mercoledì 4 Febbraio 2026
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Ecuador: gli scioperi del movimento indigeno stanno bloccando il Paese contro il neoliberismo

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L’Ecuador è entrato oggi nel decimo giorno di sciopero nazionale indefinito convocato dal movimento indigeno della CONAIE (Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador). Decine di migliaia di persone da quasi dieci giorni stanno inondando le strade del Paese contro le misure economiche neoliberiste approvate dal governo Noboa con blocchi diffusi in tutte le autostrade e strade, barricate, manifestazioni e scontri con la polizia che sempre più violentemente sta cercando di reprimere le proteste crescenti. Le proteste sono state innescate dall’aumento della tassa sul carburante, che implica un importante aumento a catena dei prezzi di tutti i beni di prima necessità: un colpo letale per i settori popolari e contadini, già impoveriti dalla crisi economica che sta attraversando l’Ecuador.

«Signor Presidente, se in Ecuador regnerà il caos, l’unico responsabile sarà lei. Non vogliamo che si ripeta quanto accaduto nel 2019 e nel 2022. Siamo in grado di lottare», ha detto il presidente della CONAIE Marlon Vargas, ricordando gli ultimi due scioperi nazionali, dove le comunità indigene avevano dimostrato di poter bloccare il Paese e anche di “occupare” una parte della capitale, Quito. Lo scorso luglio l’Ecuador, sotto la presidenza del recentemente rieletto Noboa, aveva rinnovato un accordo di 48 mesi con il Fondo Monetario Internazionale con l’obbiettivo di «promuovere una serie di politiche economiche mirate alla sostenibilità finanziaria del paese». Le comunità indigene riunite nella CONAIE dichiarano che questo accordo si traduca in privatizzazioni, eliminazione di sussidi, diminuzione della spesa pubblica e furto delle terre indigene per il beneficio di imprese estrattiviste.

Il taglio del sussidio al diesel – il cui prezzo è aumentato nel giro di una settimana da 1,8 dollari al gallone a 2,8 – ufficializzato con il decreto esecutivo n° 126, è stato il detonatore che ha acceso la scintilla. Ma non è stato l’unico. Nelle rivendicazioni della protesta si respinge anche il referendum popolare indetto dal presidente Daniel Noboa, uno strumento che mira a consentire l’installazione di basi militari straniere, eliminare l’obbligo dello Stato di assegnare risorse alle organizzazioni politiche e dare il via a un’assemblea costituente per riscrivere la carta Magna in una chiara matrice neoliberista, eliminando molti degli articoli che proteggono le terre indigene. La costituzione ecuadoriana, scritta nel 2008, è anche la prima al mondo a riconoscere i diritti della natura.

Il movimento indigeno, che rappresenta 18 popoli e 15 nazionalità indigene dell’Ecuador, rifiuta anche l’espansione del confine petrolifero nei territori dei popoli e delle nazionalità e pretende la cessazione dell’espansione mineraria ed estrattiva. Un’altra richiesta è che l’imposta sul valore aggiunto (IVA),  aumentata al 15% nell’aprile 2024 con la motivazione di contrastare la crescente criminalità che affligge l’Ecuador, torni al 12%. Sono 10 gli obiettivi che mette in campo la CONAIE, che oltre a soluzioni concrete per la crisi del settore educativo e della salute pubblica, ora pretende ache la liberazione di tutte le persone imprigionate durante la protesta. Lo sciopero è iniziato il 22 settembre, dopo due giorni di disordini già indetti dai trasportatori. Nei giorni successivi molte organizzazioni indigene come la Fenocin, il MIT, la Confeniae, così come numerose comunità indigene di Tungurahua, Cotopaxi, Azuay, e anche della foresta amazzonica si sono unite alle mobilitazioni.

Domenica 28 settembre c’è stata la prima vittima, un uomo kichwa della comunità di Cuicocha-Inguitgzala, ucciso da proiettili dei militari. Un video mostra l’uomo ferito a terra, mentre un altro cerca di aiutarlo; quando arrivano i militari, iniziano a picchiarli selvaggiamente e, prima di andarsene, lasciano a terra i due uomini privi di sensi. Efraín Fueres è morto in ospedale poche ore dopo. Ma sono decine i feriti nelle manifestazioni che stanno incendiando soprattutto le province nella regione di Imbabura, nel nord, e gli arresti superano il centinaio. Il governo denuncia il sequestro di 17 militari e del ferimento di altri 12, nelle ore successive alla morte del manifestante in Imbabura. «Il presidente Daniel Noboa è chiaro: non negozieremo e non faremo marcia indietro», ha sottolineato la portavoce del governo, Carolina Jaramillo, durante una conferenza stampa svoltasi lunedì 29 settembre. Il pugno duro si era visto fin dai primi giorni dello scoppio dello sciopero, con l’instaurazione dello stato di emergenza in 8 province: coprifuoco dalle 22 alle 5 del mattino, divieto di riunirsi e un’enorme dispiegamento delle forze di polizia e militari sul territorio. Noboa inoltre ha normalizzato le accuse ai manifestanti per “atti di terrorismo”, minacciando arresti immediati con pene fino a 30 anni di carcere. Un’ondata di indignazione e rabbia era esplosa soprattutto a Otavalo, dopo l’arresto di 12 manifestanti che furono poi spostati alle carceri di Manabì ed Esmeraldas, quest’ultima la prigione dove il 24 settembre è avvenuto l’ennesimo massacro tra bande del crimine organizzato. Una sorta di “punizione esemplare” per instillare paura, vista la situazione delle prigioni ecuatoriane dove tra 2021 e il 2025 si sono registrati almeno 700 morti.

Poco dopo l’annuncio dello sciopero, diversi leader, dirigenti indigeni e organizzazioni sociali hanno denunciato il blocco dei propri conti bancari, tra cui quello istituzionale della CONAIE, quello del suo presidente Marlon Vargas, quello della Fondazione Pachamama, che si occupa di programmi di conservazione e diritti delle popolazioni e delle nazionalità indigene, e quello della sua presidente, Belén Páez. Una tattica dello stato per “creare caos” all’interno delle organizzazioni indigene, denunciano i leader. Si segnalano anche blocchi della linea telefonica e di internet nei territori di Cotacachi e Otavalo.

«Il vero terrore è stato imposto dal governo con la sua pressione contro il popolo», ha dichiarato Vargas, rilanciando la continuazione del paro. “Non faremo un passo indietro”.

Parma: sequestrate 21 opere di una mostra di Dalí perché ritenute false

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I carabinieri del Comando per la Tutela del Patrimonio Culturale hanno sequestrato 21 opere attribuite al pittore spagnolo Salvador Dalí perché ritenute false. Le opere sono state sequestrate per ordine della procura di Roma, e ora verranno portate nella Capitale per effettuare le operazioni di verifica dell’autenticità. L’ordine è scattato sulla base dei dubbi sollevati dalla Fondazione Gala-Salvador Dalí, che si occupa di tutelare le opere del pittore. La mostra è stata organizzata dalla società privata Navigare SRL e si tiene presso lo spazio di Palazzo Tarasconi.

L’UE lancia i corsi di educazione finanziaria per mobilitare i risparmi delle famiglie

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La Commissione europea vuole mobilitare il risparmio privato degli europei, che ammonta a circa 10.000 miliardi di euro, indirizzando gli investimenti verso quei settori che Bruxelles ritiene cruciali. A tal fine, l’esecutivo comunitario ha redatto un libro blu per i governi ai quali chiede di promuovere corsi di educazione finanziaria. L’obiettivo è convincere i cittadini a incanalare i loro risparmi in asset finanziari, particolarmente in quei settori come la difesa che per Bruxelles rappresentano oggi la priorità d’investimento.  Si tratta di un ulteriore passo avanti rispetto a una proposta che Bruxelles aveva già avanzato lo scorso marzo nel Libro Bianco per il Futuro della Difesa Europa e che permette soprattutto di portare avanti il progetto dell’Unione del risparmio e degli investimenti.  La strategia punta a mobilitare le ingenti risorse ferme in banche convincendo le famiglie a investire in ciò che viene indicato dalla politica attraverso un’attenta campagna di persuasione e di alfabetizzazione finanziaria. «Attraverso la nostra Strategia sull’alfabetizzazione finanziaria, collaboreremo a stretto contatto con gli Stati Membri per fornire a tutti le competenze finanziarie necessarie per gestire meglio il proprio budget, risparmiare di più e investire per il proprio futuro», ha affermato la commissaria per i Servizi finanziaria, Maria Luis Albuquerque.

Il piano di Bruxelles si basa su due punti fondamentali: i finanziamenti per le iniziative di alfabetizzazione finanziaria che dovranno mettere in atto gli Stati e lo sviluppo dei cosiddetti Conti di Risparmio e Investimento (SIA) che rappresentano un modello semplice per investire in strumenti finanziari. Quanto al primo punto, la Commissione incoraggerà gli Stati membri a utilizzare gli strumenti di finanziamento dell’UE esistenti per sostenere le iniziative di istruzione finanziaria e la ricerca. Inoltre, monitorerà i progressi e gli impatti dell’iniziativa attraverso regolari indagini Eurobarometro e incoraggiando gli Stati membri a sviluppare strumenti di valutazione per monitorare i progressi dei livelli di educazione finanziaria. Secondo un recente sondaggio , infatti, meno del 20% dei cittadini dell’UE ha un elevato livello di conoscenza in ambito finanziario. Il secondo punto prevede poi un piano per i Conti di Risparmio e di Investimento, sotto forma di raccomandazione della Commissione agli Stati membri. Secondo il comunicato ufficiale di Bruxelles, si tratta di conti correnti forniti da fornitori di servizi finanziari autorizzati che consentono agli investitori al dettaglio di investire nei mercati dei capitali. Questi conti mirano ad offrire ai cittadini opportunità di investimento semplici e accessibili: sarebbero infatti progettati per offrire «un modo semplice e intuitivo per far crescere il proprio patrimonio e raggiungere i propri obiettivi finanziari personali».

Per incoraggiare i risparmiatore ad aprire i conti SIA, la Commissione ha previsto anche incentivi fiscali e procedure fiscali semplificate, che rappresentano «un’opzione interessante per i cittadini che desiderano investire. Attraverso i SIA, i cittadini possono ottenere rendimenti più elevati sui propri risparmi rispetto alla conservazione in depositi bancari e scegliere in quali prodotti finanziari e settori economici investire». I conti SIA esistono già in alcuni Paesi europei. Tuttavia, la Commissione raccomanda ora a tutti gli Stati di introdurli facendo attenzione che abbiano precise caratteristiche, tra cui una varietà diversificata di fornitori (banche, società d’investimento, neobroker), semplicità, flessibilità, ampie opportunità d’investimento in prodotti come azioni, obbligazioni e fondi di investimento, incentivi fiscali e processo di tassazione semplificato.

La Commissione europea intende, dunque, lanciare una vera e propria campagna di sensibilizzazione, che potrebbe facilmente sfociare in una sorta di propaganda, per convincere gli europei a investire i loro risparmi nei settori più confacenti alle mire e alle strategie di Bruxelles. In altre parole, è iniziata ufficialmente l’operazione per attingere ai conti privati delle famiglie europee proprio in un momento in cui l’economia dell’Eurozona è in forte difficoltà, i consensi dei cittadini calano sempre di più, soprattutto in merito all’agenda di riarmo UE, e l’esecutivo comunitario stenta a trovare i fondi per il suo piano più ambizioso: quello di riarmare il Vecchio Continente, a maggior ragione in un momento in cui gli Stati europei sembrano avere perso l’ombrello statunitense della Difesa. La campagna di alfabetizzazione finanziaria, la pressione sui Paesi membri in tal senso e i sondaggi Eurobarometro sono tutti strumenti volti a racimolare fondi nella speranza di far ripartire l’esausta economia europea e finanziare il riarmo. Il tutto dovrebbe avvenire, secondo Bruxelles, con i fondi degli stessi cittadini europei, già vessati da un difficile contesto economico e dagli alti costi energetici.

Arresto, sedativi e collasso in cella: così si muore nel carcere di Santa Maria Capua Vetere

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Il 26 settembre scorso, a 24 ore dal suo arresto, Sylla Mamadou Khadialy moriva nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. 35 anni, senegalese, l’uomo era stato fermato il 25 settembre perchè accusato di due aggressioni. Attivista, sarto, autista Piedibus e calciatore dilettante, Mamadou era era conosciuto e stimato all’interno della comunità. Il garante dei detenuti della Campania e quello di Caserta chiedono chiarezza, sottolineando che l’uomo avrebbe avuto bisogno di cure psichiatriche urgenti in ospedale. I familiari denunciano l’uso ravvicinato di sedativi senza adeguata documentazione, somministrati tra pronto soccorso, Polfer e carcere. Numerose associazioni locali hanno organizzato una mobilitazione a Caserta per chiedere verità e giustizia per la sua morte.

Dopo il fermo per presunti reati di aggressione, Mamamdou si trovava al momento dell’arresto in un forte stato di agitazione, tanto da essere trasferito all’ospedale di Caserta, dove avrebbe ricevuto una terapia farmacologica – probabilmente un sedativo -, per essere poi trasferito al carcere di Santa Maria Capua Vetere. Il garante dei diritti dei detenuti della provincia di Caserta, Salvatore Saggiomo, ha riferito che «al momento dell’ingresso in carcere, Sylla Mamadou presentava uno stato di dissociazione dalla realtà, manifestando una forte agitazione e atteggiamenti aggressivi verso chiunque si avvicinasse», motivo per il quale «è stato posto in isolamento nella cella di matricola», dove avrebbe risposto con violenza ai tentativi di avvicinamento del personale sanitario. Secondo quanto riferito da Saggiomo, le condizioni di Mamadou erano tali per cui il medico psichiatra avrebbe ritenuto opportuno «un trasferimento in una struttura ospedaliera specializzata in emergenze psichiatriche acute». A quel punto è stato richiesto l’intervento del 118, ma il TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) non sarebbe mai stato effettuato. «Il personale sanitario ha somministrato farmaci, ma il medico penitenziario non è stato informato né sulla tipologia né sul dosaggio, e rimane poco chiaro come il detenuto sia stato dimesso dall’ospedale nonostante fosse ancora in stato di alterazione e aggressività». Poche ore dopo, la morte.

Organizzazione e collettivi attivi sul territorio campano si sono immediatamente mobilitati per chiedere verità su quanto accaduto a Mamadou. «Non si può morire così, nei luoghi che dovrebbero tutelare le persone, dove invece si trova opacità e disumanizzazione» hanno commentato in una nota l’ex OPG occupato Je So Pazzo, Movimento Migranti e Rifugiati Napoli e altre realtà locali. «Conoscevamo Sylla da oltre 7 anni, siamo diventati amici e compagni condividendo momenti di divertimento durante le assemblee e le manifestaizoni; e poi durante le battaglie per portare alla luce, grazie anche alla sua determinazione, la realtà malata dei centri di accoglienza nel casertano. Grazie a quella lotta riuscimmo a ottenere il suo trasferimento ed entrò a far parte della comunità dello Sprar di Caserta». Nella giornata di ieri, 30 settembre, proprio a Caserta si è svolto un presidio, con le persone che si sono mosse da piazza Dante fin sotto alla Prefettura per chiedere alle istituzioni di dare una risposta su quanto accaduto.

Negli ultimi anni, il carcere di Santa Maria Capua Vetere è salito più volte agli onori della cronaca per le violenze portate a termine contro i detenuti. Nel 2022, 105 tra funzionari e poliziotti finirono a processo per tortura, lesioni, abuso di autorità, falso in atto pubblico e cooperazione nell’omicidio colposo del detenuto algerino Lakimi Hamine, 28 anni, posto in isolamento dopo un pestaggio e ritrovato poi morto. I fatti avevano avuto luogo nel 2020, in pieno lockdown per la pandemia da Covid 19, quando nel carcere si sollevò una protesta dei detenuti alimentata dal terrore del contagio e dall’alto tasso di sovraffollamento. Gli agenti avevano risposto con immane violenza, come dimostrato dalle stesse immagini delle videocamere del carcere. Negli anni successivi, una trentina tra coloro che erano coinvolti nei fatti sono stati reintegrati.

Polonia: prorogati i controlli alle frontiere con Germania e Lituania

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La Polonia ha prorogato i controlli alle frontiere con Germania e Lituania per altri sei mesi, estendendoli fino al 4 aprile 2026. La misura, pensata per contrastare l’immigrazione illegale è stata inaugurata lo scorso luglio, quando il Paese aveva introdotto controlli temporanei per un mese. Essa era stata prorogata fino al 4 ottobre, e ora è stata oggetto di una seconda proroga. Con tali controlli, specifica il ministero dell’Interno, aumenterebbe il monitoraggio sul percorso dei migranti che transitano dal Paese per andare in Germania entrando proprio dalla Lituania.

Tilly Norwood, la “marionetta” IA che spaventa gli attori

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In occasione dello Zurich Summit 2025, costola imprenditoriale dello Zurich Film Festival, ha fatto la sua comparsa un nuovo, giovanissimo volto: quello di Tilly Norwood. L’“attrice” è stata presentata come il progetto di debutto di Xicoia, realtà nata come spin-off dello studio di produzione Particle6 con l’obiettivo di creare nuovi talenti pronti a tutto. Talenti, però, interamente virtuali: la scuderia dell’azienda è infatti composta esclusivamente da “star digitali iperrealistiche” generate tramite intelligenza artificiale. Secondo Eline Van der Velden, fondatrice e CEO di Xicoia, gli agenti interessati a firmare contratti con Tilly sono già numerosi, tuttavia, mentre a Zurigo si celebrava il debutto, a Hollywood la notizia ha scatenato le accese proteste del mondo attoriale.

“Per essere chiari, ‘Tilly Norwood’ non è un’attrice, è un personaggio generato da un programma di computer che è stato addestrato sul lavoro di innumerevoli attori  professionisti – senza permesso né compenso –, non ha esperienze di vita da cui attingere, nessuna emozione”, lamenta una dichiarazione firmata da SAG-AFTRA, noto sindacato degli attori hollywoodiani. In un certo senso, Xicoia vuole porre rimedio proprio a questa mancanza: i suoi avatar vengono progettati come “personalità” capaci di “coesistere all’interno di una narrativa coerente”, con storie preconfezionate che si arricchiscono man mano che vengono impiegati sul campo.

Resta da chiedersi: il sistema proprietario fornito dall’azienda, DeepFame, è davvero in grado di competere con gli attori del grande schermo? Non esattamente. Per ora gli avatar di Xicoia trovano applicazione soprattutto in pubblicità, podcast e contenuti social, ambiti già ampiamente popolati da simulacri digitali che sono adatti a mascherare i limiti ancora evidenti dell’IA generativa, la quale fatica soprattutto su produzioni lunghe e complesse. L’innovazione proposta dall’azienda sembra dunque puntare più sul piano del marketing e della gestione coordinata di più avatar, piuttosto che su un autentico salto tecnologico. Anche perché dietro a ogni “talento” digitale continuerà ad esserci una struttura ibrida che prevede la supervisione di uno staff in carne e ossa.

Sul fronte cinematografico, Xicoia propone piuttosto una diversa varietà di servizi: dal ringiovanimento virtuale al “restauro digitale” di attori defunti. Tuttavia, la recente polemica sviluppatasi attorno al film The Brutalist mostra chiaramente quanto pubblico e critica siano pronti a contestare l’uso dell’IA anche quando il suo ruolo è limitato a interventi di doppiaggio, previa approvazione dei professionisti coinvolti. È dunque plausibile che le grandi produzioni hollywoodiane esiteranno, almeno per ora, a normalizzare definitivamente quella che si potrebbe definire una forma di negromanzia algoritmica, continuando a relegare queste opportunità tecniche a casi limite.

Se il grande cinema può ancora dormire sonni relativamente tranquilli, lo stesso non si può dire per gli attori meno noti: molti di loro sopravvivono proprio grazie a quel sottobosco pubblicitario che Xicoia mira a presidiare e dominare grazie al supporto di operatori invisibili. In risposta alle legittime preoccupazioni dei performer di Hollywood, Van der Velden ha pubblicato un comunicato in cui esplicita che l’IA “non sostituisce le persone”. A suo dire si tratta semplicemente di un nuovo strumento che, “come l’animazione, il marionettismo e la computer grafica”, apre nuove strade per la creatività umana. In questa logica, Tilly Norwood non viene dunque descritta come un’attrice, bensì come “un’opera d’arte”.

Le 6 bugie che governo italiano e media hanno detto sulla Global Sumud Flotilla

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Man mano che le barche della Global Sumud Flotilla si avvicinano al territorio palestinese, il pericolo di eventuali azioni israeliane aumenta. In Italia, invece, la disinformazione dilaga, promossa dal governo e dai media mainstream. Nell’arco di queste ultime settimane, sono diverse le menzogne diffuse sulla missione e sul quadro giuridico entro cui essa si muove: la narrazione dominante ha trasformato le acque palestinesi in «territorio israeliano», il blocco marittimo su Gaza in un’azione riconosciuta dal diritto internazionale, le potenziali operazioni israeliane contro gli attivisti in manovre legittime. Nel tentativo di screditare l’iniziativa umanitaria, gli attivisti della Flotilla sono stati dipinti come «irresponsabili» dalle tendenze piromane, capaci di condurre veri e propri atti di auto-sabotaggio al solo scopo di attirare i riflettori, mentre la stessa missione, sorta con l’esplicito scopo di rompere l’assedio, è stata nel migliore dei casi circoscritta al solo tema degli aiuti, fino a essere accusata di essere «finanziata dai terroristi» senza alcuna prova reale.

1. La Flotilla è finanziata da Hamas

Uno dei primi giornali a scagliarsi contro l’iniziativa è stato Il Tempo, con la sua «inchiesta» sulla rete del terrore dietro la Flotilla. L’articolo del Tempo riporta un documento pubblicato dal ministero della Diaspora di Tel Aviv, in cui Israele svelerebbe i presunti legami della GSF con Hamas e i gruppi palestinesi. Il rapporto, tuttavia, non prova niente. Esso fa il nome di cinque membri di associazioni di attivisti per la Palestina legate alla GSF: il primo, Yahia Sarri, avrebbe avuto contatti con membri dei Fratelli Musulmani e di Hamas e mostrerebbe affinità con le ideologie di Daesh; tre gruppi non sono solo distinti, ma in conflitto da anni, visto che Hamas ha abbandonato la propria affiliazione con i Fratelli Musulmani nel 2017 e ha sempre combattuto contro l’ISIS. In ogni caso, il ministero non chiarisce in che termini i presunti contatti di Sarri con tali gruppi dimostrerebbero che dietro la GSF ci siano proprio queste organizzazioni.

Come per Sarri, anche per gli altri quattro: il secondo nome che compare è quello di un giornalista palestinese, reo di avere lavorato per un media di proprietà di Hamas; il terzo attivista, è menzionato perché arrestato in Egitto durante la marcia su Gaza di giugno, e come lui il quarto; l’ultimo, invece, è un membro di BDS accusato di legami con “gruppi terroristici” per alcuni suoi post sui social. In nessuno dei loro casi vengono portati elementi che colleghino la loro partecipazione a gruppi attivisti che appoggiano la GSF con presunti finanziamenti o coinvolgimenti diretti del «terrorismo» con la Flotilla.

Ieri, al documento del ministero della Diaspora è seguita una rivelazione di altri due documenti rinvenuti a Gaza e pubblicati dal ministero degli Esteri israeliano. Questi, secondo Israele e i media italiani che li hanno ripresi, dimostrerebbero che la GSF avrebbe ricevuto finanziamenti da Hamas: il primo documento è una semplice lettera alla Conferenza Popolare per i Palestinesi all’Estero (PCPA), un’organizzazione palestinese che raccoglie membri della diaspora palestinese. Il secondo, invece, è una tabella con dei nomi di individui legati alla PCPA, tra cui figura quello di un imprenditore che avrebbe donato «dozzine di barche» alla Flotilla. Anche in questo caso, tuttavia, i documenti non citano alcun finanziamento.

2. Gli attacchi alla Flotilla sono una montatura

Un frammento del dispositivo incendiario che ha attaccato la Global Sumud Flotilla.

Nei primi giorni di settembre a dominare i titoli di giornale sulla Flotilla sono stati gli attacchi con drone scagliati contro le barche ancorate in Tunisia. Gli attivisti, in questo caso, sono stati accusati di avere inscenato gli attacchi ricevuti per attirare l’attenzione dei media. L’accendino, i giubbetti, la traiettoria, titola Il Giornale, interrogandosi su ciò che non torna nel racconto della Flotilla. Secondo il quotidiano, l’attacco con droni, di cui sono presenti più video con audio e diversi testimoni, sarebbe in realtà un colpo di pistola di segnalazione «amica» andato male. Nonostante la pubblicazicone di foto e video dei detriti dei dispositivi incendiari e dei successivi attacchi in mare, le teorie del complotto sono andate avanti per giorni, tanto che c’è chi è arrivato a pensare che fosse tutto organizzato appositamente dagli attivisti – a quanto pare giornalisti di tutto il mondo compresi visto che nessuno a bordo ha denunciato niente.

3. “Non è una vera missione umanitaria: non vogliono portare gli aiuti”

Nei suoi vari interventi, la premier Meloni ha spesso affermato che quella della GSF non sarebbe una missione umanitaria accusando gli attivisti di non volere davvero consegnare gli aiuti. Su questo punto, la GSF è sempre stata limpida: lo scopo della missione non si limita alla consegna degli aiuti umanitari, che loro stessi ammettono essere simbolici e di quantità fin troppo ridotta per sfamare la popolazione di Gaza, ma intende smuovere i governi perché facciano pressione su Israele e gli impongano di fermare il genocidio. Lo ha detto la portavoce del gruppo Maria Elena Delia nel corso della sua intervista a L’Indipendente: «L’obiettivo è semplice. Dire no al genocidio, rompere il blocco di Gaza, e chiedere a gran voce la riapertura dei corridoi umanitari istituzionali». Il punto non è mai stato quello di consegnare gli aiuti, ma quello di fermare i massacri e istituire corridoi umanitari solidi, ed è sempre stato esplicito. In tal senso, le parole di Meloni sembrano essere tese a l’attenzione sul reale scopo del progetto, così da potere accusare l’iniziativa di essere velleitaria e «irresponsabile».

4. “L’Italia potrebbe consegnare gli aiuti quando vuole”

Sulla scia dello spostamento dell’attenzione sulla questione degli aiuti Meloni ha affermato che «non c’è bisogno di infilarsi in un teatro di guerra per consegnare aiuti che il governo italiano avrebbe potuto consegnare in poche ore». La domanda sorge spontanea: se davvero poteva, perché non lo ha fatto? La consegna degli aiuti umanitari a Gaza è infatti più complessa di quanto sembri, perché Israele controlla tutte le vie d’accesso alla Striscia. Questo significa che perché essi entrino, di fatto, serve il permesso israeliano. Visti i costanti bombardamenti, se l’Italia volesse consegnare degli aiuti non lo farebbe di prima mano, bensì affidandoli ad agenzie internazionali o attive sul posto come la Croce Rossa o i vari uffici dell’ONU. Il problema, tuttavia, continuerebbe a porsi: controllando i valichi di frontiera, è Israele a gestire cosa entra nella Striscia.

Il tutto non considera che una volta entrati, gli aiuti vanno distribuiti, e con l’istituzione della Gaza Humanitarian Foundation, lo Stato ebraico ha accentrato la maggior parte delle attività nei centri GHF. Questa è tra le altre una delle ragioni per cui il vero scopo della Global Sumud Flotilla è forzare il blocco israeliano: la missione vuole rompere l’assedio israeliano e creare un reale corridoio umanitario che non dipenda dalla volontà di Israele. Gli unici a poterlo fare realmente, tuttavia, sono i governi, esercitando pressioni su Tel Aviv.

5. Le acque di Gaza sono israeliane

Una barca nel porto di Gaza City, foto del 2011.

Tra le più reiterate menzogne sulla missione, alimentate direttamente dalla politica, vi sono quelle relative al quadro giuridico in cui essa si inserisce. Tajani ha parlato di «territorio israeliano», e Crosetto di acque «di un altro Paese che può considerare [ndr. l’entrata nel proprio territorio] un atto ostile», riferendosi chiaramente a Israele. La GSF, tuttavia, non prevede di entrare in territorio israeliano: le navi della Flotilla navigano piuttosto in acque internazionali e contano di sbarcare sui litorali gazawi, ossia in acque che il diritto internazionale riconosce alla Palestina. Il territorio marittimo palestinese è infatti tracciato in una dichiarazione del 2019, che risponde alle disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNLOCS), di cui la Palestina è firmataria dal 2015; la UNLOCS è il principale trattato internazionale che regola la gestione dei territori marittimi e riconosce come parte del territorio degli Stati tutte le acque entro le 12 miglia dalla costa. L’Italia stessa ha ratificato la Convenzione, e, con essa, oltre 160 Paesi.

6. Il blocco israeliano è legale

Parlando dell’ipotesi di entrata nelle acque gazawi, Crosetto ha espresso la sua preoccupazione sul destino della missione, affermando di dare «per scontato» che gli attivisti verrebbero arrestati. Le parole di Crosetto suggeriscono che una simile operazione da parte di Israele sarebbe normale o legittima, ma anche in questo caso, non è così: contrariamente a quanto sostengono in molti, il blocco navale di Israele non è riconosciuto dalle istituzioni internazionali; il falso mito sulla presunta legalità del blocco navale ruota attorno al cosiddetto “rapporto Palmer” del 2011, con il quale l’omonima commissione si esprimeva sull’attacco alla nave della Freedom Flotilla Mavi Marmora condotto dalle IDF, in seguito a cui l’esercito israeliano uccise 10 attivisti. Il rapporto condanna l’attacco e giudica il blocco legale per motivi di sicurezza; esso però non ha alcun valore vincolante, ed è meramente consultivo.

Anche se il blocco fosse legale, inoltre, la legge internazionale non permetterebbe a Israele di bloccare le navi o arrestare gli attivisti a bordo. L’Articolo 59 della IV Convenzione di Ginevra impone infatti alla “potenza occupante” di un “territorio occupato” di “accettare le azioni di soccorso organizzate a favore di detta popolazione”, di facilitarle, e di garantire il libero passaggio degli aiuti umanitari; tale prassi è confermata anche dal manuale di San Remo sulla legge internazionale nei conflitti marini. Secondo la legge internazionale, se le navi della GSF dovessero entrare in acque palestinesi, Israele potrebbe inviarvi le proprie truppe, che tuttavia potrebbero solo ispezionarle; Israele non può impedirne arbitrariamente il passaggio o confiscarne il carico, a meno di trovare beni illegali. Qualsiasi azione in acque internazionali è invece illegale.

Un altro cittadino ucraino è stato arrestato per il sabotaggio del Nord Stream

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Il mistero attorno al sabotaggio dei gasdotti Nord Stream si arricchisce di un nuovo tassello. La polizia polacca ha annunciato l’arresto di un cittadino ucraino, con mandato europeo emesso dalle autorità tedesche, accusato di aver partecipato all’attentato che, il 26 settembre del 2022, fece esplodere le condutture sottomarine nel Mar Baltico. La notizia diffusa dalla rete radiofonica privata RMF è stata confermata dal legale dell’uomo, identificato con il nome di Volodymyr Z.. L’arresto è avvenuto a Pruszkow, nel centro del Paese, alle porte della capitale Varsavia dove l’uomo è già stato messo a disposizione della procura. Si tratta del secondo fermo legato all’inchiesta: lo scorso maggio, infatti, un tribunale tedesco aveva già disposto la custodia cautelare per Serhii K., anch’egli di nazionalità ucraina, ritenuto parte del commando responsabile dell’operazione. Secondo le autorità di Varsavia, il nuovo indagato avrebbe avuto un ruolo nella logistica e nella preparazione dell’azione di sabotaggio, fornendo supporto e materiali utili all’esecuzione. La vicenda riporta così sotto i riflettori un caso che da tre anni continua a sollevare interrogativi e tensioni geopolitiche. Quando i gasdotti furono colpiti, il dibattito internazionale si concentrò immediatamente sulle possibili responsabilità della Russia. Gran parte della stampa occidentale, nonostante l’assenza di prove concrete, alimentò la tesi secondo cui Mosca avrebbe avuto interesse a danneggiare la propria stessa infrastruttura energetica per ricattare l’Europa e mantenere alta l’instabilità.

Una narrazione che già allora appariva contraddittoria e che oggi, alla luce degli arresti e delle nuove indagini si è sgretolata, inchiodando Kiev alle sue responsabilità. Da subito erano emerse le anomalie e le incongruenze di una pista che puntava a Mosca: il sabotaggio del Nord Stream aveva privato la Russia di uno strumento cruciale di pressione economica e politica, oltre che di miliardi di euro di introiti derivanti dalla vendita di gas all’Europa. Nonostante questo, i governi occidentali insistevano sulla responsabilità del Cremlino, rafforzando così la linea della contrapposizione totale e giustificando il sostegno militare a Kiev. Nel novembre del 2023, però, fonti governative statunitensi ammisero in via confidenziale che il sabotaggio era stato pianificato e condotto da un gruppo legato ai servizi segreti ucraini. La versione venne rilanciata dal Washington Post e confermata da ulteriori riscontri investigativi tedeschi. Secondo il quotidiano statunitense, sarebbe stato Roman Chervinsky, un colonnello delle forze armate ucraine per le operazioni speciali a gestire la logistica e il supporto a un team di circa sei persone che avrebbe poi piazzato l’esplosivo sotto al gasdotto. Chervinsky avrebbe preso ordini da funzionari ucraini sotto la guida diretta del generale Valery Zaluhny, il comandante in capo delle forze armate ucraine. Parallelamente, l’inchiesta del premio Pulitzer Seymour Hersh, pubblicata nel febbraio 2023, aveva scosso il dibattito internazionale. Secondo il giornalista investigativo americano, dietro l’operazione vi sarebbe stata la mano diretta degli Stati Uniti, con la collaborazione della Norvegia. Hersh sosteneva che Washington avesse avuto tutto l’interesse a spezzare definitivamente i rapporti energetici tra Europa e Russia, garantendo al contempo una maggiore dipendenza del Vecchio Continente dal gas liquefatto statunitense. L’arresto in Polonia conferma un quadro che, pur restando frammentario, conferma le responsabilità di Kiev per il sabotaggio, nonostante Zelensky abbia cercato fino all’ultimo di negare, dichiarando che «niente del genere è stato fatto dall’Ucraina, mostratemi le prove». Dopo il dossier pubblicato dal Washington Post, sono arrivati gli arresti.

Se da un lato le indagini tedesche e polacche hanno già raccolto prove concrete contro idue cittadini ucraini coinvolti in prima persona, dall’altro rimangono aperte le domande sugli eventuali mandanti politici. Era un’operazione condotta da Kiev in piena autonomia, oppure si trattò di un’azione coperta e appoggiata da partner occidentali, interessati a isolare definitivamente Mosca dal mercato energetico europeo? Ciò che appare evidente è che la narrazione dominante del 2022, che puntava il dito esclusivamente contro la Russia, si è rivelata infondata. Per mesi, Mosca è stata dipinta come il nemico pronto a sabotare se stesso, mentre oggi le rivelazioni giornalistiche, le ammissioni riservate di funzionari statunitensi e gli arresti in Europa convergono tutte nella stessa direzione: la Russia fu accusata senza prove, mentre i veri autori dell’attacco sembrano sempre più vicini al governo ucraino. La notizia dell’arresto giunge in un contesto di scambi di accuse reciproche di sabotaggi, con Mosca che ha insinuato che Kiev starebbe preparando una provocazione clamorosa in Polonia, un’azione di “false flag” per scatenare la reazione della NATO ed entrare in una guerra aperta. In questo clima di alta tensione, il caso del Nord Stream rappresenta un punto nevralgico della propaganda bellica e mostra come l’opinione pubblica occidentale sia stata guidata verso una lettura univoca, utile a giustificare scelte politiche e militari già prese.

Creme di nocciola e cacao in commercio: quali sono realmente quelle di qualità?

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Negli ultimi tempi sul mercato alimentare assistiamo ad una vera e propria esplosione di creme nocciola e cacao. In qualsiasi supermercato possiamo tranquillamente trovare a scaffale almeno 6 o 7 marche diverse di questo prodotto, accanto alla più famosa Nutella. E alcuni di questi marchi più recenti si presentano a livello di marketing come delle alternative più salutari rispetto ad altre che godono di vendite e consensi molto popolari. In questo articolo cerchiamo di dare qualche informazione accurata sulla composizione e le proprietà nutrizionali di queste creme spalmabili, allo scopo di fare scelte di acquisto più consapevoli e mirate. 

Qualità: materia prima e altri ingredienti

L’elemento decisivo per valutare la qualità di questi prodotti è sicuramente la quantità di nocciole in esse contenute, perché rappresentano l’ingrediente più pregiato e di base, insieme al cacao. Molti consumatori non fanno attenzione a questo aspetto, perché è ancora troppo diffusa l’abitudine di valutare come “buono” o “cattivo” un alimento in base al suo sapore e gusto, tralasciando completamente il suo valore nutrizionale o attribuendo a ciò solo un’importanza marginale e secondaria. In realtà una crema di nocciole e cacao dovrebbe contenere in prevalenza solo questi 2 ingredienti e al limite piccolissime quantità di altre sostanze, altrimenti è come se acquistassimo dei biscotti “integrali” dove la composizione prevede in gran parte la farina bianca e solo una piccola percentuale di grano integrale, oppure una pasta integrale dove solo il 13%, poniamo, sia semola integrale ma il rimanente 87% sia invece farina di riso bianco. 

Da questo punto di vista sul mercato è presente una grande varietà di prodotti in cui si passa da quantitativi davvero minimi di nocciola attorno al 10%, fino a creme che ne contengono oltre il 70% o addirittura arrivano al 100% di nocciole. Qualitativamente parlando, e anche dal punto di vista nutrizionale, una crema con più nocciola sarà sempre migliore di un’altra con meno nocciole, proprio perché la frutta secca conferisce all’alimento un valore intrinseco in termini di apporto di fibre, proteine, grassi buoni, vitamine, minerali e antiossidanti. Questi sono infatti i nutrienti presenti nelle nocciole e di conseguenza anche nella crema che daremo ai nostri figli o che consumiamo golosamente anche noi adulti. 

Crema con olio aggiunto, emulsionanti e aromi.

Il contenuto di nocciole è determinante anche per capire se il prodotto è troppo ricco di zucchero, oli aggiunti e additivi vari, come gli emulsionanti. Infatti possiamo vedere che nei prodotti in cui troviamo lo zucchero al primo posto della lista ingredienti, vengono inseriti anche oli raffinati, aromi ed emulsionanti, sostanze di cui sarebbe bene fare a meno perché vanno a detrimento della nostra salute. Dato che le nocciole sono poche, bisognerà aggiungere olio (per rendere il prodotto cremoso e spalmabile) emulsionanti (per aumentare cremosità e miscelabilità degli ingredienti) e aromi per restituire gusto che manca a causa del basso quantitativo dell’ingrediente di base (nocciola). 

Le creme che hanno dunque lo zucchero al primo posto della lista ingredienti e soltanto poche nocciole, contengono per forza anche oli raffinati aggiunti (palma, girasole), emulsionanti e aromi. Questo è il genere di prodotto peggiore in assoluto dal punto di vista nutrizionale. Non adatto certamente per un consumo frequente e regolare. 

Salendo in termini di quantità è possibile trovare le creme che non hanno più lo zucchero come primo ingrediente, ma la nocciola. Questi prodotti non contengono più nemmeno oli raffinati e grassi estranei come olio di palma o girasole, al massimo il burro di cacao che fa parte però di uno degli ingredienti caratterizzanti la ricetta: il cacao appunto. Il quantitativo di zucchero è inferiore ma sono presenti ancora aromi ed emulsionanti. 

Valore nutritivo e gusto possono andare a braccetto

Un ulteriore scatto di qualità si fa invece scegliendo quei prodotti che oltre ad avere un più elevato quantitativo di nocciola (oltre il 70%), non presentano più aromi, emulsionanti e grassi di nessun tipo. Lo zucchero è presente ma in piccole quantità. I grassi e gli oli estranei non servono perché la cremosità e spalmabilità è data dai grassi naturali delle nocciole, finalmente presenti in quantità. A questo livello qualitativo si riduce drasticamente quindi il numero di ingredienti che compongono il prodotto, solitamente 3 al massimo.

Crema con 70% di nocciole e soltanto 3 ingredienti

Il massimo livello qualitativo dal punto di vista nutrizionale e salutistico si può ottenere quando arriviamo ad acquistare una crema di nocciole pura, cioè con un unico ingrediente e col 100% di nocciola. Queste creme sono arrivate in commercio solo negli ultimi 2 anni e costituiscono il gioiello più ambito da tutti i consumatori che gravitano nel mondo del benessere e del fitness. Ma personalmente consiglio fortemente anche ai genitori e a tutti gli altri consumatori in genere, di orientarsi verso questo genere di soluzione, la quale garantirà nutrimento sano per i figli in termini di valore nutrizionale (senza più zuccheri inutili e grassi raffinati nocivi), oltre ad essere una scelta appagante per il gusto e il piacere. Queste non hanno nulla da invidiare ai prodotti più pubblicizzati e il costo di acquisto è di poco superiore, giustificato da una qualità nettamente più alta e da un profilo salutare che non si ritrova nelle creme più “famose” e con un marketing portentoso di supporto.

A questo punto, finalmente, abbiamo trovato un prodotto che è possibile consumare anche tutti i giorni senza alcun problema, dato che è esattamente equivalente a mangiare della frutta secca, nello specifico le nocciole, ma sul mercato ci sono anche le creme di altri frutti come mandorle, pistacchio, arachidi. Se proprio lo si desidera, aggiungiamo del cacao in polvere ed ecco che ci ritroveremo tra le papille gustative una vera crema di nocciole e non più una crema di zucchero e olio di palma spacciata per crema di nocciole e cacao.

Aereo militare precipita nel Parco Nazionale del Circeo: due morti

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Un velivolo T-260B appartenente al 70° Stormo di Latina è precipitato durante una missione addestrativa all’interno del Parco Nazionale del Circeo, nel territorio di Sabaudia. L’aereo si è schiantato tra la Migliara 49 e Cerasella, vicino a una delle entrate del parco, in una zona boschiva isolata. Sul posto i soccorritori hanno trovato i resti del velivolo in fiamme e i corpi senza vita dei due militari a bordo. Non risultano persone civili ferite. Le cause dell’incidente sono ora al vaglio dell’Aeronautica Militare, che ha aperto un’inchiesta per chiarire le circostanze del tragico evento.