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Le autorità sanitarie ammettono: abbiamo sovrastimato rischio del Covid all’aperto

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Le misure imposte per l’utilizzo delle mascherine all’aperto si sono basate su studi sbagliati e su stime completamente inesatte. A confermarlo è Il Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), cioè l’agenzia governativa di controllo sulla sanità negli Stati Uniti.

La questione è stata sollevata da un’articolo pubblicato dal New York Times nel quale si afferma che il Cdc si affidò a studi completamente sbagliati quando raccomandò l’uso delle mascherine all’aperto e certificò, in un documento ufficiale, che «meno del 10% delle infezioni avviene all’aperto». Una esagerazione enorme, specifica l’articolo, visto che le ricerche scientifiche certificano un tasso di infezioni decisamente inferiore all’1%, probabilmente anche allo 0,1%. Al massimo un caso su mille all’aperto è anche quanto riporta uno studio pubblicato in Irlanda e basato sull’analisi di oltre 230.000 casi.

L’articolo del NYT si spinge oltre e, dati e studi alla mano, afferma che in verità «non esiste una singola infezione da Covid documentata in nessuna parte del mondo da interazioni casuali all’aperto, come camminare accanto a qualcuno per strada o mangiare a un tavolo vicino». Conclude l’articolo: «dire che meno del 10% dei contagi avviene all’aperto è come dire che gli squali attaccano meno di 20.000 nuotatori all’anno, mentre il numero mondiale effettivo è di circa 150. È vero ma anche enormemente ingannevole».

Obiezioni alle quali il Centers for Disease Control and Prevention ha risposto in una nota, confermano timidamente che in effetti si sono sbagliati. «I dati in nostro possesso supportano l’ipotesi che il rischio di trasmissione all’esterno sia basso. CDC non può fornire il livello di rischio specifico per ogni attività e preferisce sbagliare sul lato della protezione». Insomma: quando hanno stilato i documenti in realtà gli studi facevano già pensare che il livello dei contagi all’aperto fosse quasi trascurabile ma hanno scelto di sovrastimarlo.

Una dinamica che si è verificata non solo negli Usa ma ancor di più in tutti i paesi europei, Italia in testa. Qua infatti le misure di distanziamento, divieti e coprifuoco all’aperto sono state molto più severe di quelle che oggi si contestano negli Usa. Misure che, studi alla mano, non si sono basate su nessun dato scientifico affidabile e oggi possiamo definire assolutamente anti-scientifiche. Il fatto di aver preferito “sbagliare sul lato della protezione” ad inizio emergenza può anche essere comprensibile, ma non rivedere le norme che limitano le libertà costituzionali all’aperto ora che – ormai da mesi – la scienza ha dimostrato che sono del tutto ingiustificate, non è ammissibile.

 

Ambasciatrice Gb, entro l’anno accordo con l’Italia

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L’ambasciatrice britannica in Italia, Jill Morris, durante l’audizione alla commissione Esteri della Camera ha annunciato: «Stiamo lavorando strettamente con i nostri colleghi italiani per concludere prima della fine dell’anno un accordo di cooperazione bilaterale, tra il Regno Unito e l’Italia». L’accordo rientra nel quadro delle relazioni post-Brexit

Survival International: in Brasile le tribù incontattate sono a rischio sterminio

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Pianificando l’abolizione delle ordinanze d’emergenza che attualmente li tutelano, Bolsonaro sta tentando di facilitare l’accesso ai territori di diversi popoli indigeni incontattati. Trafficanti di legname, imprenditori agricoli e accaparratori terrieri avrebbero così la strada spianata per devastare le risorse naturali di queste aree. Le conseguenze – denuncia Survival International – potrebbero essere letali. I popoli incontattati, per definizione, non sono mai entrati a contatto con l’uomo moderno. Questa particolare condizione di isolamento da un lato li tutela, dall’altro, li rende particolarmente vulnerabili. L’unica barriera tra questi e lo sfruttamento delle terre a loro indispensabili, è proprio questa serie di ordinanze che l’amministrazione Bolsonaro vorrebbe abolire. «Sono sette i territori attualmente protetti da queste misure – spiega Survival in un comunicato – tre di esse scadranno tra settembre e dicembre 2021, e sono particolarmente a rischio».

Uno dei territori è quello dei Piripkura, un popolo già decimato da diversi massacri e la cui foresta è stata disboscata di oltre 900 ettari in un solo anno. Un altro caso è quello del territorio di Ituna Itatá, preso di mira da un senatore vicino a Bolsonaro che sta chiedendo che le dimensioni di questo vengano drasticamente ridotte. Politici statali e federali legati al settore del taglio del legno, dell’allevamento e del business agricolo stanno puntando, invece, ad altri territori. «Il Presidente Bolsonaro – ha concluso Survival – è fortemente favorevole a questi letali tentativi di accaparramento di terre, e ha esplicitamente detto di voler aprire tutti i territori indigeni allo sfruttamento».

D’altronde, non dovrebbe sorprendere. Dal suo insediamento, i tentativi di ridurre la tutela dei popoli indigeni sono stati molteplici. Come quello, forse tra i primi, di trasferire le funzioni del Funai, deputato alla gestione delle riserve indigene, al Ministero dell’Agricoltura. Fortunatamente fallito grazie ad una decisione del Congresso Brasiliano. Ma il Brasile, uno dei paesi che ospita il più alto numero di popoli incontattati, continua ad essere governato da chi, vent’anni fa, ha pronunciato queste parole: «È un peccato che la cavalleria brasiliana non sia stata efficiente quanto quella americana nello sterminare i suoi Indiani».

[di Simone Valeri]

“Ultima Legione”: blitz della polizia contro estremisti di destra

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Questa mattina è scattata un’operazione di Polizia che ha nel mirino un’organizzazione di estrema destra chiamata “Ultima Legione”. L’indagine, condotta dall’Antiterrorismo e dalla Digos dell’Aquila, è stata diretta dalla procura abruzzese e coordinata dalla Procura nazionale antimafia e antiterrorismo.

Gaza: 219 morti da inizio bombardamenti israeliani

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Dal 10 maggio, giorno in cui sono iniziati i bombardamenti israeliani a Gaza, 219 palestinesi hanno perso la vita. Lo ha reso noto il ministero della sanità di Hamas, il quale ha precisato che tra le vittime si contano 63 bambini, 26 donne e 16 anziani. Inoltre, sono 1530 le persone rimaste ferite finora.

Livorno e Napoli: i portuali si mobilitano per fermare il traffico di armi verso Israele

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La portacontainer Asiatic Island partita il 6 maggio da Haifa (Israele), è attraccata al porto di Livorno nella giornata di venerdì, dove però la sua sosta è stata breve a causa della protesta dei portuali: seppur non si sapesse con certezza cosa sarebbe stato caricato sulla nave, la mobilitazione è stata fatta per impedire un eventuale carico di armi destinato all’esercito di Netanyahu e manifestare la solidarietà al popolo palestinese. Anche i lavoratori del Porto di Napoli aderenti al sindacato “SI Cobas” si sono schierati contro lo «smistamento di armi che attraversano i nostri scali». In un recente comunicato hanno espresso la loro vicinanza ai palestinesi, che «da anni subiscono una spietata repressione ad opera di Israele», ed hanno denunciato la «complicità del governo italiano e della quasi totalità delle forze parlamentari con l’aggressione israeliana, nonché il silenzio-assenso dello Stato al transito di armi da guerra israeliane nei nostri porti». «Ma le nostre mani non si sporcheranno di sangue per le vostre guerre», hanno aggiunto i lavoratori.

Dunque, l’opposizione al trasporto di armi ed esplosivi nei porti civili si fa sempre più consistente. A tal proposito va anche ricordato che il Collettivo autonomo lavoratori portuali di Genova, i lavoratori del porto di Livorno e quelli di altri porti italiani ed europei stanno dando vita ad una grande rete che avrà lo scopo di non consentire l’attracco ed il carico delle navi che vengono utilizzate per tale fine. Si tratta infatti di una pratica consolidata che, evidentemente, sempre più portuali hanno intenzione di combattere.

[di Raffaele De Luca]

Il Marocco si scontra con la Spagna usando i migranti come arma

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Tra la notte di domenica 16 e il pomeriggio di lunedì 17 maggio 2021, più di 8000 migranti, prevalentemente marocchini, sono riusciti a raggiungere l’enclave spagnola di Ceuta. Tra questi c’erano anche almeno 1500 minorenni. Si sono mossi a piedi, con piccole imbaracazioni o a nuoto, approfittando della bassa marea. La Spagna ha risposto immediatamente, mandando l’esercito a bloccare gli arrivi e rimpatriando circa la metà dei migranti.

Il presidente di Ceuta Juan Jesús Vivas ha attribuito questo episodio, di portata senza precedenti, ad una “passività” delle autorità marocchine. Queste avrebbero lasciato che i migranti oltrepassassero i confini senza esercitare alcun tipo di controllo. Arrivi di migranti nordafricani attraverso le enclave di Ceuta e Melilla non sono una novità per la Spagna. Numeri così alti, però, non si erano ancora mai visti. Considerate le relazioni molto tese tra il Marocco e la Spagna, il sospetto generalizzato è che dietro questo episodio ci siano delle motivazioni di carattere politico.

Secondo il ministro dell’interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska, a motivare questa lassità negligente da parte del Marocco sarebbe il fatto che la Spagna ha recentemente accolto in ospedale Brahim Ghali, considerato dalle autorità marocchine un nemico pubblico. Al momento l’uomo, che ha 73 anni ed è malato di covid, si trova a Logroño, nei Paesi Baschi.

Ghali è il leader del Fronte Polisario, movimento indipendentista dei Saharawi, un popolo berbero del Sahara occidentale. Quando il Marocco era colonia spagnola, il tribunale dell’Aja, nel 1975, aveva stabilito il diritto all’autodeterminazione del popolo saharawi. Il Marocco però aveva negato loro tale diritto, portando ad una violenta ribellione. Nel 1991, il Marocco ha poi stipulato degli accordi con il popolo saharawi, ma ne ha nuovamente violato le condizioni. Recentemente, i Saharawi hanno quindi ripreso la lotta. Dopo più di 40 anni di conflitto, il Marocco ancora non riconosce il Fronte Polisario come legittimo. Le Nazioni Unite, e quindi anche la Spagna, invece lo riconoscono. Per questo il Fronte Polisario è al centro della rivalità tra i due paesi.

Per quanto un arrivo di migranti massiccio e motivato da ostilità politiche sia un fatto nuovo e inaspettato almeno per la Spagna, l’Europa è da un po’ che assiste a meccanismi di questo tipo. I migranti vengono utilizzati sempre di più come armi contro l’Unione Europea. Da anni la Turchia usa questo genere di tattica per ricattare l’Europa e lo stesso sembra star facendo anche la Russia con i rifugiati siriani. Oltre al fatto aberrante che dei disperati siano strumentalizzati politicamente da stati potenti e con forti interessi geopolitici, colpisce anche la fragilità dell’Europa, effettivamente terrorizzata e messa in scacco dalla sola idea di dover accogliere qualche migliaio di persone.

[di Anita Ishaq]

Embarco: presidio permanente dei lavoratori davanti sede Regione Piemonte

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Davanti alla sede della Regione Piemonte, in piazza Castello (Torino), è in corso un presidio permanente dei lavoratori dello stabilimento ex Embraco di Riva di Chieri. Nella giornata di oggi, i dipendenti della fabbrica hanno appeso in piazza le 400 lettere di licenziamento che hanno recentemente ricevuto. «In Italia lavorare è un diritto, tutto questo è vergognoso», hanno affermato i lavoratori.

Programma “Signature Reduction”: il reparto segreto del Pentagono è stato rivelato

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pentagono usa

In questi giorni la testata Newsweek ha portato alla luce i risultati di due anni di indagini che hanno esplorato alcuni impressionanti retroscena del Pentagono. Nello specifico, il giornale è riuscito a dipingere uno spaccato delle operazioni occulte che cadono in seno al Dipartimento della Difesa statunitense, evidenziando con una certa brutalità quanto il sistema di controllo a stelle e strisce sia a suo agio con l’aggirare quelle stesse regole che vorrebbe imporre alle altre nazioni.

A impressionare non è tanto il fatto che esistano manovre sottobanco – quello è scontato -, piuttosto la loro portata: il rapporto pubblicato stima che l’“armata segreta” sia composta da almeno 60.000 collaboratori, una mole umana che supera di decine di volte le dimensioni degli operatori clandestini che sono a disposizione della CIA. Anche messa così, si tratta di una stima per difetto, visto che ovviamente non esiste alcuna traccia formale dell’esistenza del programma – noto informalmente come “signature reduction” – e che molte di queste strategie vengano subappaltate ad aziende private che ben si guardano dallo scoprire le proprie carte.

Contratti classificati da 900 milioni di dollari all’anno sarebbero infatti siglati con circa 130 ditte che si preoccuperebbero in prima persona di intavolare manovre che violano le leggi nazionali, i codici di condotta militari e le Convenzioni di Ginevra. Circa la metà di queste si occuperebbe del gestire i famigerati “contractors” militari, ovvero coloro che un tempo venivano più opportunamente etichettati come “mercenari”; soldati ombra e personale sotto copertura che si fa pochi problemi a intervenire abusivamente nelle aree critiche del mondo, soprattutto in Medio Oriente e in Africa, ma anche nella Corea del Nord.

Non mancano all’appello neppure ditte che si destreggiano in quel genere di attività tipicamente legate ai film di spionaggio: modellazione di protesi in lattice con cui mascherare gli agenti sul campo, creazione di documenti e identità falsi, produzione tecnica di accessori di spionaggio, gestione della burocrazia legata alle identità fasulle messe in circolazione e così via.

Ultimi, ma non ultimi, ci sono gli informatici, icyber fighters” che si occupano di rastrellare il web per recuperare tutte quelle “informazioni pubblicamente accessibili” che potrebbero garantire un vantaggio strategico sui propri avversari. All’interno del programma signature reduction, costituiscono la branca che sta crescendo più rapidamente, cosa che dovrebbe destare più di qualche preoccupazione.

Oltre a lanciarsi nello spionaggio sfrenato, questi team di esperti fungono infatti da omologhi a stelle e strisce delle cosiddette troll farm” russe, ovvero adottano identità digitali contraffatte per intavolare strategie atte a influenzare, manipolare e inquinare le discussioni in atto sui social media. Molti di questi operativi rispondono, direttamente o indirettamente, alla National Security Agency (NSA), l’Intelligence della Difesa, tuttavia si starebbe progressivamente creando una costola separata e ufficiosa, ma anche estremamente attiva.

A rendere il tutto più controverso è proprio il fatto che signature reduction sia stato creato tra gli interstizi che dividono le competenze ufficiali governativi, a cavallo tra il mondo della CIA e quello delle forze dell’ordine. Il programma si muove in un’area grigia con l’intento esplicito di giostrare manovre e azioni che aderiscono a quel genere di conflitto che il mondo militare definisce opportunamente “Gray Zone” e che identifica le schermaglie occulte con cui influenzare o distruggere la competizione senza che però si lasci traccia di un intervento formale e armato.

L’incrementale importanza di questo settore torbido sarebbe fomentata paradossalmente dalla crescente trasparenza pretesa dai Governi e dalle Amministrazioni. Molti Paesi stanno infatti ormai intavolando o adottando norme condivise che tracciano con meticolosità merci e viaggiatori, inoltre anche la sfera virtuale sta avendo a che fare con numerosi stravolgimenti che depotenziano quelle dinamiche che hanno consentito anni di abusi malcelati. Un mondo più cristallino obbliga insomma i promotori dello status quo a inabissarsi ancor più nel fango e sembra che nessuno ne sia veramente esentato, men che meno la nazione che per prima critica questi atteggiamenti di viscida aggressività.

[di Walter Ferri]

Il Marocco richiama ambasciatrice in Spagna

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Il governo marocchino ha richiamato la sua ambasciatrice a Madrid, Karima Benyaich, per consultazioni, poco dopo che la diplomatica è stata convocata alla sede del ministero degli Esteri in Spagna in merito all’arrivo di migliaia di migranti a Ceuta, l’enclave spagnola sulla costa africana.