In Italia abbiamo un’interpretazione politicamente molto fantasiosa del termine “progressista”. Preso alla lettera, indicherebbe una tendenza al cambiamento sociale, all’ampliamento dei diritti e alla tutela delle fasce più deboli. In particolare dei più poveri, che dovrebbero vedersi garantire salari dignitosi e migliori condizioni di lavoro. Nel nostro paese, invece, per “campo progressista” si intendono tre partiti di centrosinistra che faticano a trovarsi d’accordo persino sul concetto di salario minimo e che si arrabattano per mettere insieme una maggioranza che consenta loro di governare senza doversi alleare con Renzi, Calenda e il loro esercito del tre per cento. Esercito che peraltro coltiva un’idea di progresso tutta sua, fatta di corsa agli armamenti e centrali nucleari.
In questo dibattito ad altissimo livello si è inserito, a sorpresa, il sindaco leghista di Ferrara Alan Fabbri, che ha rivendicato per la sua città il primato progressista con un argomento che nessun tavolo di coalizione aveva ancora messo in agenda. «Se proprio vogliamo parlare di qualcosa di straordinario e progressista – ha dichiarato, intervistato da una radio romana – possiamo dire che a Ferrara Marilyn Manson sarà ospitato dalle suore, in un convento». Un annuncio che ha spiazzato gli analisti politici e ridefinito in modo creativo i confini del concetto di avanguardia. Esiste dunque anche una cultura progressista di destra. Solo che non riguarda i salari, i diritti, le politiche sociali o la transizione ecologica. Riguarda l’organizzazione di un concerto di Marilyn Manson con il supporto logistico delle suore.
La frase, pronunciata mesi prima dell’evento, fa il giro d’Italia in poche ore. I giornali titolano sulla rockstar maledetta che dorme in convento e il sindaco cavalca l’onda pubblicando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale in cui Marilyn Manson prende il tè con le suore. Peccato che la realtà fosse molto meno pittoresca. Non era previsto nessun pernottamento: il convento delle suore di San Vincenzo avrebbe semplicemente fornito un punto d’appoggio da usare come backstage prima di salire sul palco. Cosa che accade da anni ogni volta che ci sono grossi concerti in città. Il clamore dato dalla stampa, tuttavia, produce i suoi effetti. Nel giro di ventiquattro ore le suore comunicano di non voler più accogliere Marilyn Manson. Secondo il sindaco avrebbero ricevuto ordini dall’alto. La Curia replica “sconcertata e indignata”, negando qualsiasi coinvolgimento e precisando che le suore sono perfettamente in grado di decidere da sole. Poi, giusto per ribadire la propria terzietà sulla vicenda, boccia il concerto: «non è musica che fa crescere i nostri giovani». Fabbri si rammarica: «Sarebbe stata una bella storia da raccontare», poi chiude con la morale del pastore ferito. Nella sua idea di Chiesa, dice, «una pecorella smarrita andrebbe accolta, non respinta».

Vedere un leghista fare la morale alla Curia sull’accoglienza è probabilmente la cosa più vicina al campo progressista che questa storia riuscirà a produrre. C’è però un dettaglio che rende tutta la vicenda ancora più paradossale. L’anno scorso, il 17 giugno 2025, su quello stesso palco hanno suonato gli Slipknot, davanti a diciottomila persone. Per chi non li conoscesse, sono nove musicisti dell’Iowa che hanno fatto della loro immagine, estremamente provocatoria e disturbante, uno dei loro punti di riconoscimento. Sono soliti aprire i loro concerti con un brano intitolato People = Shit, non esattamente il tipo di messaggio gradito alla Curia per far crescere i giovani. Anche loro, prima di salire sul palco, hanno allestito il backstage negli spazi del convento. In quel caso però non ci fu nessuna polemica. Il problema, evidentemente, non era mai stata l’ispirazione “deviata” di certa musica. Il backstage delle suore ha funzionato benissimo finché nessuno ne parlava. È bastato che un sindaco lo trasformasse in una “bella storia da raccontare” perché la storia smettesse immediatamente di esistere. Progresso o non progresso. Da dove arriva, allora, questa improvvisa chiusura? Forse le suore rimpiangono i tempi in cui i dischi li vendevano loro, scalando le classifiche con canzoni piene di quei messaggi che fanno crescere i giovani. O forse rimpiangono la montagna di soldi che ci avevano fatto sopra. Rigorosamente non dichiarati al fisco.

Siamo nel 1963. Jeanne-Paule Deckers è una suora domenicana del convento di Fichermont, in Belgio. Suona la chitarra, compone canzoncine e i superiori decidono di farle incidere qualche brano da far ascoltare alle novizie. Negli studi della casa discografica Philips registra, tra le altre, una canzone dedicata a San Domenico di Guzmán, il fondatore del suo ordine. Si intitola Dominique ed è una filastrocca in francese che racconta le gesta del santo con un candore disarmante. Quello che succede dopo non era previsto da nessuno. Il disco esce a nome Sœur Sourire (Suor Sorriso) e comincia a vendere. Prima in Belgio, poi in Francia, poi ovunque. Alla fine del 1963 Dominique è al primo posto della classifica americana di Billboard. Suor Sorriso viene addirittura invitata a suonare sul palco dell’Ed Sullivan Show poche settimane prima che sbarcassero i Beatles. Il singolo resta numero uno in classifica per un mese intero, vendendo in tutto il mondo qualcosa come 3 milioni di copie. L’album, pubblicato in America con il titolo The Singing Nun, arriva anch’esso in vetta. Chi si prende i guadagni? Se li dividono la casa discografica e il convento. Alla suora, che ha fatto voto di povertà, non va un centesimo.
A quel punto però la nostra suora canterina decide di cambiare vita. Lascia il convento e si dedica a tempo pieno alla sua carriera solista, incidendo nuove canzoni dopo aver rinnegato la vocazione. Un giorno tuttavia riceve una nuova chiamata, molto meno spirituale di quella che l’aveva portata a indossare la tonaca. La chiamano quelli del fisco. Vogliono le tasse arretrate sui milioni guadagnati dalla vendita di Dominique. Lei però quel denaro non ce l’ha, non l’ha mai avuto. Il fisco non le crede. Il voto di povertà evidentemente non è previsto dal codice tributario. Un contrappasso quasi perfetto: prima le tolgono i soldi in nome di Dio, poi glieli richiedono in nome dello Stato.
Nel frattempo la sua nuova carriera fatica a decollare. Anche perché Jeanne-Paule Deckers decide di cambiare radicalmente lo stile poetico delle sue canzoni. Nel 1967 pubblica un brano che celebra la pillola anticoncezionale, La pillule d’or. Il pubblico cattolico la abbandona. L’ex suora più famosa del mondo si ritrova senza un soldo e con il fisco alle calcagna. Accanto a lei c’è Annie Pécher, la compagna con cui condivide la casa, i debiti e un centro per bambini autistici che le due mandano avanti finché i conti lo permettono. Cioè non a lungo. Nel 1982 Deckers tenta l’ultima carta: reincide Dominique in versione disco, con la cassa dritta e i sintetizzatori d’ordinanza. Il risultato è esattamente ciò che ci si aspetta da una preghiera domenicana ballabile: non la balla nessuno.
La storia finisce male. Il 29 marzo 1985 Jeannine Deckers e Annie Pécher si tolgono la vita insieme, nella loro casa di Wavre, schiacciate dai debiti. Nel biglietto d’addio scrivono di andare incontro a Dio insieme, e insieme vengono sepolte, nella stessa tomba che al posto della lapide ha un plettro. La donna che aveva portato un convento al primo posto della classifica americana muore inseguita dalle tasse su un successo mai riscosso, dopo essere stata lasciata sola da tutte le istituzioni che su quel successo avevano costruito qualcosa. I soldi delle vendite se li erano tenuti volentieri. Il resto era un problema suo.
Sabato sera il concerto di Marilyn Manson si è tenuto regolarmente in piazza Ariostea, a Ferrara, davanti a ventimila persone. Dalle prime notizie sembra sia andato tutto bene. Nessuno ha evocato il diavolo. O almeno, se è stato evocato, non ha risposto alla chiamata. Nel frattempo la Curia di Ferrara ha confermato la propria posizione: niente camerino, per proteggere la crescita dei giovani. Verrebbe da dire che il problema non è mai stato far entrare il diavolo in convento. È come lo si tratta, una volta dentro. Quanto al campo progressista, la sua linea politica resta salda. In fondo il progresso, in Italia, è sempre stato questo: una bella storia da raccontare, basta che nessuno la racconti.
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