Sessanta Paesi invitati a partecipare a un vertice globale contro la presunta minaccia del terrorismo di sinistra. È l’ultima iniziativa del segretario di Stato statunitense Marco Rubio, che ha già preso il nome di “Riunione ministeriale sulla rinascita del terrorismo politico”. La chiamata sta venendo poco considerata dagli alleati europei, tanto che la maggior parte dei Paesi, Italia compresa, si limiterà a inviare funzionari di secondo livello. Gli incontri si concentreranno sui movimenti di “estrema sinistra” ricondotti sotto l’ombrello di quel fenomeno dai contorni sfumati che Donald Trump definisce “antifa”. Da mesi ormai l’amministrazione statunitense ha lanciato una crociata contro tali gruppi, senza tuttavia specificare cosa essi siano, arrivando così a perseguire – e punire severamente – vaste frange del dissenso politico interno. L’evento in programma sembra avere un taglio puramente politico: esso punta a globalizzare il neo‑maccartismo trumpiano e a sbloccare nuovi strumenti per contrastarlo internamente, equiparando proteste ambientali o contro la violenza della polizia a gruppi terroristici internazionali.
Della riunione ministeriale organizzata da Rubio si sa molto poco. Il Dipartimento di Stato non ha rilasciato documenti, comunicati o note che spieghino struttura e scopo dell’iniziativa. Le informazioni ufficiali sull’evento scarseggiano a tal punto che non è stata confermata neanche la data in cui si svolgerà: sebbene la stragrande maggioranza dei media sostenga che dovrebbe tenersi questa settimana, giovedì 16 luglio, altri riportano che avrà luogo mercoledì 15. La maggior parte dei dettagli sull’evento proviene da un lungo resoconto del Washington Post – ripreso anche dal Dipartimento di Stato – che afferma di avere letto i documenti di presentazione della riunione e gli inviti spediti dagli USA ai vari Paesi. Le altre (poche) informazioni sono state diffuse da articoli ripresi dal Dipartimento di Stato e da brevi dichiarazioni di funzionari della Casa Bianca.
Da quanto traspare, il vertice sarebbe incentrato su quella che l’amministrazione Trump definisce una rinascita dell’estremismo politico transnazionale, e in particolare delle presunte reti violente di estrema sinistra: nel presentare l’iniziativa, il portavoce del Dipartimento di Stato, Tommy Pigot, ha definito il terrorismo politico di estrema sinistra «una vecchia minaccia che sta riemergendo con forti legami transnazionali e nuove convergenze». All’incontro sono stati invitati ministri di almeno 60 Paesi di Europa, Asia e America Occidentale, ma la stragrande maggioranza di essi si limiterà a mandare funzionari equivalenti ai nostri sottosegretari. Lo scopo ultimo pare quello di diffondere su scala internazionale la lotta al dissenso e ai cosiddetti “movimenti antifa” e “di sinistra”, e di potenziare gli strumenti investigativi e di sorveglianza di cui le forze di polizia statunitensi possono dotarsi nelle indagini contro di essi.
La riunione, insomma, pare ideologica e orientata politicamente. A tal proposito, diversi analisti sostengono che il terrorismo politico di sinistra non sarebbe realmente tanto esteso da giustificare la sua messa al bando e il suo contrasto su scala internazionale: «Finora l’estremismo violento di sinistra si è generalmente dimostrato meno letale di altre forme di terrorismo», ha dichiarato al Washington Post Bruce Hoffman, ricercatore presso il Council on Foreign Relations. «È una politicizzazione dell’intelligence», ha aggiunto Colin P. Clarke, direttore esecutivo del Soufan Center; «strumentalizza la lotta al terrorismo per fini partitici». Alle critiche degli esperti si aggiungono quelle di diversi funzionari statunitensi, che hanno parlato al Washington Post sotto condizione di anonimato: di preciso, gli alleati di Trump avrebbero sollevato preoccupazioni sulla possibilità di utilizzare strumenti come la legge antiterrorismo contro movimenti politici; secondo altri funzionari specializzati nella lotta al terrorismo, invece, «l’enfasi» posta dall’amministrazione Trump sui movimenti di sinistra sarebbe «fuorviante». Il quotidiano menziona anche tre diversi diplomatici europei che sostengono che il “terrorismo rosso” non rappresenterebbe alcuna minaccia, affermando piuttosto che la violenza perpetrata dai movimenti di destra sarebbe più incisiva di quella proveniente da sinistra.
Insomma: se pubblicamente l’amministrazione Trump paventa il pericolo di un terrorismo internazionale di sinistra, sotto banco gli stessi funzionari statunitensi paiono avere dubbi sulla sua esistenza. A confermare la connotazione politica dell’incontro – e la sua lontananza dal tema della sicurezza che dovrebbe affrontare – arrivano le designazioni dei Paesi invitati, che hanno deciso di mandarvi funzionari minori. In generale, è da mesi che l’amministrazione Trump sta intensificando la propria lotta contro il dissenso politico, provando a identificare movimenti diversi e diversificati come minacce alla sicurezza nazionale: a fare scattare la miccia è stata l’uccisione di Charlie Kirk, che il presidente ha attribuito a una non meglio precisata «retorica antifascista». Dopo tale caso, Trump ha aumentato la stretta repressiva, definendo il cosiddetto “movimento antifa” una “organizzazione terroristica interna”, senza tuttavia specificare cosa sia quello stesso movimento.
Sulla scia di tale designazione, Trump ha deciso di inserire quattro gruppi antifascisti europei nella lista nera delle Organizzazioni Terroristiche Straniere, mentre recentemente sono state inflitte pene fino a cent’anni a manifestanti che avevano protestato contro le violenze dell’ICE – la polizia anti‑immigrazione – nei confronti delle persone immigrate. Da tempo l’amministrazione statunitense sta provando a estendere questa politica repressiva, rafforzata da una retorica neo‑maccartista, anche all’estero: negli ultimi mesi sono stati organizzati diversi incontri e convegni internazionali, anche in sedi di intelligence, per provare a convincere altri Paesi e analisti che il terrorismo rosso costituirebbe una minaccia globale. Lo scopo pare quello di inscenare una vera e propria caccia alle streghe (“di sinistra”), costruendo retoricamente una minaccia che nessuno ritiene esista davvero, così da schiacciare il dissenso interno e imporre la propria visione politica oltre i confini nazionali.





Gli USA di Trump stanno semplicemente tornando alle origini, quando i trafficanti di alcol lo vendevano agli Indiani per poi rubar loro le terre, quando facevano cose da ubriachi.