Dopo le dichiarazioni rilasciate a LA7 non si fermano le tensioni tra Meloni e Trump. In un post su Truth, il presidente statunitense è tornato ad affermare che Meloni gli avrebbe chiesto «ripetutamente» di fare una foto insieme durante il vertice del G7 in Francia. La popolarità di Meloni, scrive Trump, «è scarsa, forse perché ha voltato le spalle agli Stati Uniti d’America». Meloni ha risposto con tono moderato, ma più piccato del solito: «Presidente Trump, questi attacchi costanti e senza provocazione sono privi di senso», ha scritto. «In ogni caso, la mia popolarità non è una cosa che la riguarda; le suggerisco di focalizzarsi sulla propria». Nonostante il botta e risposta, dal governo sono subito arrivati i primi tentativi di calmare le acque: Salvini ha puntato a minimizzare, affermando che il problema con Trump è già «una parentesi chiusa», mentre Tajani ha ribadito la «solidità» dei rapporti con gli Stati Uniti, senza nemmeno accennare alla possibilità di convocare l’ambasciatore statunitense per chiedere chiarimenti sulla condotta del presidente. Una procedura che in questi casi sarebbe prassi. Mentre anche l’ipotesi di boicottare i festeggiamenti del 4 luglio presso l’ambasciata americana, data per certa nei giorni scori, perde di quota. La priorità del governo italiano, insomma, pare la solita: ricucire a tutti i costi con Washington.
Riavvolgendo il nastro, le prime tensioni risalgono alla decisione dell’Italia di negare il supporto alle operazioni offensive degli Stati Uniti contro l’Iran, con Trump che aveva tuonato: «L’Italia non c’è stata per noi, noi non ci saremo per loro». Lo scontro era poi cresciuto quando Meloni aveva preso pubblicamente le difese di Papa Leone XIV, bersaglio degli attacchi del tycoon per le sue parole sulla crisi in Medio Oriente. In quell’occasione, Trump aveva definito il Pontefice un «debole» e aveva criticato duramente la premier: «Sono scioccato, pensavo avesse coraggio». Dopo il G7 tenutosi a Evian pareva che la situazione fosse tornata alla normalità, ma venerdì 19 giugno è arrivata un’ulteriore stoccata da parte di Trump: «Probabilmente è contenta che io le abbia parlato! Non ero obbligato a parlarle!», ha detto in riferimento al loro incontro in Francia. «Mi ha implorato di fare una foto con lei! Voleva una foto con me così tanto. Avrei anche potuto non farla, ma mi ha fatto pena!». Meloni ha rapidamente replicato con un video in cui smentisce la ricostruzione di Trump e afferma che «io e l’Italia non imploriamo mai».
L’ultimo post di Trump risale a sabato e costituisce il secondo attacco al governo Meloni in meno di due giorni. Trump accusa Meloni di avere tentato di riavvicinarsi agli USA «dopo la sconfitta militare dell’Iran da parte degli Stati Uniti» per ottenere nuovo consenso domestico e suggerisce che il governo italiano non meriterebbe tali attenzioni a causa del suo limitato aiuto nella guerra contro l’Iran. «Non ci ha nemmeno permesso di usare le piste di atterraggio italiane, un enorme inconveniente logistico; e questo nonostante gli Stati Uniti contribuiscano con centinaia di miliardi di dollari all’anno alla protezione dell’Italia e di altri cosiddetti alleati della NATO», ha detto Trump, lanciando un attacco neanche troppo velato all’Alleanza Atlantica.
Anche in questo caso, la risposta di Meloni è stata repentina: la prima ministra ha affermato che a diminuire i propri consensi nel Paese non sarebbe stato l’avere «voltato le spalle agli Stati Uniti», ma piuttosto l’essere «amica» di Trump; i riferimenti alla scarsa popolarità del presidente statunitense – tanto in patria quanto in Europa – sembrano segnare un cambio di paradigma nella comunicazione con gli Stati Uniti e confermare la frattura del governo con Washington che va ormai avanti da tempo. Eppure, la stessa Meloni ha preferito chiudere la questione: «Non tornerò sull’argomento, perché credo ancora nell’unità dell’Occidente», ha scritto la premier. «Per me è partita chiusa e quindi si lavora insieme», le ha fatto eco Salvini, derubricando gli attacchi di Trump a Meloni a una semplice «parentesi di incomprensione». La contraddittorietà degli esponenti di spicco del governo nel tentare di rispondere a tono a Trump cercando al contempo di minimizzare l’accaduto ed evitare il confronto sembra mostrare una certa difficoltà nella gestione della vicenda da parte dell’esecutivo. Ma in realtà è in perfetta continuità con gli esiti di tutti gli scontri precedenti: da Palazzo Chigi l’ipotesi di arrivare realmente ai ferri corti con l’omologo della Casa Bianca non è nemmeno contemplata.
A confermare la linea del governo è il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani che – almeno in teoria – ricopre la carica di massimo rappresentante diplomatico dell’Italia verso gli altri Paesi. Anche Tajani, come Salvini, ha espresso critiche nei confronti delle parole di Trump per poi minimizzare le dichiarazioni del tycoon: «I rapporti che ho con gli Stati Uniti, anche in queste ore, sono sempre assolutamente normali e non sono cambiati, non sono mutati, compresi quelli con l’ambasciatore americano in Italia con cui i rapporti sono ottimi», ha dichiarato; ambasciatore che, tuttavia, non pare essere stato né sentito telefonicamente né richiamato, in quelle che sono di solito le prime contestazioni diplomatiche formali che un Paese – specie se governato da un esecutivo che si autoproclama “sovranista” – intraprende per mostrare le proprie rimostranze verso un altro Stato.
Insomma: dopo lo strappo causato dalle dichiarazioni di Trump a La7, il governo ha alternato parole di contestazione a tentativi di ricucire i rapporti, e orientato le proprie azioni verso una ricerca di riconciliazione incondizionata. Intanto, si avvicina sempre di più il 4 luglio, data dell’indipendenza statunitense che quest’anno arriva a cifra tonda, toccando i 250 anni; la ricorrenza è la più sentita festa civile degli Stati Uniti, e come ogni anno l’ambasciata statunitense organizzerà un incontro presso la propria sede a Villa Taverna, a cui tradizionalmente i membri del governo italiano vanno in ossequiosa processione. Dopo le prime dichiarazioni da dietro le quinte, in cui pareva che il governo avesse intenzione di disertare le celebrazioni, è arrivato il dietrofront, con il ministro Tajani che ha dichiarato al Corriere della Sera che il 4 luglio si farà trovare a Villa Taverna, confermando il tentativo di ricucire da parte di Palazzo Chigi e la volontà di rimanere fedeli alleati di Washington. Costi quel che costi.





“da Palazzo Chigi l’ipotesi di arrivare realmente ai ferri corti con l’omologo della Casa Bianca non è nemmeno contemplata”, ci credo: zerbini come sono al governo e opposizione…
che disagio: né orgoglio, né amor proprio, né dignità.
Invece di prendere l’occasione al volo per liberarsi, il vero succube fa le moine. Cornuti e mazziati! Ha ragione trump a sbeffeggiarci