La nuova IA di Microsoft punta a creare dipendenza

Non è né raro né insolito che le aziende digitali lancino servizi accattivanti a prezzi straordinariamente vantaggiosi e, una volta conquistato il pubblico e consolidata una posizione di oligopolio, ne peggiorino le condizioni, così da aumentare i profitti su utenti che ormai non vedono alternative. Ciò che invece sorprende è che alcune di queste imprese siano ormai tanto certe di questa formula da dichiarare apertamente la volontà di “creare dipendenza nelle persone”, posizione che è emersa da documenti interni di Microsoft relativi al lancio del nuovo assistente di intelligenza artificiale, Scout.

L’intenzione di sviluppare strumenti che attanagliano il pubblico come una droga non è accennata di sfuggita, né confinata in una frase decontestualizzata: rappresenta invece il punto di partenza e il fulcro di una strategia di lungo periodo. Secondo i documenti intercettati da 404 Media, Microsoft prevede infatti di lanciare Scout attraverso tre fasi distinte:

  • Fomentare la dipendenza nei confronti dello strumento nella sua versione rudimentale;
  • Connettere Scout ad altri strumenti di intelligenza artificiale;
  • Aggiungere eventuali funzioni per arricchire l’offerta.

Scout, identificato internamente come ClawPilot, si basa sulla tecnologia agentica resa popolare da OpenClaw, la quale consente di programmare intelligenze artificiali capaci di automatizzare funzioni articolate, una caratteristica che ha reso questi strumenti estremamente popolari, ma che ha anche messo in luce un numero crescente di criticità. L’uso scriteriato degli agenti di IA ha sollevato tali preoccupazioni da spingere Satya Nadella, CEO di Microsoft, a dichiarare lo scorso marzo che la sua azienda non avrebbe mai lanciato strumenti simili, “perché sarebbe percepito come se Microsoft stesse diffondendo un virus”. 

Nel giro di pochi mesi, l’atteggiamento della Big Tech sul tema è cambiato radicalmente. Secondo il documento citato da 404 Media, l’obiettivo principale di Microsoft sarebbe ora quello di “ampliare la base degli utenti e costruire un ecosistema di competenze e strumenti che renda le persone dipendenti al suo utilizzo quotidiano”. L’idea è quella di trasformare Scout in un assistente personale pensato per quei lavoratori intellettuali e professionisti che, non essendo particolarmente avvezzi alla tecnologia, preferiscono non occuparsi delle sue meccaniche infrastrutturali, ma concentrarsi esclusivamente sui risultati. L’obiettivo è riuscire finalmente a offrire a dirigenti, finanzieri, avvocati e figure analoghe un segretario digitale capace di gestire in autonomia attività quotidiane come l’organizzazione del calendario e lo smistamento delle email.

Si tratta, di fatto, di ciò che il consumatore medio si aspetta sin dai tempi del lancio di Alexa da parte di Amazon, ma che gli strumenti finora commercializzati non sono mai riusciti a concretizzare. Ammesso e non concesso che Scout riesca nell’impresa in modo agile ed efficiente, resta il problema che un uso inconsapevole degli agenti di IA può rivelarsi potenzialmente pericoloso. Per soddisfare le proprie premesse, questi sistemi devono accedere a una quantità enorme di informazioni presenti sui terminali degli utenti – molte delle quali sensibili, personali o persino assimilabili a segreti aziendali. 

Non a caso, l’esplosione della popolarità di OpenClaw si è tradotta in una carenza di Mac Mini, i dispositivi preferiti dagli informatici per consentire ai propri agenti di intelligenza artificiale di operare localmente, senza dipendere dai sistemi cloud gestiti dalle grandi aziende del settore. Un requisito fondamentale per evitare che i dati forniti alla macchina finiscano nelle mani di terzi, aggravando il già critico fenomeno della fuga di informazioni. Anche quando a gestire strumenti simili sono professionisti, si è diffuso il mito secondo cui gli agenti di IA sarebbero in grado di oltrepassare i vincoli imposti dai loro programmatori, compiendo azioni del tutto impreviste – e spesso deleterie. Una narrazione spesso forzata, abbracciata con entusiasmo da chi vuole esaltare le potenzialità dello strumento, ma che dovrebbe invece invitare alla cautela, soprattutto quando i destinatari del prodotto sono soggetti per cui la tecnica resta un mistero quasi mistico. 

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Walter Ferri

Giornalista milanese, per L’Indipendente si occupa di analisi nel campo della tecnologia, dei diritti informatici, della privacy e dei nuovi media, indagando le implicazioni sociali ed etiche delle nuove tecnologie. È coautore e curatore del libro Sopravvivere nell'era dell'Intelligenza Artificiale.

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