Jelly Sandals: quando la moda ripropone il peggio degli anni novanta

Ci sono cose che avremmo voluto rivedere solo nell’album delle foto sbiadite degli anni novanta, tanto erano discutibili anche a quei tempi. Eppure la moda è fatta di corsi e ricorsi e quest’anno, in maniera del tutto inaspettata (e inopportuna) sono tornate a fare capolino nelle riviste, nei post e nelle vetrine, le famose “scarpe di gelatina”, meglio conosciute come jelly sandals o “medusine”. E in un batter d’occhio l’estate non profuma più di mare e di sale, ma di plastica.

Questo cimelio degli anni che furono, incubo di tutti i ragazzini che avrebbero voluto giocare in spiaggia scalzi e felici, ma costretti a “proteggersi”i piedi con queste discutibili calzature, è riapparso sulle passerelle e nelle vetrine di grandi marchi: da Gucci a Chloe, da Loewe a Ganni, passando per Farm Rio e per finire in tutte le catene di fast fashion. In svariate versioni, condite di glamour e dettagli di design, con prezzi più o meno gonfiati a seconda del marchio, ma sempre e comunque di plastica.

Tutto ciò che è jelly, dalle borse ai gioielli, altro è altro che plastica derivata da prodotti petrolchimici, opportunamente trasformata in forme più o meno gradevoli da indossare e portare in giro come accessorio di moda. C’è chi accoglie con entusiasmo il ritorno, chi con orrore, ma in ogni caso nessuno osa investigare qual è l’impatto ambientale e sulla nostra salute di questi oggetti. Dalla produzione fino al loro smaltimento, il PVC (polivinilcloruro) rilascia tossine lungo tutto il suo ciclo di vita, risultando potenzialmente dannoso sia per i lavoratori che lo maneggiano sia per chi indossa i prodotti in questione, essendo prodotte con l’uso di sostanze chimiche pericolose.

Sostanze che, a contatto con la pelle, in ambiente caldo e umido come quello che si viene a creare passando del tempo nella plastica, vengono assorbite sotto forma di sostanze tossiche come gli ftalati…

Trattandosi poi di un materiale assolutamente non biodegradabile, la sua fine è in discarica o nell’inceneritore, entrambe soluzioni che continuano a far dissolvere sostanze pericolose e dannose, oltre che microplastiche, direttamente nell’ambiente. 

I problemi per la salute umana non si limitano alle sostanze chimiche. Vendute come calzature perfette per il mare per via della loro resistenza all’acqua, usarle costantemente con temperature alte e umidità può seriamente compromettere la salute dei piedi. Anche i modelli più accattivanti non sono certo comodi: fatte interamente di plastica, queste calzature sono spesso rigide e offrono scarso supporto al piede, causando dolori, postura scorretta e, non ultimo, noiose vesciche. La combinazione di calore, sudore e plastica, inoltre, è l’ambiente perfetto per la proliferazione di funghi e batteri, con tutti i fastidi del caso. 

Alcuni brand devoti alla sostenibilità stanno cercando di arginare il problema plastico ricorrendo al riciclo o in combinazione con altri materiali: ci sono varianti realizzate riciclando vecchie scarpe in pvc e assicurando un processo senza l’uso di ftalati; altre sono fatte mescolando PVC riciclato e canapa, per includere prestazioni meno impattanti sulla salute umana. Ma, seppure il non uso di plastica vergine sia auspicabile per non dipendere dai combustibili fossili, sempre di plastica si tratta, la cui trasformazione avviene sempre e comunque in presenza di sostanze chimiche dannose. Che, maneggiate in fase di trasformazione (il PVC per essere riciclato deve essere nuovamente fuso e reso filamento), hanno un impatto importante anche sulla salute dei lavoratori. 

Nonostante sia venduto come la tendenza dell’estate 2026, questo ritorno è decisamente fuori luogo per i tempi in cui stiamo vivendo. Basta pensare che quelle scarpe, viste nelle foto degli anni 90, sono ancora in giro da qualche parte, oggi, a fare danni. 

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Marina Savarese

Stilista, docente di moda e comunicazione, scrittrice e co-fondatrice del portale Sfashion-net, dedicato alla moda slow. Per L’Indipendente si occupa di consumo e moda critica.

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