale, mobilità studentesca, transizione verde. Ma è evidente che tutto gravita attorno a un asse fondato su difesa e deterrenza, dove anche la scienza e la tecnologia vengono subordinate agli interessi della sicurezza nazionale e della supremazia strategica. L’idea è chiara: costruire una “fortezza euro-atlantica” guidata da tecnocrati in doppiopetto, affrancata dalle dinamiche democratiche nazionali, in perfetta coerenza con i piani già delineati a Bruxelles e Washington. L’«amicizia» invocata nel testo non è fra popoli, ma fra apparati. Fra oligarchie politiche accomunate dalla medesima visione del mondo: un mondo da sorvegliare, controllare, armare.

Nel contesto della guerra in Ucraina, l’accordo rafforza il sostegno all’Ucraina e si muove nel solco della diplomazia parallela dei “volenterosi”, già visibile nel recente vertice di Kiev, quando Starmer e Merz viaggiavano con Macron sul treno per incontrare Zelensky. I tre, ora saldamente alleati, stanno definendo la nuova architettura geopolitica del continente: una cabina di regia bellica, formalmente europea, ma sostanzialmente subordinata alla volontà statunitense. Non a caso, la firma del trattato arriva pochi giorni dopo l’annuncio di Donald Trump di voler potenziare l’invio di armi all’Ucraina: una sincronia sospetta, che evidenzia quanto questa “amicizia” anglo-tedesca sia funzionale alla strategia bellicista USA, in piena continuità con l’establishment bipartisan di Washington.

Il Trattato di Kensington non è un accordo di cooperazione: è una dichiarazione di intenti geopolitici. Un’operazione chirurgica che mira a cementare l’Europa dei falchi, affrancata dalle dinamiche parlamentari e affamata di armamenti. Un’Europa che parla il linguaggio della guerra preventiva, della deterrenza muscolare, della sicurezza militarizzata. In nome della “pace”, si prepara la guerra. Ancora una volta. Ma questa volta con l’applauso bipartisan dell’élite europea.

UE: ok a 18° pacchetto di sanzioni alla Russia

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L’Unione europea ha approvato un nuovo pacchetto di sanzioni alla Russia, il diciottesimo dall’inizio della guerra con l’Ucraina. Superato il veto della Slovacchia, l’Alto rappresentante della politica estera dell’UE Kaja Kallas ha dato su X l’annuncio dell’intesa: «Gli oleodotti Nord Stream saranno vietati. Un tetto massimo più basso al prezzo del petrolio. Stiamo esercitando maggiore pressione sull’industria militare russa, sulle banche cinesi che consentono l’elusione delle sanzioni e bloccando le esportazioni di tecnologia utilizzata nei droni».

È stato approvato il primo trattamento antimalarico per neonati al mondo

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Un'importante novità nella lotta contro la malaria, una malattia potenzialmente letale trasmessa all'uomo da alcuni tipi di zanzare, è arrivata con l'approvazione del primo trattamento antimalarico specificamente formulato per i neonati e i bambini molto piccoli. Questo trattamento, scioglibile nel latte materno, è un traguardo nella cura di una malattia che, ogni anno, provoca centinaia di migliaia di decessi, soprattutto tra i più piccoli. Fino ad ora i casi di malaria di neonati e bambini sotto i cinque anni, i più vulnerabili all’infezione, venivano trattati con farmaci destinati ai più gr...

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I dirigenti delle banche italiane hanno ottenuto 20.000 euro di aumento di stipendio

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A partire dal prossimo anno, i dirigenti di banca avranno un aumento del 31% in busta paga. È stato infatti siglato in via definitiva l’accordo tra i sindacati di categoria e l’Associazione bancaria italiana per il rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro del settore Credito. Il testo prevede diverse modifiche al CCNL, che vanno da misure per potenziare la formazione dei dipendenti ad adeguamenti di stipendio per tutti i lavoratori del settore. A guadagnare maggiormente, tuttavia, saranno i vertici direzionali. La misura alza la soglia dello stipendio minimo dei dirigenti da 65mila euro a 85mila e interesserà circa 6.300 dirigenti. L’aumento sarà scaglionato in due tornate: la prima è prevista ad agosto e sarà pari a 15mila euro; il passaggio da 80mila a 85mila euro, invece, scatterà il 1° gennaio 2026.

La firma del testo coordinato per il rinnovo del CCNL Credito è arrivata il 14 luglio ed è stata resa nota ieri, 15 luglio; essa fa seguito all’accordo raggiunto il 23 novembre 2023, segnandone l’adozione definitiva. Le novità introdotte dal nuovo Contratto Collettivo sono diverse, ma una delle centrali è proprio l’aumento degli stipendi dei lavoratori e dei dirigenti. Fabi, uno dei sindacati, descrive l’aumento ai dirigenti come una misura che «tiene conto dei profondi mutamenti che hanno interessato l’organizzazione del lavoro, la responsabilità gestionale e le pressioni a cui è sottoposta questa fascia professionale», e dello «stress» a cui i dirigenti dovrebbero fare fronte davanti alle richieste dei vertici aziendali; in generale, tutti i sindacati coinvolti (Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin) utilizzano toni trionfali per descrivere l’accordo, e, malgrado tutti menzionino l’aumento dei dirigenti, c’è chi usa termini più moderati per descriverlo, o chi parla generalmente di un aumento per i dipendenti di ogni fascia.

Oltre all’aumento dei dirigenti, l’accordo prevedeva già a novembre 2023 un aumento di circa il 13% per i dipendenti di terzo e quarto quadro, e del 14% circa per i dipendenti fino al secondo quadro direttivo, con l’eccezione dei dipendenti di quarto livello della terza area, per cui l’aumento è di circa il 15%. Al momento del suo raggiungimento, era stato concordato che anche questi aumenti sarebbero dovuti avvenire in diverse tornate, quasi tutte già passate; l’ultimo scatterà a marzo 2026. Nell’ambito di questi aumenti, l’intervento di cui i sindacati hanno più parlato è quello dei lavoratori del quarto livello della terza area, che coinvolge circa 170mila bancari; per loro, l’aumento concordato a novembre è pari a 435 euro, circa un dodicesimo di quello previsto per i dirigenti bancari, e in proporzione meno della metà. In aggiunta agli aumenti, l’accordo prevede anche un potenziamento della formazione professionale dei dipendenti di banca, porta il periodo di aspettativa a 24 mesi, fissa il periodo di prova per le nuove assunzioni a non più di sei mesi e garantisce la retribuzione piena per le gravidanze a rischio.

Slovenia: sanzioni e divieto di entrata per due ministri israeliani

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La Slovenia ha dichiarato il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich e il ministro per la Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben Gvir personae non grate e ha imposto loro sanzioni. I due ministri sono i rispettivi capi del Partito Sionista Religioso e di Otzma Yehudit (in italiano Potere Ebraico), due partiti di estrema destra di orientamento ultranazionalista religioso. Con tale mossa, la Slovenia diventa il primo Paese dell’Unione Europea a imporre misure contro cariche dell’esecutivo israeliano.

Il nuovo bilancio UE scatena lo scontro politico e riaccende la protesta degli agricoltori

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La Commissione europea ha presentato mercoledì una proposta di bilancio settennale per il periodo 2028-2034, il Quadro Finanziario Pluriennale (Qfp), da 1.816 miliardi di euro, pari all’1,26% del reddito nazionale lordo dell’UE, destinato a sostituire il quadro attualmente in vigore. Un bilancio definito dalla presidente Ursula von der Leyen come «il più grande, intelligente, più mirato e ambizioso di sempre», ma che ha immediatamente sollevato un coro di critiche e proteste da parte di eurodeputati, governi nazionali e associazioni di categoria. Per Germania e Olanda il bilancio è «inaccettabile» perché «troppo elevato», in un momento in cui tutti gli Stati membri stanno già compiendo «notevoli sforzi per consolidare i propri bilanci nazionali», come ha spiegato il portavoce del governo tedesco Stefan Kornelius.

Il progetto avanzato da von der Leyen rimodella la struttura del bilancio in una specie di puzzle che non è facile da comporre, secondo quattro pilastri principali, che riduce i capitoli di spesa dagli attuali sette a quattro. I fondi di coesione e quelli della Politica agricola comune (PAC) vengono fusi in un unico capitolo del valore di 865 miliardi, che dovrà finanziare anche la migrazione (circa 34 miliardi), la difesa e la sicurezza (Frontex, Europol). Il secondo capitolo di spesa, circa 590 miliardi, riguarda competitività e innovazione con un fondo dedicato di quasi 410 miliardi, di cui il 14% devoluto al sociale e il 35% alla transizione verde. Il terzo capitolo Global Europe, per la politica estera e di vicinato vale 215 miliardi tra cui 100 miliardi di euro per l’Ucraina, mentre il supporto militare continuerà per mezzo dello European Peace Facility. Il quarto è dedicato ai costi dell’amministrazione e vale circa 118 miliardi. 

Per le situazioni più gravi, viene anche proposto un nuovo Meccanismo di crisi straordinario, che offrirà prestiti agli Stati, ma serve l’approvazione del Consiglio. Mentre i contributi diretti degli Stati membri copriranno la maggior parte del bilancio, la presidente della Commissione prevede anche nuove tasse a livello europeo sui rifiuti elettrici, sul tabacco e sui profitti delle imprese per consentire a Bruxelles di raccogliere ulteriori entrate.

Dietro le cifre “monstre” e la retorica dell’efficienza, si delinea una strategia tecnocratica di accentramento decisionale e riduzione della trasparenza, che minaccia di stravolgere l’equilibrio istituzionale dell’Unione Europea. I membri del parlamento europeo sono, infatti, profondamente insoddisfatti della proposta del Quadro Finanziario Pluriennale e hanno minacciato fin dall’inizio di non partecipare ai negoziati sul documento. Il livello di informazioni fornite mercoledì dal commissario per il Bilancio Piotr Serafin in un incontro di presentazione con gli eurodeputati della commissione parlamentare per i bilanci (Budg) è stato giudicato insoddisfacente dai presenti, che hanno anche lamentato il consueto atteggiamento accentratore e sempre più autoreferenziale di von der Leyen e si sono detti indignati dal fatto che «la stampa sapesse più di loro». La genesi del Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034 è stata, infatti, segnata da una segretezza anomala. I lavori preparatori sono stati condotti a porte chiuse, suddivisi in cellule tecniche compartimentate, nel timore di fughe di notizie. 

Il fulcro delle critiche riguarda la proposta di accorpare storici strumenti di bilancio – come la PAC, i fondi di Coesione e lo sviluppo regionale – all’interno di un unico contenitore denominato Piani di partenariato nazionale e regionale. A questi verrebbero destinati 865 miliardi di euro, vincolati però alla realizzazione di riforme approvate dalla Commissione. La misura, che evoca la logica dello strozzinaggio e somiglia più a una centralizzazione sotto maschera federalista, comporta in realtà un doppio effetto: da un lato la Commissione si arroga un potere di indirizzo sulle riforme dei singoli Stati, dall’altro svuota di fatto il ruolo degli enti locali – regioni e città – storicamente protagonisti nell’uso dei fondi strutturali. Non a caso, i leader del PPE, dei Socialisti, di Renew Europe e dei Verdi hanno denunciato il rischio concreto di una “rinazionalizzazione” delle politiche comuni e di una drastica riduzione del controllo parlamentare. In gioco non c’è solo la ripartizione delle risorse, ma l’architettura stessa della governance europea.

Von der Leyen parla di bilancio «più intelligente, incisivo e orientato al futuro». Eppure, le cifre suggeriscono tutt’altro. L’aumento dell’1,13% all’1,26% del reddito nazionale lordo degli Stati membri è stato bollato da molti come un’illusione contabile: il grosso dell’incremento, spiegano i relatori al Parlamento, serve unicamente a far fronte all’inflazione e alla restituzione dei debiti contratti con il Recovery Fund.

Nel frattempo, settori vitali come l’agricoltura vengono pesantemente penalizzati. La Politica agricola comune subisce un taglio drastico di 86 miliardi, scatenando la rabbia delle associazioni di categoria: Coldiretti parla di «disastro annunciato», mentre la CIA invoca la «mobilitazione permanente». Centinaia di agricoltori europei hanno manifestato a Bruxelles, chiedendo più risorse per il settore. Il premier ungherese Viktor Orban ha affondato la lama, accusando Bruxelles di abbandonare gli agricoltori per dare fondi a Kiev.

Un altro punto controverso è l’introduzione del programma Catalyst Europe: 150 miliardi di euro di prestiti garantiti dall’UE ai Paesi membri, pensati per finanziare obiettivi strategici degli Stati che ne faranno richiesta per implementare ulteriori investimenti in settori cruciali come energia, difesa e tecnologie all’avanguardia. Dietro l’apparenza di un fondo di sviluppo, si cela il ritorno della questione più divisiva d’Europa: il debito comune. La Germania, già irritata dall’aumento complessivo del bilancio, ha definito l’intera proposta «inaccettabile», ribadendo che «non è il momento di espandere la spesa europea mentre gli Stati sono impegnati nel consolidamento dei bilanci nazionali».

E mentre le risorse “proprie” – tra cui accise su tabacco, rifiuti elettronici e big tech – vengono vagliate come soluzione, molti Stati membri, specialmente quelli nordici, restano ostili a ogni forma di tassazione sovranazionale. La fotografia che emerge è quella di un bilancio modellato sull’agenda geopolitica della Commissione, in linea con una visione euro-atlantica che predilige deterrenza e controllo anziché sviluppo e coesione. Le prossime settimane saranno decisive: il Parlamento ha già minacciato di bloccare i negoziati e pretendere una nuova proposta. Ma la vera domanda è se l’Europa saprà ancora parlarsi – e ascoltarsi – oppure se si consumerà definitivamente lo strappo tra tecnocrazia e rappresentanza.

La giravolta di Trump sul caso Epstein: “è una truffa che non vi deve interessare”

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«La nuova TRUFFA dei democratici è quella che chiameremo per sempre la bufala di Jeffrey Epstein». Con la consueta disinvoltura strategica che contraddistingue la sua comunicazione politica, con un lungo post su Truth, Donald Trump ha nuovamente riscritto la narrazione su uno dei casi più scottanti dell’ultimo decennio: quello di Jeffrey Epstein. Da paladino della “verità” contro le élite corrotte del Deep State, a presidente che ora liquida la vicenda come un «argomento noioso» che non dovrebbe «interessare a nessuno», il tycoon ha compiuto l’ennesima giravolta che sta spaccando il fronte MAGA e rischia di aprire una frattura profonda tra base e vertice del trumpismo.

Durante la sua campagna elettorale del 2024 e nei primi mesi del secondo mandato presidenziale, Trump aveva promesso con toni solenni di fare piena luce sul caso Epstein, assicurando che, se eletto, «probabilmente» avrebbe desecretato tutti i documenti federali relativi al finanziere pedofilo. Si era impegnato a «mostrare al mondo il marciume delle élite», promettendo trasparenza, giustizia e – implicitamente – vendetta per le vittime del finanziere. Non era solo una mossa propagandistica: molti esponenti di primo piano del movimento MAGA, da Kash Patel a JD Vance, avevano fatto leva proprio su questa promessa per galvanizzare la base elettorale. 

Nel gennaio 2024, Pam Bondi, ora procuratrice generale degli Stati Uniti, aveva criticato la pubblicazione, da parte di un giudice federale, di documenti giudiziari non secretati su Epstein, perché «sarebbero dovuti essere resi pubblici molto tempo fa». L’allora candidato alla vicepresidenza JD Vance nel podcast di Theo Von, nell’ottobre 2024, aveva invitato a «pubblicare la lista di Epstein». 

Il 21 febbraio 2025, Bondi aveva affermato che la lista Epstein era sulla sua scrivania «da esaminare». Il 27 febbraio, la procura generale aveva reso nota la “Fase 1” dei file Epstein, una prima parte di documenti declassificati: volantini con registri di volo, nomi parzialmente oscurati, e prove già note. Una mossa percepita da molti come un contentino, che ha invece aumentato le pressioni affinché si pubblicasse la famigerata “lista dei clienti”, contenente i nomi dei potenti coinvolti negli abusi. «Non ci saranno insabbiamenti, nessun documento mancante e nulla sarà lasciato al caso», aveva promesso il direttore dell’FBI Kash Patel su X in risposta alle critiche. 

Ancora il 3 marzo Bondi annunciava di aver ricevuto un “camion” di documenti. Il 7 maggio, la procuratrice generale raccontava ai giornalisti che l’FBI stava esaminando «decine di migliaia di video di Epstein con bambini o di materiale pedopornografico».

Poi, la svolta. Il 7 luglio, il Dipartimento di Giustizia ha pubblicato un memorandum in cui si affermava che non sarebbero stati resi pubblici ulteriori fascicoli relativi alle indagini sul traffico sessuale internazionale di Epstein e che non esiste alcuna “lista clienti”. La reazione è stata furibonda: profili MAGA, giornalisti conservatori e influencer vicini a Trump hanno denunciato quello che vedono come un tradimento. Alcuni, come Tucker Carlson, hanno apertamente parlato di insabbiamento. Durante un evento organizzato da Turning Point USA a Tampa, Carlson ha anche rilanciato l’ipotesi non nuova che Epstein avrebbe lavorato per il Mossad, per cui avrebbe orchestrato una possibile operazione di ricatto ai danni di figure di spicco.

La replica di Trump è arrivata a stretto giro di posta: con un post su Truth ha etichettato tutto il caso Epstein come «una bufala dei democratici». «I miei sostenitori passati ci hanno creduto in pieno», ha scritto, prendendo le distanze da un caso che per anni ha contribuito lui stesso ad alimentare, anche con dichiarazioni e retweet esplosivi, come quando nel 2019 rilanciò la teoria secondo cui Epstein sarebbe stato «ucciso dai Clinton», condividendo un post del comico Terrence K. Williams.

Il gelo di Trump sul dossier Epstein arriva poche settimane dopo l’attacco frontale di Elon Musk. Il miliardario, in rotta col presidente per la legge di bilancio, aveva sganciato una bomba mediatica: «Trump è nei file di Epstein», aveva scritto su X (rimuovendo poi il post). Nessuna prova fornita, ma l’insinuazione è bastata per far tremare le fondamenta del consenso trumpiano.

Non è un segreto che Musk ed Epstein si conoscessero, né che Musk abbia rifiutato inviti ripetuti a visitare l’isola privata del finanziere. Ma la sua accusa – lanciata senza filtri né verifiche – ha aperto una crepa nel fronte repubblicano. E, forse, proprio per questo Trump ora vuole chiudere il capitolo il prima possibile: evitare che il fuoco incrociato scivoli da Clinton verso Mar-a-Lago.

Nel frattempo, l’amministrazione è nel caos. Pam Bondi è nel mirino per aver frenato la desecretazione; Kash Patel, ora direttore dell’FBI, ha promesso trasparenza totale salvo poi doversi difendere da accuse di “omertà istituzionale” (stesso destino per il numero due dell’FBI Dan Bongino che ora pensa di dimettersi). Persino JD Vance, oggi vicepresidente, è rimasto in silenzio dopo mesi di invettive contro l’opacità del Dipartimento di Giustizia.

Il caso Epstein si è trasformato così da cavallo di battaglia a bomba a orologeria per Trump. Dopo averlo cavalcato come simbolo della depravazione del Deep State, oggi lo bolla come una «bufala» che «non interessa a nessun». Ma il problema è che per anni, qualcuno, proprio nel suo campo, ci ha creduto davvero. E ora chiede risposte.

Lo scandalo dell’urbanistica che scuote Milano viene da lontano

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Le istituzioni milanesi sono piombate nel caos. La Procura di Milano ha richiesto la disposizione di sei misure di custodia cautelare, di cui quattro in carcere e due agli arresti domiciliari, nell’ambito dell’inchiesta urbanistica che da mesi sta interessando i piani alti del potere e dell’urbanistica milanese. Tra questi, spiccano i nomi del presidente di COIMA, Manfredi Catella e dell’assessore alla Rigenerazione Urbana del comune di Milano Giancarlo Tancredi. La nuova inchiesta aperta dalla Procura svelerebbe gravi illeciti nell’ambito dell’urbanistica meneghina; le ipotesi di reato includono corruzione, falsità ideologica, velocizzazione illegale dei permessi edilizi, conflitto d’interessi e promozione di pratiche speculative. Secondo alcuni giornali risulterebbe indagato anche il sindaco di Milano, Beppe Sala, che sarebbe stato a conoscenza delle manovre illecite. Le radici del problema, tuttavia, affondano in anni di cattive pratiche fondate su corruzione e speculazione, che hanno accompagnato lo svilupparsi della città “che non si ferma mai”. 

Tra le misure cautelari emerge anche la figura di Giuseppe Marinoni, presidente della Commissione Paesaggio, riconfermato per il quadriennio 2025-2028, su proposta dello stesso Tancredi. Secondo le accuse Marinoni avrebbe ordito dal 2021 una trama atta a costruire un «piano di governo del territorio ombra» con il fine di garantire gli interessi privati del settore urbanistico e immobiliare a discapito di quelli pubblici.

La commissione presieduta da Marinoni avrebbe sbloccato progetti urbanistici su pressione dei vari colossi dell’architettura e della politica milanese. Di questo circolo farebbero parte Catella, Tancredi, Stefano Boeri e lo stesso Sala. Le indagini della procura mettono così in evidenza pratiche opache, tra le quali rientra la riconferma nel dicembre 2024 di Marinoni alla presidenza della commissione, nonostante le indagini a suo carico messe in moto nel novembre dello stesso anno.

Marinoni avrebbe ricevuto quindi incarichi di consulenza dalle aziende private, che finivano per essere esaminate dalla stessa Commissione Paesaggio di cui è presidente. Le istituzioni politiche comunali venivano spinte ad approvare queste opere grazie all’influenza di Giancarlo Tancredi, uomo di fiducia di Beppe Sala. Sono numerose le opere d’architettura coinvolte: il Pirellino, i Bastioni di Porta Nuova, Goccia-Bovisa e lo Scalo di Porta Romana sono solo alcuni dei progetti illeciti che sembrano coinvolgere anche le principali aziende immobiliari della città, da Unipol a Hines, nonostante non figurino al momento tra le liste degli indagati.

Richiesta la detenzione anche per Giovanni Oggioni, ex vicepresidente della Commissione Paesaggio e già agli arresti domiciliari dallo scorso marzo, accusato di aver attuato pratiche di influenza e favoreggiamento in cambio di utilità. L’ex vicepresidente, secondo il pm, avrebbe partecipato nella stesura del decreto SalvaMilano per coprire l’approvazione di progetti illegali e creato un canale politico per far arrivare la legge in Parlamento. Inoltre, secondo la Procura, avrebbe fatto passare in Commissione tra il 2020 e il 2023 vari progetti della società di sviluppo immobiliare residenziale Abitare In, a cambio dell’assunzione nell’azienda della figlia.

Risulta indagato anche Stefano Boeri, architetto, tra le varie opere, del Pirellino, incarico assunto dopo la vittoria del concorso indetto da COIMA nel 2019, e del noto Bosco Verticale. Boeri, già indagato per turbativa d’asta, false dichiarazioni e abuso d’ufficio, avrebbe esercitato pressioni «indebite e reiterate» nei confronti di Marinoni, in merito ad opinioni inizialmente sfavorevoli nell’ambito dell’edificazione del Pirellino.

Manfredi Catella chiude il cerchio dei nomi caldi in questa storia. Direttore di COIMA, Catella è il principale promotore della nuova Milano; suoi sono i progetti di Porta Nuova, Torre Unicredit, BAM Biblioteca degli alberi. A questo si aggiungono i progetti sugli scali ferroviari e la costruzione del Villaggio Olimpico nello scalo di Porta Romana. Anche lui sarebbe coinvolto in pratiche di corruzione e falso nell’ottenimento di permessi di costruzione.

Dure le reazioni della politica, con Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia e Lega che chiedono le dimissioni di Beppe Sala, mentre tace per il momento il Partito Democratico.

Per quanto le richieste di misure cautelari presentate dalla Procura abbiano sconvolto l’urbanistica e le istituzioni milanesi, lo scoppio dello scandalo si scorgeva già da lontano. Il clamore mediatico del tutto prevedibile che ne è conseguito, non dovrebbe offuscare la consapevolezza che queste pratiche si sono perpetrate per anni, spesso nel silenzio complice di una stampa legata mani e piedi dagli interessi della politica e della finanza. Il “modello Milano”, che nel corso del tempo ha ricevuto l’encomio imprenditoriale ed istituzionale, ha svelato una verità già nota ad una parte della cittadinanza. La politica del mattone, finalizzata alla costruzione dell’idea di una città smart, non ha fatto altro che rendere la vita della cittadinanza impossibile, ingabbiata, spesso consapevolmente, nella retorica della metropoli che non si ferma mai. Questo modello urbanistico mira ad una campagna promozionale costante, come già ci avevano dimostrato i progetti Expo 2015 e ora Olimpiadi Milano-Cortina 2026, volti ad attirare l’interesse internazionale a detrimento dei bisogni concreti della popolazione che abita la città. I comitati di quartiere in lotta, le associazioni, i giornalisti, spesso considerati come delle fastidiose Cassandra, avvertivano già da tempo sul futuro di una città costruita sulla speculazione e sulla corruzione del modello pubblico-privato. La politica che ha espulso e continua a espellere sempre più gente dalla capitale lombarda ha svelato le sue modalità. Il castello di carte inizia a crollare.