Cinquemila euro di reddito medio mensile in ogni Paese del mondo entro il 2100, mantenendo il riscaldamento sotto 1,8 gradi centigradi: è il fine a cui punta il Global Justice Report, presentato ieri a Parigi dal World Inequality Lab, centro di ricerca di Thomas Piketty e Lucas Chancel, all’apertura della terza edizione della World Inequality Conference.
Secondo il rapporto una trasformazione globale che concili l’abitabilità del pianeta con elevati standard di benessere per tutti è possibile, a condizione che vengano soddisfatte simultaneamente tre condizioni che il dibattito corrente tratta quasi sempre separatamente: una rapida decarbonizzazione dei sistemi energetici, cambiamento dei modelli di consumo e riduzione della disuguaglianza di reddito per una vera redistribuzione della ricchezza su scala mondiale a partire dalla riforma dell’ordine finanziario internazionale.
Il World Inequality Lab, ospitato dalla Paris School of Economics, dal 2018 pubblica il World Inequality Report, diventato uno dei riferimenti globali sui dati di reddito e ricchezza. Il Global Justice Report nasce da quel lavoro ma ne ribalta la prospettiva: non più soltanto misurare le disuguaglianze, ma ideare un percorso per superarle entro limiti che non sconvolgano ulteriormente il clima. È, scrivono gli autori, il primo tentativo di rappresentare in un unico modello l’intera transizione, e non le sue singole componenti.
Il documento traduce quella visione in una serie di traguardi al 2100, riuniti in quella che gli autori chiamano “Global Justice Platform”. I numeri di partenza danno la misura del salto: il reddito medio dei Paesi più ricchi supera di sedici volte quello dei più poveri, e la metà più povera dell’umanità possiede appena il 2 per cento della ricchezza mondiale. Il piano punta a portare questa quota al 30 per cento entro la fine del secolo, riducendo nello stesso periodo la fetta in mano alla classe dei miliardari dal 6 allo 0,05 per cento. Per circa il 90 per cento della popolazione mondiale significherebbe raddoppiare il reddito lavorando all’incirca la metà delle ore di oggi.
La leva, però, non è la crescita. Accanto alla decarbonizzazione rapida dei sistemi energetici, il rapporto indica il passaggio dal consumo eccessivo alla “sufficienza”: meno ore lavorate, minore estrazione di materie prime, cambiamenti negli stili alimentari, nell’uso del suolo e nella copertura forestale. È la condizione per restare entro 1,8 gradi di riscaldamento climatico, contro gli oltre 4,5 a cui portano le politiche in vigore.
Per finanziare tutto questo gli autori propongono un Global Justice Fund: un investimento comune pari in media al 10,3 per cento del PIL mondiale ogni anno tra il 2030 e il 2060, contro meno dello 0,4 per cento oggi destinato agli aiuti allo sviluppo e alle organizzazioni internazionali. Le risorse arriverebbero da una tassa globale sui patrimoni, da un fondo sovrano mondiale e da un’imposta sui redditi dei più ricchi del pianeta, dentro una più ampia trasformazione e democratizzazione del sistema economico e monetario internazionale.
La tesi più netta riguarda il rapporto tra giustizia sociale e clima. Per gli autori la riduzione delle disuguaglianze non è un correttivo da applicare a transizione avvenuta, ma la condizione che la rende finanziabile e politicamente sostenibile: senza ridistribuire reddito, ricchezza e potere, tra i vari Paesi e al loro interno, mancheranno le risorse e il consenso necessari a decarbonizzare e a consumare meno. Su un pianeta dalle risorse finite, prosperità condivisa e stabilità del clima reggono soltanto se considerate insieme.
Resta la distanza tra il modello e la realtà. Una tassa globale sui patrimoni e un fondo d’investimento di quelle dimensioni presuppongono un coordinamento fiscale internazionale che oggi non esiste, e nessun governo dispone di uno strumento del genere. Il rapporto stesso lo presenta come un percorso possibile, una via da seguire, e non una previsione di ciò che accadrà.





