«Uno strumento di soft power del Cremlino». È con questa motivazione che il deputato liberal-democratico britannico Tom Gordon ha deciso di portare in Parlamento una singolare battaglia contro Masha e l’Orso, il celebre cartone animato russo amato da milioni di bambini in tutto il mondo. La sua iniziativa ha raccolto il sostegno di oltre cinquanta parlamentari appartenenti a schieramenti diversi, che hanno chiesto al governo di intervenire sulla diffusione della serie. Alla base della richiesta c’è la valutazione del Centro ucraino per la lotta alla disinformazione, secondo cui il cartone costituirebbe un veicolo di propaganda putiniana. Un’accusa che trasforma una delle produzioni per l’infanzia più popolari degli ultimi anni nell’ultimo bersaglio della crescente russofobia culturale.

La lettera, indirizzata alla ministra della Cultura Lisa Nandy, è stata sottoscritta da parlamentari appartenenti a sei diversi partiti – Labour, Conservatori, Liberal Democratici, Verdi, SNP e Plaid Cymru – e sollecita un’azione nei confronti delle piattaforme che distribuiscono la serie, in particolare Netflix e ITVX. «I genitori britannici hanno il diritto di aspettarsi che i contenuti che raggiungono i loro figli attraverso piattaforme autorizzate siano stati sottoposti a un adeguato controllo, soprattutto laddove i nostri alleati abbiano sollevato fondati timori in merito alla propaganda di Stato», conclude la lettera. L’iniziativa arriva proprio mentre Netflix ha annunciato l’acquisizione di nuove stagioni della serie, uno dei prodotti per l’infanzia più seguiti al mondo, tradotto in decine di lingue e visualizzato miliardi di volte anche su YouTube.
Le accuse dei deputati si concentrano soprattutto su alcuni dettagli presenti nella serie. Nel mirino è finito un episodio del 2010, Border Locked, nel quale Masha indossa prima un copricapo ritenuto simile a quello degli ufficiali dell’NKVD, la potente polizia politica e di sicurezza dell’Unione Sovietica. Secondo i firmatari, immagini di questo tipo contribuirebbero a “normalizzare l’iconografia militare sovietica” presso il pubblico infantile. A rafforzare il dossier viene, inoltre, richiamato un vecchio tweet del 2015, ora rimosso, pubblicato dall’account inglese dello studio Animaccord, che produce il cartone animato, in cui si vede Masha in sella alla sua bicicletta, con retino da farfalle ed elmetto, con la scritta: «Evviva, ora sono nell’esercito!». I parlamentari sostengono, inoltre, che i ricavi derivanti dalla distribuzione internazionale del cartone possano tradursi in entrate fiscali per la Russia, contribuendo indirettamente al finanziamento della guerra in Ucraina. Melanie Bonvicino, portavoce di Animaccord, ha respinto ogni accusa, ribadendo di essere una società privata che realizza esclusivamente contenuti per bambini e negando qualsiasi finalità propagandistica: «La serie non contiene alcun messaggio politico e qualsiasi affermazione contraria è totalmente priva di fondamento». A fine giugno, il ministro degli Esteri estone Margus Tsahkna aveva definito il cartone animato «parte del soft power del Cremlino». Secondo lui, «messaggi filo-Cremlino e militaristi» vengono introdotti nei contenuti di intrattenimento per bambini, «normalizzando l’aggressione e le ambizioni imperialiste della Russia».
La vicenda si inserisce in un clima di crescente censura verso tutto ciò che è russo: pochi giorni fa, la Corte di giustizia dell’UE ha stabilito che anche la semplice ripubblicazione online di contenuti di Russia Today può integrare un reato, estendendo il divieto anche ai siti gratuiti e senza scopo di lucro. Dall’inizio della guerra, la russofobia istituzionale ha progressivamente travalicato il piano delle sanzioni politiche ed economiche, estendendosi alla cultura, allo sport e perfino all’intrattenimento, assumendo anche toni surreali. Atleti russi sono stati esclusi da competizioni internazionali, artisti e musicisti cancellati dai cartelloni, università e istituzioni culturali hanno preso le distanze da autori del passato che nulla avevano a che fare con il conflitto, da Dostoevskij a Čajkovskij, mentre nel 2022 fece il giro del mondo la decisione della Fédération Internationale Féline (FIFe) di escludere dalle competizioni i gatti provenienti dalla Russia. La parabola appare significativa: oggi basta che un prodotto sia nato in Russia perché venga considerato, almeno in via teorica, un possibile veicolo di influenza del Cremlino. E, in questa logica, anche Masha e l’Orso finisce per essere trattato come una questione di sicurezza nazionale.




