lunedì 16 Marzo 2026
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Il World Economic Forum ha truccato i dati per far sembrare la Brexit un fallimento

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Il World Economic Forum (WEF) avrebbe manipolato i dati del proprio rapporto del 2017/2018 sulla competitività globale, che classifica i Paesi in base alla produttività e alla prosperità a lungo termine, con un preciso scopo politico: mostrare i BRICS più deboli e la Brexit come un fallimento. Non si sarebbe trattato di un errore metodologico, ma di un’alterazione consapevole dei dati per far apparire l’uscita del Regno Unito dall’UE una scelta sbagliata e al contempo per proteggere rapporti politici con alcuni Paesi, come l’India (pur facendo parte dei BRICS). Secondo quanto riportato da un’inchiesta pubblicata sul quotidiano britannico Telegraph, fu proprio il fondatore ed ex presidente del WEF, Klaus Schwab, ad ordinare che il Regno Unito non fosse mostrato in miglioramento nella classifica, nonostante i dati raccolti avrebbero comportato una scalata dal settimo al quarto posto, perché altrimenti quel progresso sarebbe stato «sfruttato dai sostenitori della Brexit».

La Brexit, all’epoca dei fatti approvata dai britannici in un referendum ma non ancora attuata, venne già bollata come una minaccia per la competitività britannica. L’uscita dall’Unione Europea doveva essere punita simbolicamente con un arretramento, anche solo apparente. Una scomunica digitale nei confronti del popolo britannico che aveva preferito lasciare l’Unione Europea.

Questa vicenda rivela la natura intrinsecamente narrativa (è lo stesso Schwab che ha dedicato un saggio al potere delle “narrazioni”), manipolatoria e ideologica degli strumenti economici dominanti, dove i dati venivano forgiati e branditi come armi per indirizzare le opinioni pubbliche e influenzare le politiche globali. Il PIL, le classifiche sulla competitività, gli indicatori di “prosperità” sono diventati strumenti per fabbricare consenso e normalizzare disuguaglianze, legittimando l’agenda delle élite globaliste. Non è un caso che lo stesso PIL sia stato più volte criticato da economisti eterodossi come indicatore inadeguato a misurare benessere reale. È uno specchio deformante che sorride ai grandi conglomerati multinazionali e strizza l’occhio ai diktat geopolitici occidentali. Non misura la sovranità, lo sviluppo umano, la distorsione delle diseguaglianze, ne la capacità di una nazione di garantirsi indipendenza energetica, alimentare e industriale, ma quanto si è conformi al modello neoliberista.

Ma non finisce qui. Come se si fosse rotto un incantesimo, tutta una serie di informazioni infamanti su Schwab sta emergendo alla luce del sole e le crepe, divenute voragini, stanno facendo traballare il suo impero dorato. Il Telegraph cita un informatore interno che ha fatto scattare un’indagine approfondita. Le manipolazioni non avrebbero riguardato solo il Regno Unito, ma anche altri Paesi: l’India, ad esempio, non doveva scendere di venti posizioni in classifica, perché ciò avrebbe potuto irritare il primo ministro Narendra Modi, compromettendo la sua partecipazione al Forum di Davos. «Dobbiamo proteggere le nostre relazioni con l’India prima di Davos 2019», avrebbe ordinato Schwab, a conferma che la classifica globale non era uno strumento oggettivo ma una leva di pressione geopolitica.

La caduta rovinosa di Schwab ha aperto un vaso di Pandora. Secondo quanto riportato dal quotidiano svizzero SonntagsZeitung e dal Berliner Zeitung, Schwab e la moglie Hilde sotto finiti sotto indagine a seguito a una lettera di alcuni whistleblower resa pubblica dal Wall Street Journal lo scorso aprile. I capi d’accusa riguardano presunte irregolarità finanziarie – spese esorbitanti sospette per oltre 836.000 sterline – manipolazioni di rapporti ufficiali e comportamenti inappropriati verso i dipendenti. Lo scorso anno, infatti, il Wall Street Journal aveva svelato casi di discriminazione, mobbing e abusi. Sotto la supervisione decennale di Schwab, il Forum di Davos avrebbe fatto proliferare un ambiente di lavoro tossico, ostile alle donne e alle persone afroamericane. 

Ad aprile, Schwab era stato costretto alle dimissioni precipitose, in una riunione straordinaria del board, dopo che il World Economic Forum aveva aperto un’indagine formale su lui. Una lettera anonima contenente gravi accuse di natura finanziaria ed etica a carico suo e della moglie, Hilde, inviata al Consiglio di amministrazione del Forum, denunciava un uso improprio delle risorse dell’organizzazione e una governance opaca. 

Il caso Schwab mostra come la verità sia diventata un dettaglio negoziabile, sacrificabile sull’altare degli obiettivi politici da parte del WEF, istituzionalizzando di contro la menzogna in difesa dello status quo. Schwab non ha solo piegato i dati, ma ha incarnato il volto di un’ideologia che considera la trasparenza una minaccia e la sovranità un ostacolo.

Una donna ha denunciato l’ASL per tortura: le negò l’accesso al suicidio assistito

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Era affetta da sclerosi multipla da oltre vent’anni, costretta a vivere in condizioni di sofferenza estrema, legata a macchinari per la sopravvivenza e totalmente dipendente dai suoi caregiver. Martina Oppelli, donna triestina di 50 anni, ha scelto la Svizzera per porre fine alle sue sofferenze tramite il suicidio assistito. Ma, prima di lasciare il nostro Paese, ha deciso di denunciare chi, a suo dire, l’ha costretta a una tortura istituzionalizzata. Attraverso la sua procuratrice speciale Filomena Gallo – avvocata e segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni – ha infatti depositato una denuncia-querela nei confronti dell’Azienda sanitaria universitaria giuliano isontina (Asugi), colpevole secondo lei di averle negato per tre volte l’accesso legale al suicidio medicalmente assistito. I reati oggetto della denuncia sono pesanti: rifiuto di atti d’ufficio e tortura.

A darne notizia è stato Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni e rappresentante legale di Soccorso Civile, durante una conferenza stampa tenutasi a Trieste in seguito al decesso della donna. La vicenda di Oppelli, oltre a riaprire il dibattito sul fine vita in Italia, mette sotto accusa il comportamento dell’azienda sanitaria friulana, che avrebbe – secondo quanto denunciato – ignorato ripetutamente i diritti garantiti dalla sentenza della Corte costituzionale n. 242/2019, conosciuta come “sentenza Cappato-Antoniani”.

Il punto centrale della contestazione è il reiterato diniego, da parte dell’Asugi, a riconoscere la «dipendenza da trattamento di sostegno vitale», uno dei quattro requisiti stabiliti dalla Corte per accedere al suicidio medicalmente assistito in Italia. Nonostante Martina, come evidenziato dall’Associazione Luca Coscioni, fosse «totalmente dipendente dall’assistenza di terze persone», senza il cui ausilio non avrebbe potuto svolgere «nessuna funzione vitale e quotidiana», nonostante assumesse «massicce dosi di farmaci» e utilizzasse «la macchina della tosse», senza la quale avrebbe rischiato «il soffocamento», la commissione medica dell’azienda sanitaria ha negato per ben tre volte la sussistenza di quel requisito. L’Asugi, secondo l’Associazione Coscioni, avrebbe persino rifiutato di rivalutare le condizioni cliniche della paziente, sostenendo che un ulteriore esame rappresentasse un costo inutile per la pubblica amministrazione. Una posizione che ha costretto Oppelli a presentare ricorso d’urgenza al Tribunale di Trieste nel 2024, ottenendo un’ordinanza che imponeva nuove verifiche. Il 13 agosto 2024, la ASUGI aveva inviato ai legali della donna la relazione finale e il nuovo parere del NEPC in ottemperanza a quanto ordinato dal Tribunale di Trieste. «Nonostante l’evidente peggioramento delle condizioni di salute di Martina, documentato da copiosa documentazione medica, la ASUGI ha nuovamente negato la sussistenza del requisito del “trattamento di sostegno vitale” e ciò in palese contrasto anche con la nuova interpretazione fornita dalla sentenza n. 135/2024 della Corte costituzionale di questo criterio», spiega l’Associazione Coscioni.

«Non solo le ha negato un diritto, ma l’ha fatta soffrire inutilmente, causandole danni fisici e psicologici che per legge si configurano come una vera e propria forma di tortura», ha messo nero su bianco l’Associazione. Martina ha affermato di essere stata «vittima di un trattamento inumano e degradante da parte delle istituzioni che hanno ignorato le sue sofferenze, costringendola a vivere per anni in una condizione di dolore estremo, aggravata dal rifiuto reiterato e immotivato di Asugi di riconoscerle l’accesso legale alla morte assistita». A sottolineare il valore simbolico e politico della denuncia è stato lo stesso Cappato: «Seguendo le volontà di Martina, abbiamo agito pubblicamente assumendoci le responsabilità per l’aiuto a lei fornito. Questa volta però, con Claudio Stellari, Matteo D’Angelo e Felicetta Maltese, abbiamo deciso di non recarci dalle forze dell’ordine per autodenunciarci, perché la denuncia c’è già, ed è la denuncia di Martina contro uno Stato che l’ha costretta a subire una vera e propria tortura, contro un Servizio sanitario di Regione Friuli Venezia Giulia che non ha fatto il proprio dovere, in linea con le posizioni politiche del presidente Fedriga in materia».

A differenza dell’eutanasia, in cui è il medico a somministrare direttamente il farmaco letale, nel suicidio assistito il paziente mantiene il controllo sull’atto finaleassumendo autonomamente il farmaco prescritto. Questa pratica è legale in alcuni Paesi, come Svizzera, Canada, Belgio e in alcuni stati degli USA, dove è regolata da normative stringenti che prevedono una valutazione medica accurata per verificare la lucidità del paziente e la gravità della sua condizione. In Italia, invece, il suicidio assistito è vietato, sebbene la Corte Costituzionale abbia aperto alla possibilità di non punire chi aiuta una persona a morire, in determinate circostanze stabilite dalla storica sentenza n. 242 del 2019 (caso Cappato-Dj Fabo). Nello specifico, il soggetto deve essere capace di prendere decisioni libere e consapevoli, affetto da una patologia irreversibile, sperimentare sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili e dipendere da trattamenti di sostegno vitale.

Thailandia, tempesta tropicale Wipha ha causato almeno 6 morti

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Sei persone sono morte in Thailandia a causa della tempesta tropicale Wipha, che negli ultimi giorni ha provocato inondazioni e frane, colpendo oltre 230mila persone. Dal 21 luglio, forti piogge hanno allagato 12 province, soprattutto nelle regioni settentrionali e centrali. Le autorità locali, attraverso il Dipartimento per la prevenzione e la mitigazione dei disastri, stanno monitorando l’impatto e coordinando gli aiuti nelle aree colpite. Sebbene le piogge siano previste diminuire, l’attenzione rimane alta, ricordando le tragiche alluvioni del 2011 che causarono oltre 500 vittime e ingenti danni.

State lontani dal nostro futuro

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Mercanti di morte, state lontani dal nostro futuro. Vorreste continuare a governare con l’odio e col vostro sporco interesse, alimentando paure e insoddisfazioni, gestendo con cinismo gli umori negativi della gente, sperando che si rassegni alla vostra incompetenza, al vostro desiderio di morte, facendo credere che sia ritenuto inevitabile quanto voi avete escogitato, badando bene che non se ne scoprano le vere ragioni.

State giocando sul sistema nervoso di centinaia di milioni di cittadini, suggestionandoli con la falsa idea di una supremazia di un popolo sull’altro, di una nazione sull’altra, rendendo tutti poveri di valori e di sicurezza sociale, imputando la responsabilità di quanto accade a nemici costruiti ad arte.

Siete lontani dalla storia, state diventando nemici del bene, agenti prezzolati di destini fallimentari. Vi piace comunque essere odiati, calati perfettamente nella sindrome dei dittatori democratici in balia di ordini superiori. Basta! non caricate più di tasse, oneri e balzelli minacciando orizzonti di guerre, pestilenze, epidemie, ventilando nemici alle porte, quando i veri nemici state diventando voi governanti oscuri che fate gestire le democrazie d’ Europa come dei casinò dove si corre il rischio ogni volta di perdere per false aspettative.

Avete gettato l’Europa indietro di secoli, siete voi i nuovi barbari, non gli immigrati, non gli stranieri, voi che governate diventate sempre più come alieni, disegnando futuri senza speranza, assediati dalla vostra prepotenza e ignoranza.

E soprattutto escogitando patti occulti con coloro che fate apparire i nostri competitori. Patti che prevedono ad esempio la svendita dell’Occidente civile, a vantaggio di chi? Proviamo a fare delle ipotesi…

Volete spingere i popoli ad accettare i vostri piani, voi che avete formato un ceto arrogante e competente soltanto nei vostri interessi, che sa nascondere i propri tornaconti tra le pieghe di regolamenti, di necessità artificiose, inconsistenti, incomprensibili, lontane da una minima felicità pubblica.

Avete poco tempo davanti, costruite prospettive di guerra perché sentite il fiato corto, ci illudete di futuri fantascientifici, di portata planetaria, perché avete perso il senso del pane quotidiano, della voglia di seminare e raccogliere, di lavorare per sé e per la propria famiglia. 

Non amate i vostri popoli, perché obbedite a un odio oscuro, perché siete merce di copertura per chi vuole prevalere a tutti i costi.

Dobbiamo al più presto riprenderci una vera democrazia, una opposizione intelligente e intransigente che ci faccia uscire da questo pantano, da questo clima di risentimenti reciproci e meschini che ci è calato addosso.

Mercanti di morte, vi terremo lontani dal nostro futuro.

Colombia, ex presidente Álvaro Uribe condannato a 12 anni per corruzione

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Álvaro Uribe Vélez, ex presidente della Colombia, è stato condannato a 12 anni di arresti domiciliari per frode processuale e corruzione di testimoni. La sentenza, emessa dal giudice Sandra Liliana Heredia, prevede anche una multa di 710.000 euro e un divieto di cariche pubbliche per oltre otto anni. Uribe e il suo avvocato sono accusati di aver manipolato testimonianze di ex paramilitari in un caso che aveva visto l’ex presidente denunciare il senatore Iván Cepeda. La difesa ha annunciato il ricorso in appello.

Trump rilancia l’escalation verbale con la Russia e schiera due sottomarini nucleari

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Il botta e risposta tra il presidente statunitense Donald Trump e l’ex presidente russo Dimitry Medvedev ha raggiunto il suo apice nella serata di venerdì 1° agosto, quando Trump ha dichiarato di aver disposto il posizionamento di due sottomarini nucleari «nelle regioni appropriate» – senza specificare quali, ma lasciando intendere che si tratti di regioni della Federazione Russa. Lo scambio di battute tra i due politici era iniziato lo scorso lunedì, quando Trump aveva dichiarato di concedere alla Russia 10 giorni di tempo per portare a termine la guerra in Ucraina.

Dopo le dichiarazioni del presidente statunitense, il 28 agosto Medvedev aveva pubblicato un post sul proprio profilo Twitter, dichiarando che ogni ultimatum rivolto da Trump alla Russia costituisce «una minaccia e un passo verso la guerra. Non tra Russia e Ucraina, ma con il suo stesso Paese». Sul suo canale Telegram Medvedev aveva poi definito l’accordo sui dazi raggiunto con l’Europa «apertamente anti-russo», in quanto vieta l’acquisto di gas e petrolio da Mosca, e fatto apertamente riferimento al programma Dead Hand, il sistema russo risalente alla Guerra Fredda di controllo automatico delle armi nucleari. «A proposito delle “economie morte” dell’India e della Russia e del fatto che “stanno entrando in un territorio molto pericoloso”, ricordategli [a Trump, ndr] i suoi film preferiti sul “morto che cammina” [riferimento a The Walking Dead, ndr] e a quanto possa essere pericolosa la mitica Dead Hand».

La risposta non si è fatta attendere. «Sulla base delle dichiarazioni altamente provocatorie dell’ex Presidente della Russia, Dmitry Medvedev, che ora è il Vice Presidente del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa, ho ordinato di posizionare due sottomarini nucleari nelle regioni appropriate, nel caso in cui tali affermazioni sciocche e infiammatorie si rivelino qualcosa di più – ha scritto Trump sul suo social Truth – Le parole sono molto importanti e spesso possono portare a conseguenze non volute, spero che questo non sia uno di quei casi. Grazie per la vostra attenzione a questo problema!».

La battaglia social dei due politici è iniziata dopo che, all’inizio della scorsa settimana, nel corso di un meeting con il premier inglese Starmer, Trump aveva dichiarato di aver ridotto da 50 a «10-12 giorni» il tempo massimo per la Russia per giungere a un cessate il fuoco con l’Ucraina, minacciando il Paese di dazi se questo non fosse stato rispettato. Secondo quanto dichiarato a Reuters da fonti governative statunitensi, i messaggi di Medvedev non sarebbero tuttavia stati considerati una minaccia da Washington, sottolineando anche che è improbabile che le dichiarazioni di Trump spingano la Russia a cambiare la propria linea sull’Ucraina. Non sarebbe dunque chiaro cosa abbia spinto Trump a rilasciare una dichiarazione del genere. Da quando è iniziato il suo mandato, all’inizio di quest’anno, il presidente USA ha usato spesso il proprio social Truth come piattaforma per fare annunci politici di varia natura. Al momento, la Marina USA e il Pentagono non hanno commentato ufficialmente le dichiarazioni del presidente.

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Serbia, sei arresti per crollo di Novi Sad

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In Serbia sei persone, tra cui l’ex ministro Tomislav Momirović, sono state arrestate per il crollo della tettoia della stazione di Novi Sad, avvenuto lo scorso novembre e costato la vita a 16 persone. L’incidente, simbolo della corruzione del sistema di potere del presidente Vučić, aveva scatenato proteste diffuse nel Paese, proseguite per mesi, con centinaia di migliaia di persone riversate nelle piazze. Gli arrestati sono accusati di aver gonfiato i costi dei lavori, affidati a due aziende cinesi, e aver sottratto fondi pubblici per quasi 100 milioni di euro. A dicembre erano già stati arrestati altri 11 indagati, tra cui l’ex ministro Goran Vesić.

Come fare realmente turismo etico, boicottando l’apartheid israeliana

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L’industria del turismo ha raggiunto a livello globale 1,4 miliardi di spostamenti nel 2024, con fatturati corrispondenti a circa 1,9 trilioni di dollari, in crescita costante e superando ormai il periodo pre-Covid (secondo dati UNWTO). Il turismo rappresenta inoltre un forte motore di crescita economica per alcune regioni in via di sviluppo, come Nord Africa e America Centrale, che hanno visto crescite record rispettivamente del 22% e del 17% rispetto al periodo pre-pandemico

Di pari passo con la crescita del turismo a livello globale, è maturata una nuova consapevolezza che ha portato alla formazione del cosiddetto “turismo responsabile” e del “turismo etico”: si è affermata in tal modo la coscienza del valore del viaggio come conoscenza e scambio rispettoso tra popoli e culture diverse. È un turismo sostenibile, rispettoso dell’ambiente, delle tradizioni locali e delle comunità ospitanti. Alla luce di questi valori, diventa pertanto inaccettabile lo sfruttamento a fini turistici di beni o territori sottratti con la forza ai legittimi proprietari. Stride, altresì, l’accoglienza turistica di persone che hanno commesso crimini di guerra e che viaggiano impunemente per svago. 

Per questo motivo, il movimento BDS (bdsitalia.org) sta portando l’attenzione sul turismo “non-etico” come potenziale target di boicottaggio e sanzioni, elaborando alcune semplici azioni che tutti noi possiamo compiere per viaggiare in modo più consapevole e, al tempo stesso, per contrastare l’apartheid israeliana e il genocidio in corso a Gaza. Ecco alcune idee per azioni di boicottaggio alla portata di tutti noi.

Boicottare le piattaforme di prenotazione online

Ci sono almeno due situazioni inaccettabili alla base della necessità di boicottare alcune piattaforme di prenotazione online che si stanno rendendo complici dello sterminio in corso. La prima ha a che vedere con il cosiddetto “turismo di guerra”. Tripadvisor pubblicizza macabri tour guidati ai confini di Gaza, come ad esempio il 7 ottobre: Tour del patrimonio e dell’eroismo al confine di Gaza. In questo caso, Tripadvisor diventa veicolo, per soldi, di una pratica disumana che consiste nell’osservazione morbosa di un genocidio in tempo reale. Inoltre, la piattaforma contribuisce alla normalizzazione dell’orrore e del genocidio per cui i visitatori, anziché essere disgustati dai bombardamenti su Gaza, vengono attratti dalla “pornografia della violenza”.

In secondo luogo, è stato evidenziato come alcune delle principali piattaforme di prenotazione online, quali Booking, Airbnb, Expedia e TripAdvisor, mettano a disposizione stanze e appartamenti in colonie israeliane costruite illegalmente in Cisgiordania e Gerusalemme Est. La costruzione di colonie illegali è stata condannata da molteplici risoluzioni, tra cui la Risoluzione 2334 del 2016 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e, più recentemente, dalla Corte Internazionale di Giustizia (CIG), che nel luglio 2024 ha ribadito che queste colonie sono state create da Israele in violazione del diritto internazionale. Secondo BDS, le piattaforme di prenotazione online dovrebbero verificare la legalità degli alloggi che vengono messi in affitto, per evitare di divenire complici di violazioni del diritto. L’illegalità di questi affitti turistici era già stata messa in evidenza da un approfondito rapporto di Amnesty International, intitolato Destination: Occupation, pubblicato nel 2019. Purtroppo, da allora la situazione non è migliorata: Booking.com, per esempio, non ha preso provvedimenti per evitare gli illeciti. Per tale motivo, questa piattaforma è stata messa sotto inchiesta con l’ipotesi di riciclaggio, in base a un’indagine di SOMO, un centro di ricerca indipendente sulle multinazionali, che nel 2024 ha presentato un esposto alla procura olandese. Una recente ricerca del Guardian di febbraio 2025 ha confermato come questa pratica sia ancora ampiamente diffusa: attualmente, si possono trovare oltre 760 camere riconducibili a immobili su colonie illegali messe in affitto su Airbnb e Booking. Tutti noi, come consumatori, possiamo boicottare queste piattaforme facendo pressione affinché non vengano più pubblicizzati alloggi in colonie illegali costruite su terreni rubati.

Perseguire l’impunità dei criminali di guerra

Considerando l’alto numero di uccisioni indiscriminate di oltre 55.000 civili (incluse donne e bambini) e di abusi e torture commessi dall’esercito israeliano a Gaza, è molto probabile che numerosi soldati israeliani in libera uscita come turisti siano stati coinvolti in crimini di guerra. Questa la motivazione per cui il titolare di Wind Villa, un hotel di Kyoto, in Giappone, ha chiesto ai suoi ospiti di sottoscrivere al momento del check-in una Dichiarazione di non coinvolgimento in crimini di guerra, in cui il cliente deve dichiarare «di non aver preso parte ad attacchi su civili, uccisioni di prigionieri di guerra, torture o ogni altro atto che ricada sotto l’Articolo 8 dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (CPI)». Sebbene ci siano state proteste da parte dell’ambasciatore israeliano, il titolare è rimasto fermo nelle sue intenzioni, dichiarando che ciò è a tutela e protezione dei suoi ospiti. Una simile dichiarazione, se adottata da tutti gli hotel, o meglio ancora resa obbligatoria dalle autorità di polizia come forma di controllo e prevenzione, potrebbe ostacolare la libera circolazione di criminali di guerra. Inoltre la Hind Rajab Foundation, nata per combattere l’impunità dell’esercito israeliano, monitora gli spostamenti dei militari israeliani all’estero e segnala tempestivamente alle autorità la presenza di possibili criminali di guerra in località di vacanza. Ciascuno di noi si potrebbe far carico di diffondere la conoscenza di tali pratiche presso centri di accoglienza turistica nei luoghi che avrà occasione di visitare.

Aderire alla campagna SPLAI  

Tutti gli spazi turistici, quali ad esempio alberghi, ristoranti, bar, centri culturali e sportivi, possono aderire alla campagna SPLAI (Spazi Liberi dall’Apartheid Israeliana), che promuove la creazione di una rete di spazi che si dichiarano liberi dalla discriminazione e dal razzismo e si impegnano a non avere rapporti con aziende e altre entità complici del regime israeliano di colonialismo, occupazione e apartheid.

Manifestazione di sostegno alla Taverna Santa Chiara, Napoli – maggio 2025.

Recentemente ha avuto grande risalto la polemica sollevata contro la Taverna Santa Chiara a Napoli, accusata falsamente di antisemitismo per avere risposto alle provocazioni di due clienti israeliani sostenitori del genocidio a Gaza e dell’oppressione del loro governo contro il popolo palestinese. Aderire alla campagna SPLAI per luoghi di accoglienza turistica significa anche dimostrarsi accoglienti nei confronti di turisti che condividono princìpi di giustizia e libertà e che rifiutano l’apartheid israeliana. Sottolineiamo che condannare i crimini di Israele non è antisemitismo e che le campagne di boicottaggio di BDS non prendono mai di mira l’identità delle persone, ma le complicità con il regime di oppressione israeliano. 

In conclusione, il turismo può essere un potente veicolo di crescita economica e scambio culturale tra i popoli, ma solo a patto che sia veramente etico. Tutti noi come consumatori critici possiamo sancire comportamenti illeciti e favorire la crescita di valori di giustizia e libertà.

Bosnia: confermata la condanna al presidente della Repubblica Sprska

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Una corte d’appello bosniaca ha confermato la condanna contro il presidente della Repubblica Serba della Bosnia ed Erzegovina (Repubblica Sprska), l’entità del Paese a maggioranza serba, Milorad Dodik. Dodik era stato condannato a un anno di carcere e sei anni di interdizione dai pubblici uffici per essersi rifiutato di rispondere alle delibere dell’Alto rappresentante Christian Schmidt, l’autorità incaricata di supervisionare il rispetto degli accordi che posero fine alla guerra nel Paese. Dodik è accusato, assieme a Radovan Višković e Nenad Stevandić, rispettivamente primo ministro e presidente dell’Assemblea Nazionale della Republika Srpska, di avere attaccato l’ordine costituzionale; ha annunciato che ignorerà la scelta del tribunale e continuerà a operare come presidente.

Perché la risposta di ogni intelligenza artificiale si basa anche su pregiudizi politici

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Le grandi aziende operanti nel settore dell’intelligenza artificiale hanno spesso descritto i loro modelli come strumenti alimentati da valori assoluti e oggettivi. L’idea alla base è che, in assenza di filtri imposti, l’integrazione massiva di dati sia sufficiente a garantire un punto di vista universale e bilanciato, privo di pregiudizi e inclinazioni. A livello sia aneddotico che tecnico, sappiamo ormai che questo assunto è profondamente fallace. Per contribuire a diffondere questa consapevolezza, una recente ricerca ha cercato di qualificare politicamente le risposte delle IA più rilevanti, con l’obiettivo di valutarne le posizioni.

L’analista dei dati Maria Sukhareva ha avuto l’intuizione di mettere alla prova i principali modelli linguistici di grandi dimensioni, al fine di creare uno spettro qualitativo dei punti di vista che sono programmati a diffondere. La ricercatrice ha definito 200 quesiti riguardanti dieci differenti “tematiche controverse”, chiedendo successivamente alle IA di rispondere fornendo un riscontro binario: un sì o un no. L’esperimento è stato ripetuto cinque volte per verificare la consistenza delle risposte e, aspetto particolarmente interessante, replicato in 14 lingue differenti.

Le domande affrontano temi quali il cambiamento climatico, le politiche migratorie, i diritti LGBTQ+ e sono formulati per generare reazioni classificabili secondo i valori generali della destra e della sinistra politiche, nonché secondo i paradigmi conservatori e progressisti. Ciò che è emerso è che il modello senza censure di Qwen, prodotto dalla cinese Alibaba, si dimostra marcatamente di destra progressista; GPT-3.5 Turbo e LLaMA-3 si attestano su posizioni centriste; mentre GPT-4o viene caratterizzato da un orientamento progressista di sinistra. Contrariamente alle speranze del suo proprietario, Elon Musk, Grok-3 Mini ha evidenziato posizioni di centro-sinistra al momento in cui è stato effettuato il test. Un risvolto ironico, se si considera che a inizio luglio il chatbot è stato trasformato in un megafono per messaggi di matrice nazista.

Sukhareva ha condotto la sua indagine in modo indipendente, su una scala contenuta e partendo da un assunto valoriale che, per forza di cose, nasce da una dimensione soggettiva e contestabile. Nonostante ciò, la sua analisi articolata sottolinea quanto sia errato considerare i modelli di intelligenza artificiale come qualcosa di assoluto e oggettivo, o ipotizzare che la semplice scalabilità dell’addestramento possa neutralizzare le inclinazioni politiche associate a questi strumenti. L’utilizzo delle IA richiede dunque estrema attenzione, responsabilità e consapevolezza, soprattutto quando questa viene applicata a contesti delicati come la salute mentale, la selezione del personale e i processi di sicurezza. Tutti settori su cui stanno puntando con decisione molteplici realtà commerciali.

Andando alla radice del problema, i dataset utilizzati per il pre-addestramento sono già di per sé intrinsecamente soggetti a criticità legate alla rappresentanza degli equilibri di potere, con il risultato che le culture marginalizzate partono spesso sin da subito da una posizione svantaggiata. Affidandosi prevalentemente ai dati raccolti dalla rete, le IA mostrano una propensione a promuovere posizioni polarizzate, conservatrici e di destra — una tendenza successivamente modulata o attenuata tramite filtri e comandi imposti dalle aziende, le quali portano a loro volta specifici interessi aziendali e visioni politiche.

Ancora più interessante, gli esperimenti condotti da Sukhareva hanno evidenziato come uno stesso modello possa generare risposte significativamente differenti in base alla lingua utilizzata per formulare il quesito. In molti casi, ad esempio, le IA hanno mostrato una preferenza per prospettive di destra in risposta a prompt in lingua russa. L’analista ha dichiarato l’intenzione di approfondire il tema delle differenze linguistiche in un prossimo focus di ricerca; tuttavia, tutto lascia intendere che gli utenti che impiegano questi strumenti debbano sviluppare una forte alfabetizzazione digitale, puntuale e critica, soprattutto in previsione di un’integrazione delle IA in ambiti complessi.