La scadenza era fissata per ieri, 30 giugno. Si trattava di una deadline non ufficiale (e del tutto illegale), l’ultimatum dato dai gruppi xenofobi ai migranti presenti in Sudafrica. È la linea d’arrivo delle violente proteste che durano da settimane, animate da un unico movente: cacciare dal Paese tutti gli immigrati, poco importa se dotati di permesso di soggiorno o non regolarmente soggiornanti. Sono già 25 mila, secondo quanto dichiarato dalle autorità, le persone che hanno abbandonato il Paese. Migliaia di persone messe in fuga dal clima di paura e violenza diffuse di queste settimane. Alle quali si aggiungono le centinaia che sono state rimpatriate dalla polizia.
Il presidente Cyril Ramaphosa ha dichiarato che «per la maggior parte» le proteste sono state pacifiche, salvo «qualche raro incidente» che avrebbe potuto essere anche «molto peggio». «Il diritto alla protesta è garantito dalla nostra Costituzione», ha detto Ramaphosa. Anche se il governo ha ammesso che «diverse persone» sono state arrestate per saccheggio in varie cittadine, mentre si sono verificati occasionali lanci di pietre. In tutto, riferisce la polizia stessa, 900 persone sono state arrestate. Affrettandosi poi a specificare che per la maggior parte si trattava di «stranieri irregolari» e «arresti paralleli alle proteste». L’iniziativa di ieri ha coinvolto una ventina di città in tutto il Paese, ed è stata il culmine di settimane di tensione e violenza nei confronti degli stranieri. Almeno quattro persone provenienti da altri Paesi africani sarebbero rimaste uccise, secondo la polizia, citata da media locali.
Sui giornali, si moltiplicano le testimonianze dei migranti, regolari o meno, oggetto della persecuzione xenofoba. «Hanno detto che gli stranieri devono tornare da dove sono venuti. Non abbiamo i soldi per tornare in Malawi» ha dichiarato una migrante del Malawi ai media. «La gente ha abbandonato le proprie case», ha raccontato un uomo della Repubblica Democratica del Congo a France 24. Secondo quanto riportato dalla BBC, molti Paesi africani si sarebbero dichiarati disponibili a organizzare il rientro in patria dei propri connazionali, proprio in ragione degli episodi di violenza diffusa. A fare da testimonianza, alcuni video circolati online – che il governo sudafricano si è affrettato a definire falsi.
Le proteste sono state guidate dall’organizzazione xenofoba March and March e hanno visto la partecipazione di decine di altri gruppi analoghi, quali Operation Dudula, collegata a violenti attacchi razzisti contro i migranti. Ad animarle: la percezione che i migranti siano oggetti di trattamenti di favore da parte del governo. A tal proposito, il governo ha cercato di rassicurare i cittadini – e placare gli animi – assicurando di star mettendo in atto misure per gestire il fenomeno migratorio al meglio. Il Comitato Interministeriale sulla Migrazione ha dichiarato che la priorità rimangono «confini sicuri e comunità al sicuro», oltre alla tutela «della dignità umana e valori costituzionali». «Chiediamo a tutti i sudafricani di mantenere la calma, di respingere la disinformazione e la xenofobia e di continuare a collaborare con il governo e le forze dell’ordine per costruire comunità sicure, stabili e coese» ha dichiarato il Comitato, secondo il quale le preoccupazioni della popolazione in merito alla migrazione sono «legittime». Il governo ha fatto sapere di aver elaborato un piano in cinque punti che si concentra su rafforzamento della legge in materia di immigrazione e lavoro, sicurezza delle frontiere, miglioramento dei sistemi di gestione della migrazione, colmare lacune legislative e politiche e collaborare con i Paesi di tutto il continente per «affrontare le sfide migratorie in modo coordinato».
Le iniziative non si fermano alla marcia di ieri. Le proteste continueranno a ripetersi, il giovedì di ogni settimana, fino alle prossime elezioni amministrative, in programma per il novembre di quest’anno.




